Reddito di cittadinanza e secondo mandato, il doppio rischio M5s

Lorenzo Andraghetti
08/03/2018

In caso di mancata realizzazione della promessa, i grillini perderebbero consenso. E se ci fossero elezioni anticipate il regolamento interno taglierebbe un terzo dei parlamentati. Le spade di Damocle.

Reddito di cittadinanza e secondo mandato, il doppio rischio M5s

Le prove di dialogo, o negoziazione che dir si voglia, tra Partito democratico e Movimento 5 stelle sono già andate in onda (nel vero senso della parola) in almeno tre occasioni nel corso dell'ormai passata legislatura. Il primo caso fu l'incontro tra Pier Luigi Bersani e gli allora neo capigruppo Vito Crimi e Roberta Lombardi, nel 2013, per un governo a guida Pd: tutti ricordiamo come andò a finire (male).

ACCORDI PD-M5S STORICAMENTE DIFFICILI. Il secondo episodio fu il celebre streaming tra Matteo Renzi e Beppe Grillo nelle consultazioni del febbraio 2014 in cui il leader pentastellato non lasciò parlare il neo premier Renzi e finì dopo una caciaria durata meno di 10 minuti. Poi ci fu l'approccio in parlamento coi famosi "pizzini" recapitati da Matteo Renzi a Luigi Di Maio.

INTESE SOLTANTO SU CSM E CONSULTA. Infine, pochi mesi dopo, un tavolo in occasione della riforma del sistema elettorale che vide inizialmente Di Maio disposto al dialogo con Renzi. Tre incontri trasmessi in streaming che, anche in questo caso, si risolsero in un nulla di fatto. Le uniche intese tra Pd e M5s andate a buon fine le possiamo trovare nelle nomine di Zaccaria e Sciarra rispettivamente al Consiglio superiore della magistratura (Csm) e alla Consulta.

Considerati i precedenti, c'è dunque un dato di fatto di cui bisogna prendere atto: né i dem si fidano dei grillini né viceversa. Con questi presupposti è difficile pensare che ci possa essere un accordo che duri cinque anni.

IL PD PUÒ ESSERE L'AGO DELLA BILANCIA. Un passo indietro: i risultati elettorali hanno visto la coalizione di centrodestra reclamare il diritto a formare (o almeno provarci) un governo. Dal canto loro i cinque stelle hanno chiesto l'incarico in quanto primo partito. Nessuno dei due principali attori (Di Maio e Salvini) sembrano avere intenzione di provare a sedersi allo stesso tavolo. Per come stanno le cose, il Pd può essere l'ago della bilancia.

LA VENDETTA DEI DEM DOPO GLI INSULTI. L'unico problema è che i democratici hanno deciso – lo ha confermato anche Andrea Orlando dopo le dimissioni di Renzi – di restare a guardare. La stessa posizione che tennero i pentastellati nel 2013. Se da un lato Di Maio mira a spaccare il Pd chiedendo la testa di Renzi al fine di un dialogo per la formazione del governo, dall'altro lato il Pd vuole “vendicarsi” del trattamento subito dal M5s nel 2013 e spingerlo verso destra dichiarandosi indisponibile ad accordi di governo con chi per anni li ha dipinti come «petrolieri, inciucisti e mafiosi» (cit. Renzi).

L'immobilismo piddino può portare il Paese a elezioni anticipate già nel 2019. Come successe in Spagna nel 2015 all'epoca del boom di Podemos

Considerando che Matteo Salvini non accetterà mai di staccarsi dalla coalizione di centrodestra per far parte di un esecutivo a guida Di Maio (l'opzione contraria è ancora più assurda), c'è da immaginare che l'immobilismo piddino possa realmente portare il Paese a elezioni anticipate già nel 2019. La stessa cosa che successe in Spagna nel 2015 quando all'epoca ci fu il boom di Podemos col 20% dei consensi.

SENZA RENZI IL PARTITO GUADAGNA VOTI? Il Pd ha quindi in mano le chiavi per creare il caos e vendicarsi così sul M5s e da un'elezione anticipata potrebbe anche guadagnare qualche consenso perduto per le scellerate scelte di Renzi. In primis perché peggio del 18% è difficile pensare che possa fare e poi perché un qualsiasi Pd che non sia più a guida Renzi sarebbe più attraente.

TRA I DUE LITIGANTI IL TERZO GODE SEMPRE. Del resto dopo cinque anni in cui l'unica sfida che è stata proposta all'opinione pubblica è stata quella tra Pd e M5s, per poi trovare un vittoria del centrodestra, la lezione che ormai tutti hanno imparato è che “tra i due litiganti il terzo gode”. Ora il Pd vuole essere il terzo, lasciare che Lega e M5s risolvano il problema governabilità e attendere che dalla loro sovraesposizione mediatica l'elettorato scappato verso Di Maio possa almeno in minima parte tornare.

[mupvideo idp=”5745370288001″ vid=””]

In termini di votanti infatti l'istituto Cattaneo ha rilevato come gli elettori del Pd siano fuggiti in maggioranza proprio verso il M5s. Si tratta di un elettorato molto volatile.

GROSSE PROMESSE IN VENETO NEL 2013. Si pensi solo al risultato del M5s alle elezioni del 2013 nel Nord-Est, principalmente in Veneto. Gianroberto Casaleggio promise l'abolizione dell'Irap agli industriali e la campagna elettorale dell'epoca fu tutta incentrata sul sostegno alle piccole e medie imprese. Non a caso gli extra stipendi dei deputati e senatori sono stati fatti confluire in un fondo statale per il microcredito alle imprese.

ELETTORATO AL SUD A RISCHIO DELUSIONE. Nonostante questo e le promesse di Casaleggio, che nel concreto non è riuscito ad attuare, il Veneto è stata le regione in cui il M5s ha perso più voti rispetto al 2013. Forse questo è un primo segnale dell'insoddisfazione dell'elettorato verso chi aveva fatto delle precise promesse (non mantenute). Oggi invece che la campagna dei cinque stelle è stata improntata sul redditto di cittadinanza che vedrebbe i maggiori beneficiari di questo sussidio al Sud Italia, i picchi di voto li ha ottenuti proprio sotto Roma con punte di oltre il 40%, quando nel 2013 non superavano il 25% (eccezion fatta per la Sicilia).

La mancata attuazione delle promesse elettorali in breve tempo può penalizzare il M5s in un eventuale ritorno alle urne a breve termine

Allo stesso modo in cui dopo l'entusiasmo iniziale Podemos in Spagna perse un milione di voti alle successive elezioni del 2016 (dovute alla mancata formazione del governo), è legittimo pensare che la mancata attuazione delle promesse elettorali in breve tempo possa penalizzare il M5s in un'eventuale elezione a breve termine. Ciò potrebbe andare a vantaggio del Pd e di Forza Italia (al Sud è difficile pensare che la Lega possa aumentare ulteriormente i suoi consensi).

CLASSE DIRIGENTE GRILLINA DA TAGLIARE? C'è anche un'altra questione che giocherebbe a favore dei partiti nel caso di un ritorno alle urne: il M5s dovrebbe sostituire tutta la sua classe dirigente, compreso Luigi Di Maio. Scatterebbe infatti il secondo mandato (anche se interrotto), regola a cui il M5s non ha mai derogato e si è sempre detto indisponibile a modificare.

UN'AMNISTIA CREEREBBE MAL DI PANCIA. In questo caso è presumibile che Casaleggio e Grillo facciano un'amnistia generale e salvino tutti gli eletti al secondo mandato, ma sicuramente si genererebbero molti mal di pancia e diverse polemiche nell'elettorato e ci si esporrebbe ulteriormente all'attacco di media e partiti.

A ogni modo la figura di Alessandro Di Battista, il leader più amato dai grillini, è pronta a tornare in campo proprio in caso di elezioni anticipate. È il jolly che Casaleggio potrebbe giocarsi nel momento in cui non potessero riproporre Di Maio a breve termine. Il miglior prodotto editoriale della Casaleggio srl potrebbe offrire un'ancora di salvataggio al partito di Grillo nel caso in cui tra uno o due anni si tornasse alle urne e la regola dei due mandati eliminasse un terzo degli attuali eletti al parlamento.

RISCHIO BOOMERANG PER IL 2023. In tutto questo, l'unica evenienza che potrebbe tenere i cinque stelle fuori dal governo è un asse centrodestra-Pd già collaudato nel corso della passata legislatura e pronto a essere rinnovato, ma con un unico problema: se cinque anni di Pd e Forza Italia prima, e Pd e Alfano poi, hanno portato il M5s dal 25,5% dei consensi del 2013 al 32,5% dei consensi nel 2018, è facile pensare che altri cinque anni di asse destra-sinstra proietterebbero i pentastellati al 51% nel 2023. Se il gioco dei partiti è sopravvivere per una legislatura e poi andare definitivamente in esilio, questa sembra essere la strategia migliore.

* Ex attivista e collaboratore parlamentare alla Camera per il Movimento 5 stelle