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Discusso ma non votato il ddl per l'assestamento di bilancio

Discusso ma non votato il ddl per l’assestamento di bilancio

Conte aveva detto: «Con questo documento risponderemo a Bruxelles». Partita la lettera per i partner dell’Ue. Obiettivo: evitare la procedura d’infrazione riducendo il deficit.

19 Giugno 2019 16.51

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Nella serata del 19 giugno il Consiglio dei ministri ha discusso, ma non ha votato il disegno di legge per l’assestamento di bilancio, misura con cui il premier Giuseppe Conte intende «rispondere a Bruxelles» per evitare la procedura d’infrazione. Il ddl ha il suo principale riferimento normativo nella legge di contabilità e finanza pubblica. Il vertice a Palazzo Chigi è iniziato attorno alle 21 e si è concluso alle 22.30. Subito dopo il premier ha inviato una lettera agli altri 27 Paesi membri dell’Unione europea, al presidente della Commissione Jean Claude Juncker e al presidente del Consiglio Donald Tusk. Spazio anche per la nomina, su proposta della ministra della Difesa Elisabetta Trenta, dell’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone come nuovo capo di stato maggiore della Marina.

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La norma sulla finanza pubblica dispone che entro il mese di giugno di ciascun anno il ministro dell’Economia presenti al parlamento un disegno di legge per l’assestamento delle previsioni economiche, anche sulla scorta della consistenza dei residui attivi e passivi accertata in sede di rendiconto dell’esercizio concluso il 31 dicembre precedente. Conte ha spiegato che il documento servirà a «certificare un monitoraggio dei conti pubblici» da portare in Europa al summit del 20 e 21 giugno, per dimostrare che «sono le nostre stime ad avere il sopravvento su altre stime che non corrispondono ai reali flussi di cassa».

COSA SI PUÒ FARE CON QUESTO DDL

Con il ddl di assestamento possono essere proposte variazioni compensative tra le dotazioni finanziarie relative a programmi di una stessa missione, comprese le spese predeterminate per legge. Le variazioni devono essere limitate all’esercizio in corso, assicurare il rispetto dei saldi di finanza pubblica e conformarsi al divieto di utilizzare stanziamenti di conto capitale per finanziare spese correnti.

IL CALO DEL DEFICIT AL 2,1% DEL PIL

Nella trattativa con Bruxelles il governo non intende cedere sulla manovra correttiva. Punta piuttosto, anche con questo provvedimento, a mettere nero su bianco maggiori entrate e minori spese, che porterebbero il deficit al 2,1-2,2% del Pil secondo quanto annunciato nei giorni scorsi dal Tesoro. La “ricetta” si basa sul contenimento della spesa corrente e non dovrebbe contemplare né un aumento delle tasse, né la sottoscrizione di nuove clausole di salvaguardia. Conte e il ministro Tria, oltre ai due miliardi già “congelati” nell’ultima manovra, per far calare il deficit sono pronti a usare anche i tre miliardi di residuo non spesi dall’Inps per quota 100 e reddito di cittadinanza. Ma sulla destinazione effettiva di questi fondi M5s e Lega devono ancora trovare la quadra. E la cifra potrebbe comunque non bastare per evitare la procedura.

SALVINI VUOLE GARANZIE SULLA RIFORMA FISCALE

Difficile che Salvini accetti un compromesso senza avere certezze sulla riforma fiscale, potenziale grimaldello per far saltare il governo. Della misura se ne parlerà in autunno, frenano a Palazzo Chigi, ma la Lega insiste perché qualsiasi risorsa risparmiata sia utilizzata per il taglio delle tasse. Lo spazio di manovra di Salvini, tuttavia, non è amplissimo sui conti, sui quali attenta e costante è la vigilanza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Toccherà a Conte, a Bruxelles, far valere le ragioni politiche e dei numeri del governo. Resta da vedere se il premier riuscirà a convincere i suoi interlocutori europei e, soprattutto, quelli interni, con un’alleanza M5s-Lega che ormai corre sul filo.

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