Viaggio a Gratosoglio, il quartiere di Mahmood

12 Febbraio 2019 12.53
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Quando si entra al Gratosoglio, isola figlia del boom Anni 60 nella periferia Sud milanese, la sensazione è quella di essere in un quartiere fantasma. Nelle strade e nelle piazze tra le case popolari, anche in pieno giorno, solo qualche persona che passeggia e qualche auto. La maggior parte dei negozi ha le serrande abbassate. Da una finestra delle “torri bianche” dell’Aler (l’azienda lombarda che gestisce le case popolari), arrivano le note di Soldi, la canzone di Alessandro Mahmoud, nome d’arte Mahmood, vincitore del Festival di Sanremo 2019.

È all’ombra di queste torri, simbolo dell’abbandono della zona, che il 26enne figlio di madre sarda e papà egiziano è cresciuto. «Dopo un po’ che lo sentivo cantare gli urlavo dall’altra parte del muro di smetterla», racconta a Lettera43.it una vicina di casa, «per me era solo uno dei tanti che qui si danno a questi nuovi generi musicali per me indefinibili». Ora è l’orgoglio del Gratosoglio, un «italiano al 100%» (come lui si definisce) che come molti altri ha cercato attraverso la musica una via di uscita da questo “quartiere-dormitorio”.

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UN QUARTIERE "MALATO" DI MANCANZA DI PROSPETTIVE

Un quartiere di 16 mila persone abbandonato la mattina dai pendolari che, quando tornano la sera, la cosa migliore che hanno da fare è stare nelle loro case. I negozi, i bar, i ristoranti non riescono a sopravvivere e i giovani appena riescono scappano. «Spero sia un abbaglio tutta questa oscurità», è il graffito che si legge avvicinandosi alla base di una delle torri, un tempo parte dell’impero Ligresti. Parlare con gli abitanti conferma l’impatto che si ha all’ingresso nel quartiere: il dramma più avvertito non è la scarsa integrazione o la mancanza di sicurezza, ma l’assenza di prospettive. Certo, non mancano i problemi legati allo spaccio o alla micro-criminalità. L’occupazione abusiva degli alloggi popolari, qui come in tante altre periferie di Milano, genera insicurezza e paure. La sera, complice anche la scarsa illuminazione, la gente esce di casa sapendo che ci sono vie da evitare. Qui si trova anche un dormitorio/mensa gestito dai francescani, la cosiddetta “casa gialla”, che richiama da fuori povertà aggiuntiva.

LA PARROCCHIA DI FRONTIERA

Don Giovanni Salatino è il classico prete di frontiera e dalla sua parrocchia incastonata tra le torri bianche spiega la situazione: «I due problemi principali sono l’invecchiamento della popolazione e l’ammassarsi di criticità legate alle diverse comunità che vivono qui». Con il suo oratorio e la sua chiesa, don Giovanni lotta da sei anni per l’integrazione delle varie realtà della zona. Il 13 febbraio, per esempio, è in programma una veglia interreligiosa alla presenza dell’arcivescovo di Milano Mario Delpini e dell’imam di Sesto San Giovanni Abdullah Tchina. «Viene anche Beppe Sala», dice il prete mentre cerca di tenere a bada i ragazzi impegnati in un torneo di calcetto (e assicura che il sindaco aveva confermato la sua partecipazione da prima di Sanremo). «Ma qua, sul lungo periodo, il problema più grosso è che non c’è accesso a un’istruzione medio-alta. I figli non hanno la prospettiva di fare un lavoro migliore di quello dei genitori», spiega, «una mina che rischia di esplodere se non viene disinnescata».

IL PIAZZALE SENZA NOME TRA LE TORRI

A pochi metri dalla parrocchia c’è lo spiazzo battuto dal vento che il Comune due anni fa aveva pensato di battezzare "piazza Allegria", in onore di Mike Bongiorno e della sua fondazione, e che invece è rimasto senza nome. Sotto i portici delle torri si contano almeno tre associazioni di assistenza alle famiglie o ai bambini. «In questo quartiere ci sono più associazioni e onlus che attività commerciali», spiega sorridendo Susy Giani Liuzzi, 83 anni, una vera istituzione del Gratosoglio. Susy gestisce il Laboratorio Creativo CCTE Zona 5, dove con i suoi colleghi educatori fa dopo-scuola ai bambini delle elementari. Nel 1966, anno di fondazione del Gratosoglio, aveva 30 anni e da allora vive e lavora qui. «Il Boom non è durato molto», ricorda mentre una bimba originaria del Congo le passa delle decorazioni per Carnevale, «già dagli Anni 80, con il supporto di Don Gino Rigoldi, abbiamo dovuto affrontare la diffusione dell’eroina e della tossicodipendenza. Poi ci siamo formati per dare assistenza ai malati di Aids e dalla fine degli Anni 90 ci dedichiamo all’istruzione. Oggi ci prendiamo cura di 60 bambini, di cui solo nove hanno origini italiane». Su un muretto fuori dal laboratorio, qualcuno ha lasciato la scritta «Chiudere CasaPound». Nessuno in questi mesi l’ha cancellata.

Il problema è che non c'è accesso a un’istruzione medio-alta, così i figli non hanno la prospettiva di fare un lavoro migliore di quello dei genitori

Secondo Susy, il problema ormai non è l’integrazione: «Qui ormai la maggior parte dei ragazzi di origine straniera è di seconda generazione. Sono tutti “italiani al 100%”, come dice Mahmood. Il vero problema è che il quartiere è abbandonato a se stesso e alle sue sole energie». Secondo i dati presentati dall’Istat alla Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle periferie nel 2017, l’indice di vecchiaia di Gratosoglio è di 252 punti rispetto alla media milanese di 196, mentre il tasso di disoccupazione è del 10,6%, il terzo più alto dopo quello di Quarto Oggiaro e della Barona. La disoccupazione giovanile è al 32,6%.

Negli ultimi anni il Gratosoglio ha cercato di cavarsela da solo. Alla Comunità Oklahoma, che dal 1982 offre riparo a minorenni in difficoltà, spiegano che nel quartiere ci sono circa 30 tra associazioni, onlus, cooperative di volontariato e comunità. «Negli ultimi anni ci siamo resi conto che il numero delle varie associazioni cresceva sempre di più», raccontano Francesca Ciulli e Andrea Cainarca, tra i responsabili della storica comunità, «fino a formare una vera rete all’interno del quartiere di soggetti grandi e piccoli che dialogano tra loro. È un segnale positivo che si riflette nella quotidianità dei ragazzi, ma non compensa il deserto di opportunità della zona».

All’Oklahoma vivono 18 giovani tra i 13 e i 18 anni in affidamento dai servizi sociali, che la comunità accompagna fino alla maggiore età per riuscire a renderli autonomi nella maniera migliore e più veloce possibile. Tra di loro ci sono italiani e migranti non accompagnati, tutti abitano in questa oasi nella punta più meridionale del Gratosoglio. La speranza è che, usciti di lì, il quartiere sia in grado di accoglierli. E che sia in grado di farlo anche senza quella rete di associazioni e volontari che non può sostituirsi al reale tessuto economico e sociale di un territorio.

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