Giorgio Triani

Per spiegare il successo di Salvini serve Chiara Ferragni

Per spiegare il successo di Salvini serve Chiara Ferragni

15 Novembre 2018 15.21
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Fabio Rovazzi, LaSabri, Sofia Viscardi, Gianluca Vacchi, Favij e ovviamente l’ormai mitica Chiara Ferragni. E a loro, creature del web da milioni di follower, visualizzazioni e like, che bisogna riferirsi per capire la politica attuale. Spero sia chiara la provocazione, ma ancor più chiaro che, se si vuole analizzare perché oggi siano vincenti Donald Trump e i nostri Matteo Salvini e Luigi Di Maio, non sono più citabili Max Weber, Norberto Bobbio, Enrico Berlinguer. Ovvero le categorie politologiche classiche e i leader dei partiti di massa che furono. Ma, viceversa si deve guardare, senza stupore e facili ironie, al successo clamoroso della composita genia di campioni dello showbiz digitale.

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Vero è che da parecchi anni procediamo a tutta velocità, ma con la testa girata all’indietro. Però se questa attitudine vintage e vagamente nostalgica non fa danni se applicata alla moda e al costume, è invece rovinosa se applicata alla politica. L’ascesa di un movimento come i 5 stelle nato dai Vaffa Day, di un presidente del Consiglio per caso, come Giuseppe Conte, di due vicepremier come Di Maio e Salvini che hanno il luogo eletto di azione e comunicazione non nei relativi ministeri ma in Facebook rischia infatti di essere considerata un incidente, un'anomalia. E non invece, come è, il prodotto di una fase sociale che procede velocissima e distruttiva dei criteri tradizionali di valore, cancellando (o quasi) “percorsi” e apprendistati, ma anche “maestri” riconosciuti e autorità (morali e scientifiche) rispettate. L’uno vale uno del web e assurto a mantra da Beppe Grillo e dai suoi seguaci autorizza infatti il Toninelli o la Taverna di turno, allo stesso modo del ministro leghista dell’Università Marco Bussetti, a dire e fare come gli viene, senza alcuna remora o vergogna nel momento in cui si evidenzia che hanno detto e fatto come nelle barzellette. Perché dire, contraddire e contraddirsi in Rete è abbastanza normale. Anzi: è la norma. Visto che ci vuole un attimo per condividere un post o mettere un like, ma anche per scordarseli un’ora dopo.

UNA POLITICA FIGLIA DELLA TIVÙ COMMERCIALE

Allo stesso modo degli youtuber, instagramer, influencer e videoblogger, che non sono più giornalisti, presentatori, videomaker, cantanti, attori, ovvero classificabili secondo categorie codificate, così i giovani leader populisti sono dei politici di nuova generazione, geneticamente modificati, non assimilabili ai leader pre-Internet. Tuttavia Salvini e Di Maio non potrebbero essere quel che sono senza l’azione esercitata negli ultimi 30 anni da due mondi che hanno lavorato potentemente sulla cultura e l’immaginario collettivo. Cioè la tivù commerciale e lo spettacolo sportivo, segnatamente, il calcio, vissuto come tifo, come partecipazione e passione esagerate. La prima infatti ha quasi del tutto oscurato l’originaria funzione formativa del medium: il puro divertimento, spesso volgare, si è imposto su tutto, generando un’inedita genia di personaggi (famosi) non tanto per le qualità artistiche ma per la capacità di bucare lo schermo. Puntare alla pancia dello spettatore e dare al pubblico ciò il pubblico vuole, per dirla col marketing, è stato ed è il lievito di una tivù che ha generato e genera “mostri”, perché fondamentalmente tesa a fare audience e non cultura, a formare consumatori piuttosto che cittadini, a capitalizzare ascolti puntando sulle facili emozioni, sullo sfruttamento della cronaca nera e delle paure.

Dicendo tivù commerciale devo però precisare che mi riferisco a una sistema che definisce una fase storica della comunicazione e non a Silvio Berlusconi in quanto tycoon e leader politico. Anche se non si deve dimenticare che è stato lui a creare per primo un partito dal niente, Forza Italia, figlio della tivù, della pubblicità e del Milan. Lui, il primo, che ha rotto con la tradizione e con il modello dei partiti di massa. Lui che in qualche modo, anche indirettamente e inconsapevolmente è padre di Di Maio e di Salvini e prima ancora di Matteo Renzi. Ovvero di leadership che sono personali e che del partito di riferimento conservano solo l’aspetto esteriore, la facciata. Dei simulacri nei quali gli iscritti sono come il pubblico degli studi televisivi: pura coreografia. Tappezzeria. Gente che deve applaudire a comando. Perché lo spettacolo è tutto nelle mani del conduttore.

LA "LEZIONE" DELLE CURVE ULTRÀ

Lo spettacolo calcistico, invece, inteso come tifo estremo, passione esagerata, sentimento ultrà ha contribuito a dare un carattere giocoso a eccessi d’ogni tipo. Ha alimentato lo spirito del branco e trasformato insulti e offese in discorso pubblico; ha reso in qualche modo accettabili e non più impronunciabili espressioni da codice penale. È cosi che tra una rissa e un coro di «bu-bu» rivolti al giocatore di colore, uno scontro tra tifoserie variamente chiamate "guerrieri", "fegati spappolati", "brianza alcolica" e uno striscione contro gli ebrei, è venuto diffondendosi un sentimento di intolleranza, di offesa gratuita, di sciovinismo e razzismo striscianti. La differenza fra il primo leghismo da stadio e quello attuale è che dalle paternalistiche “banane” di Calderoli si è passati all’impietoso «la pacchia è finita» di Salvini. È lo stesso incrudelimento che caratterizza il variegato fronte webbarro dei grillini schiamazzanti e offensivi nei confronti di chiunque osi criticare o addirittura opporsi al governo del cambiamento.

IL TEATRINO DEL MALCONTENTO

Insomma tivù commerciale e tifo ultrà sono stati gli incubatori e propagatori di comportamenti e linguaggi spesso in assoluta e deplorevole libertà. Essendo peraltro le cause che più hanno contribuito alla spoliticizzazione dello spazio pubblico, diventando i luoghi eletti dello scatenamento di una protesta tanto urlata quanto vaga negli obiettivi. Un “teatrino” del risentimento e malcontento, molto coreografico, soprattutto in tivù, e che alla lunga, dai e dai, un giorno dopo l’altro, ha alimentato un opinione pubblica, nella sua grande maggioranza, anti/contro/avversa a tutto e tutti: agli arbitri, ai presidenti, al sistema, ai poteri forti e occulti, agli intellettuali, ai “terroni” ora identificati con gli immigrati che ci rubano lavoro e casa. Il termine populismo ne rappresenta bene l’esito ultimo. Ma pure il No 2.0 (no Vax, no Tax, noTav e NoTap) nelle sue più violente espressioni ha sembianze da tifo ultrà. Nondimeno il «puttane» con il quale Alessandro Di Battista ha definito i giornalisti alla notizia dell’assoluzione della sindaca Virginia Raggi, è un classico del lessico tifoso nei confronti della «cattiva stampa».

"PERCEZIONI" AL POSTO DEI FATTI

In questo senso i social, ma soprattutto Facebook che è in assoluto il più popolare e dunque più populista, non hanno inventato o creato nulla di nuovo, hanno solo portato a maturazione fenomeni, sentimenti, valori allineati al metro e agli standard comportamentali della Rete, della comunicazione web&social. Ovvero mutevoli, veloci, impermanenti, esagerati, autocentrati, maleducati. Tali che i giudizi meditati e il prestigio costruito nel tempo (degli opinion leader) è stato sostituto dalle opinioni di giornata degli influencer. Mentre le "percezioni” e le bufale hanno preso il posto dei fatti e gli insulti, i dileggi, le promesse campate per aria sono diventati pane quotidiano per il popolo della Rete. In un contesto più generale dove successi e insuccessi (anche di prodotti, marche e mode) accadono molto velocemente e passare dallo status di genio a quello di cretino, da quello di fenomeno a quello di “poveretto” ci vuole poco. Niente. Un attimo. Come dimostrano le ultime vicende di Matteo Renzi: in due anni precipitato da leader che incontra Barack Obama e fondatore del Partito della nazione alla malinconica convention di Salsomaggiore dei giorni scorsi dove riunisce e arringa il proprio gruppo ultrà.

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È così e solo così che, evidentemente in modo credibile per la maggioranza degli italiani, il duo Di Maio-Salvini può abolire la povertà per decreto, promettere di togliere le accise sulla benzina nel primo Consiglio dei ministri, cancellare la legge Fornero nel secondo e nel terzo annunciare la nazionalizzazione delle Autostrade e tanto che si è in viaggio anche di Alitalia. Proclami questi, come tanti altri, senza esito e seguito. Per fortuna o purtroppo, come cantava Giorgio Gaber, tutti ancora da realizzare. Intanto però potremmo lanciare l’hashtag #Rovazzipresident (del Consiglio), proporre Vacchi come ministro della Famiglia e la Ferragni ai Beni culturali. È drammaticamente probabile che la situazione potrebbe solo migliorare.

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