Francesco Pacifico

La strategia del Movimento 5 Stelle per bloccare le trivelle

La strategia del Movimento 5 Stelle per bloccare le trivelle

08 Gennaio 2019 07.00
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I Cinquestelle sono pronti a bloccare le trivelle nei mari italiane, dove dovrebbero depositati fino a cento miliardi di metri cubi di gas naturale. Stop con una moratoria a tutte le attività di ricerca (anche a terra) in corso e future, aumento dei canoni per le attività di esplorazione (che potrebbero aumentare fino a 30 volte), maggiori poteri d'interdizione alle Regioni che sono di fatto escluse nelle autorizzazioni dagli interventi off shore. Una stretta – Lega permettendo – che sarà realizzata inserendo un emendamento ad hoc al decreto Semplificazione in discussione al Senato e che già fa minacciare le aziende petrolifere operanti del nostro Paese a trasferirsi all'estero. Complice le polemiche per l'autorizzazione concessa a dicembre dal Mise a tre esplorazioni nel Mar Ionio, i pentastellati vogliono chiudere il dossier nei prossimi giorni. In primo luogo l'emendamento al decreto Semplificazione prevede l'istituzione di un piano delle aree: sarà un monitoraggio su tutto il territorio italiano (quindi in mare e sulla terra ferma) per vedere dove è possibile esplorare o trivellare alla ricerca di gas naturale e petrolio. Sarà uno studio approfondito, che studierà le caratteristiche morfologiche del territorio, la fauna e le flora presenti fino all'incidenza sanitaria e agli impatti sulle attività di pesca. A curarlo sarà un'apposita commissione governativa, dove oltre ai ministeri competenti (l'Ambiente, le Infrastrutture e lo Sviluppo economico) entreranno le Regioni. Le quali, come dimostrano in tanti ricorsi fatti in questo anno, sono per la maggioranza schierate sul fronte No Triv.

GIÀ 30 ESPLORAZIONI E 40 RICHIESTE DA RIGETTARE

Soprattutto questo lavoro potrebbe durare fino al 2020. E fino a quella data il governo è pronto a decidere una sospensione delle attività di ricerca presenti e futuri: soltanto al vaglio dei dicasteri competenti ci sono 40 richieste di esplorazione in mare, che verranno quindi bloccate come la quasi trentina di attività in corso. Non entreranno in questa moratoria i campi dove c'è coltivazione, cioè estrazione di gas naturale. Ma anche su questo fronte ci saranno novità penalizzanti per il settore. Infatti nell'emendamento al decreto torneranno l'aumento dei canoni per i campi autorizzati: si passa dagli attuale mille euro per un chilometro quadrato a 20 o 30mila euro. Per esempio, l'Eni, soltanto per il maxigiacimento da 4 miliardi di metri cubi l’anno davanti alle coste del ravennate dovrebbe spendere in più circa 200 milioni. In queste ore si sta decidendo anche se mettere fuori legge le tecniche più invasive di fracking (come la famigerata air gun a onde sonore) e soprattutto di modificare le regole di concessione, che in mare danno l'ultima parola al governo, ridando un ruolo alla Regione. Sempre allo studio ci sono la decisione di mettere al bando ogni attività estrattiva nei golfi storici (sarà citato quello di Taranto), quella di portare il limite da 12 miglia dalla linea di costa a 12 dalla cosiddetta linea di base (in questo modo la distanza dai centri abitati agli impianti potrebbe anche essere triplicata) e nuove regole per rendere più ecosostenibile il trasporto delle navi verso i rigassificatori. Il tutto in linea con il piano clima che il governo sta scrivendo e che dovrebbe portare l'Italia ad abbandonare il carbone e le fonti fossili più inquinanti.

DI MAIO VUOLE CHIUDERE LE POLEMICHE SUL SUO MINISTERO

Questa al momento la strategia dal fronte Cinquestelle, ben sapendo che la Lega – che controlla la Regione Veneto da sempre contraria a esplorazioni nel Nord Adriatico – sul tema si muove in maniera molto cauta. Senza contare che c'è la volontà di chiudere le polemiche dopo l'autorizzazione del ministero di Luigi Di Maio a tre concessioni di ricerca nel Mar Ionio, nelle acque pugliesi, all'America Global Med Lc. Movimenti no Triv e militanti grillani, per non parlare del governatore Michele Emiliano, hanno accusato Luigi Di Maio & Co. di tradimento. Accusa respinta dal parlamentare del M5S, Giovanni Vianello, massimo esperto tra i pentastellati in questa materia: «Nessun tradimento, non potevamo fare diversamente, abbiamo trovato tutto in eredità, quando c'era il Pd al governo. La prima autorizzazione da parte del ministero delle Infrastrutture è del novembre 2016, poco dopo è arrivato il via libera della Conferenza dei servizi. Il parere dei ministeri dell'Ambiente e dei Beni culturali è del 31 agosto del 2017, poi la questione è passata al Mise. Qui, su decisione dell'ex viceministro Teresa Bellanova, è nata una commissione ad hoc, la Teseo, che ha concluso i lavori soltanto a maggio del 2018, dando un giudizio favorevole. A quel punto i tecnici del ministero di Luigi Di Maio non potevano che firmare la certificazione unica nei tempi stabiliti, altrimenti avrebbero rischiato di essere indagati per omissione di atti d'ufficio. Ma le prossime richieste di concessione, circa una quarantina, saranno tutte bloccate». E la cosa spaventa non poco l'industria energetica italiana.

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