Senza una politica estera l’Italia conta sempre meno

È difficile identificare l'orizzonte strategico del nostro Paese: la maggioranza è divisa su tutti i dossier internazionali più importanti. Intanto perdiamo alleati storici e ci facciamo nuovi nemici. Rischiando essere sempre più irrilevanti.

02 Luglio 2019 13.10
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La disarticolazione della politica di governo del Paese, emblematicamente riassunta nell’accanimento perpetrato nei riguardi della Sea Watch, del suo equipaggio e del suo capitano, quasi che dallo sbocco di questa vicenda dipenda il garbuglio delle sfide economiche e sociali che attanagliano l’Italia, è rispecchiata platealmente nella sua politica estera, ivi comprendendo anche quella condotta all’interno dell’Unione europea.

UNA MAGGIORANZA SENZA IDEE SUI DOSSIER INTERNAZIONALI

È obiettivamente difficile identificare il principio di direzione e dunque il suo orizzonte strategico: un pezzo del governo ritiene che sia produttivo prendere a schiaffi i nostri partner e nello stesso tempo pretendere da loro sensibilità e collaborazione; sfidare l’assetto delle regole vigenti in materia di deficit e di debito giudicandole sbagliate e inique e nello stesso tempo sfuggire a ogni e qualsivoglia mediazione politico-diplomatica; fare l’occhiolino a Mosca e nello stesso tempo pensare di potersi far riconoscere un ruolo di alleato a tutto campo.

Il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi-

Un altro pezzo ritiene che per quanto discutibili le regole a suo tempo concordate debbano essere osservate anche per costruire la trama di quelle alleanze per facilitarne la revisione; considera che la nostra collocazione nell’Unione europea sia assolutamente da salvaguardare così come la storica alleanza con gli Usa, seppure con tutti i distinguo del caso, ivi comprendendo una inevitabile presa d’atto del ruolo della Cina nel mondo e della sua ineludibile visione a lungo termine.

DALL’EGITTO AL VENEZUELA, SOLO POSIZIONI ESTEMPORANEE

Questo governo non si fa mancare neppure posizioni estemporanee riguardo ad esempio al sostegno da un lato e alla condanna dall’altro del regime di Nicolas Maduro (Venezuela) piuttosto che al tema della vendita di armi all’Arabia Saudita capofila di una coalizione intervenuta in appoggio al legittimo governo yemenita in ragione della morte indiscriminata di civili. Per non parlare del silenzio in merito alla cosiddetta “primavera algerina” e alla morte dell’ex presidente Mohamed Morsi, vittima del colpo di Stato compiuto dall’attuale presidente Abdel Fatah al Sissi che ha inaugurato un regime che definire “repressivo” è usare un eufemismo.

L’ITALIA GUARDATA DALL’ESTERO CON PERPLESSITÀ E SOSPETTO

La sostanza è, in estrema sintesi, che il nostro Paese è guardato con un misto di perplessità e di sospetto e rischia di essere considerato nella migliore delle ipotesi una pedina utile per disegni altrui: che siano dell’Amministrazione Trump piuttosto che dell’autocrate Vladimir Putin che del presidente della Cina, forse l’unico ad avere un orizzonte strategico globale.

Conte ha girato senza meta e senza sponde durante il G20 di Osaka

Le immagini che ci sono arrivate a Osaka per il vertice del G20 ci consegna un presidente del Consiglio che ha girato senza meta e senza sponde tra i partner di quel consesso; nessun gioco di squadra, neppure mediatico, tra i leader dell’Unione europea presenti, ma solo un modesto tentativo di mediare sul dossier della possibile procedura d’infrazione; nessuna traccia visibile della recente visita a Washington del vice presidente del Consiglio e Ministro degli Interni Matteo Salvini. Lo stesso dicasi della firma del Memorandum relativo alla nuova via della seta.

I MIGRANTI PER DISTOGLIERE L’ATTENZIONE DAI PROBLEMI REALI

«Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare» recita l’adagio e l’Italia è fuori dai giochi, ma non perché debole e in difficoltà, ma perché attrice di troppe parti in commedia. Ma pazienza se sui grandi temi globali il nostro Paese stenti ad avere un profilo degno di questo nome e, soprattutto, della sua stazza economica.

La vicenda della Sea Watch è entrata in uno scontro palesemente strumentale

Il grave è che la stessa condizione vale per i dossier regionali, anche quelli più immediatamente prioritari. A cominciare dalla Libia, ma non per il cinico spettacolo offerto con la vicenda della Sea Watch che pure è entrata in uno scontro palesemente strumentale, bensì per il fatto che tale prova di forza, la cui dignità si misura sulla pelle di una quarantina di disgraziati, troppo pochi per giustificare il richiamo al rischio di un’immaginaria esigenza di sicurezza, ma abbastanza per dominare l’attenzione mediatica e distrarre dai nostri ben più urgenti problemi economici e sociali.

L’AMBIGUITÀ NEI CONFRONTI DELLA CRISI LIBICA

Ho già avuto modo di rappresentare i giri di valzer del nostro governo che pur nel coerente riconoscimento e sostegno del governo di Fayez al Serraj (Tripoli) – emerso dagli accordi di Skirat (Marocco) del 2015 e avallato dalle Nazioni Unite – ha inizialmente e responsabilmente preso atto dell’ineludibile ruolo del generale Khalifa Haftar (Tobruk) per poi passare però a una posizione alquanto diversa, riassunta dallo stesso presidente del Consiglio Giuseppe Conte con le parole «l’Italia non sta né con Serraj né con Haftar ma con il popolo libico». Significativo il fatto che questo salto della quaglia sia avvenuto all’indomani dell’operazione militare per la conquista di Tripoli e la sua “liberazione dal terroristi” lanciata da Haftar con apparenti buone probabilità di successo. A pensar male… torna l’immagine di un’Italia pronta a cambiare casacca.

Incontro al Viminale tra il ministro dell’Interno Matteo Salvini e l’omologo libico Fathi Bashaagha, Roma, 26 giugno 2019.

Ma il destino cinico e baro ci si è messo di mezzo e la cavalcata di Haftar – di cui non ho mancato a suo tempo di sottolineare il ben modesto curriculum militare – si è andata trasformando in qualcosa che sta assomigliando a uno scacco dopo la controffensiva (con la riconquista della città di Gharyan) delle milizie che sostengono Serraj. Milizie in cui c’è di tutto, dalle truppe da sempre schierate in tal senso a quelle che stanno annusando aria di sconfitta attorno ad Haftar. Che, tra l’altro, sta vedendo l’inizio dello sfarinamento della forza d’urto dei suoi sostenitori, delusi della conduzione dell’operazione.

La Russia che proprio in questi giorni ha scartato come «illogica» la road map illustrata da Haftar per la fase successiva alla «liberazione» di Tripoli

A cominciare dagli Emirati Arabi fino alla Russia che proprio in questi giorni ha scartato come «illogica» la road map illustrata da Haftar per la fase successiva alla «liberazione» di Tripoli a favore di un dialogo politico tra tutte le parti in causa. Nessun ripensamento, apparentemente almeno, da parte del presidente egiziano che vede nella Fratellanza musulmana un bersaglio da colpire, dentro e fuori dai suoi confini. In tale contesto è apparsa quasi patetica la minaccia di Haftar di colpire interessi turchi in rappresaglia per il sostegno militare assicurato da Ankara a Serraj.

L’ITALIA SENZA POLITICA ESTERA È FUORI DAI GIOCHI

Insomma, l’esigenza di una soluzione politica quale unica opzione degna di spianare la strada per la stabilizzazione della Libia sta guadagnando terreno mentre lo sta perdendo la sua rappresentazione di Tripoli come il covo di ogni possibile male. Ma proprio in questo momento, in cui lo snodo della crisi libica dovrebbe vedere all’opera il sempre rivendicato protagonismo politico-diplomatico italiano, il governo gialloverde gioca un’altra partita, quella della Sea Watch e del litigio con i principali Paesi europei su chi può dare lezioni a chi.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

Prova a smarcarsene il ministro degli Esteri Moavero Milanesi, ma solo per affermare coraggiosamente che Tripoli non è un porto sicuro e per incontrare l’inviato dell’Oni Ghassam Salamè che ha tenuto ad esprimere il suo apprezzamento alla Lega araba e al Kuwait in particolare per il supporto accordato agli sforzi dell’Onu per superare la crisi libica. Al governo in quanto tale la questione sembra interessare solo tangelzialmente.

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