Grecia al bivio tra salvataggio e default: cosa cambia

Francesco Pacifico
16/02/2015

Con l'intesa addio Troika e via alle riforme. O ritorna la dracma. Ultimatum di Bruxelles.

Grecia al bivio tra salvataggio e default: cosa cambia

O dentro o fuori. Non ci sono mezze misure.
Stanno scadendo i termini per salvare la Grecia e, di riflesso, per allontanare il rischio di un Double Dip (una ricaduta della recessione) nel Vecchio Continente.
UNA SETTIMANA DI TEMPO. In teoria, seppure fallisse anche l’Eurogruppo che si è aperto il 16 febbraio a Bruxelles, le parti in causa avrebbero tempo fino alla fine della settimana per stingere un compromesso dignitoso per tutti.
Anche perché alcuni parlamenti (come quello di Berlino) devono approvare gli impegni dei rispettivi Paesi derivanti dai piani d’intervento comunitari.

 


ONEROSE PROMESSE ELETTORALI. In pratica si registra sui mercati una maggiore riluttanza verso i tira e molla di Alexis Tsipras, mentre in Grecia la piazza pretende dagli uomini di Syriza il rispetto degli ambiziosi e onerosi impegni elettorali.
In quest’ottica sono indicative le 15 mila persone che si sono ritrovate davanti alla Camera per protestare contro la Troika, mentre Yanis Varoufakis trattava con i suoi colleghi le clausole del salvataggio ellenico.
Ecco che cosa può succedere, nel bene e nel male.

 

Ipotesi A) C’è l’accordo con l’Ue: la Grecia si salva

 

1. Cosa ottiene Atene: via la Troika, dentro i funzionari Ue

Per quanto possa apparire incredibile, Alexis Tsipras ha stoppato il suo ministro delle Finanze, Yanis Varoufakis, dal firmare un’intesa sul prolungamento delle scadenze greche per una parola di troppo.
Cioè quell’«estensione» al Memorandum esistente, che gli sherpa dell’Eurogruppo e di Atene avevano inavvertitamente inserito nel comunicato finale.
Troppo per il leader di Syriza, che ha promesso alla Patria di liberarla dal gioco della Troika (Banca centrale europea, Commissione Ue, Fondo monetario internazionale).
Eppure, a ben guadare, le parti hanno da tempo messo le basi per un accordo.
IL FMI E BCE SI SFILANO. In primo luogo Tsipras ha già ottenuto – e senza colpo ferire – la rottamazione della Troika.
Prima che si aprissero le urne in Grecia, il Fmi e la Bce avevano già deciso di uscire dal gruppo di controllo sull’applicazione delle riforme concordate nel Memorandum, lasciando questo ingrato compito all’Unione europea.
«HA FATTO IL SUO TEMPO». Già il primo febbraio il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, aveva fatto sapere: «Bisogna trovare un’alternativa alla Troika. Quest’istituzione ha fatto il suo tempo».
E quell’alternativa saranno i funzionari della Ue, che avranno il compito di seguire la Grecia.

2. Quali sono gli impegni di Tsipras: più riforme e meno tagli

È da qui che bisogna partire per delineare l’accordo tra Bruxelles e Atene.
Con il governo greco, che salva la faccia e non accetta ufficialmente il prolungamento del piano, ma mette sul piatto nuove riforme (quelle ideate con l’Ocse) in cambio di un prestito ponte per affrontare le prossime scadenze (entro luglio Atene deve rimborsare quasi 11 miliardi al Fondo monetario e alla Bce).
RIDURRE L’IMPATTO FINANZIARIO. Siccome nulla si fa per nulla, Tsipras deve rivedere la sua agenda, con la quale ha stravinto le elezioni.
Innanzitutto dovrà ridurne l’impatto finanziario, anche perché le misure previste valgono qualcosa come 11,5 miliardi di euro. Quasi il triplo rispetto a quello che il Paese può permettersi a oggi di spendere.

3. Il sacrificio necessario: scontentare in parte la piazza

Il premier e il suo ministro hanno comunicato che sarebbero pronti sia a rispettare le scadenze sul debito sia ad applicare il 70% degli obblighi previsti dal Memorandum.
L’AUMENTO FISCALE CI SARÀ. Questo vuol dire che il leader di Tsipras dovrà lavorare di cesello: confermato l’aumento del reddito minino a 750 euro promesso dopo la vittoria, ma nessun congelamento all’aumento fiscale da 11,5 miliardi di euro nel prossimo biennio deciso dal governo Samaras.
STATALI RIDOTTI: -25 MILA. Resta la riduzione dei dipendenti pubblici (25 mila quelli messi in mobilità), ma l’esecutivo s’impegna sia a ripristinare la parte di salario (circa il 20%) tagliato in questi anni sia ad alzare le pensioni minime.
In cambio dello sblocco delle privatizzazioni (il premier però proverà a strappare più soldi sulle grandi infrastrutture come il Pireo e sui diritti per le esplorazioni petrolifere), la sinistra al governo garantirà utenze gratis ai più poveri.

4. Cosa permette l’Ue: rivedere al ribasso l’avanzo primario

Soprattutto la Commissione permetterà al governo di rivedere al ribasso il livello di avanzo primario (la differenza tra le entrate e le spese delle amministrazioni pubbliche) imposto in passato: non più 3%, ma 1,5%.
PIÙ DISPONIBILITÀ IN CASSA. Siccome questo parametro è legato intrinsecamente al pagamento dei rendimenti sui titoli di Stato, questo permetterà ai greci sia di avere una disponibilità di cassa di 2,8 miliardi superiore alle previsione sia di avere più flessibilità sulle emissioni di debito sovrano.
RIMBORSI IN BASE ALLA CRESCITA? NO. Su questo versante si otterrà un altro forte risparmio, senza avallare la proposta di Varoufakis, che chiedeva di rimborsare i titoli in base alla crescita greca.

5. Qual è lo scenario futuro: il prestito ponte diventa meno impellente

In queste circostanze la Grecia potrebbe anche rinunciare al prestito ponte per affrontare le prossime scadenze.
O quantomeno chiedere la metà dei 10 miliardi a oggi necessari.
ALTRA LIQUIDITÀ DALLA BCE. Senza contare che l’accordo su un nuovo piano di riforme e ristrutturazione del debito in Europa, permetterebbe alle banche elleniche di continuare a ottenere liquidità dalla Banca centrale e – soprattutto a Mario Draghi – di poter comprare titoli di Stato ellenici e rimettere in marcia il Paese.
DEBITO PUBBLICO AL 120% NEL 2020. È proprio questa la principale leva per salvare la Grecia, che – come hanno calcolato gli analisti di Barclays – «seppure decide di andare avanti con il programma di risanamento imposto dalla Troika, vedrebbe scendere il debito pubblico dall’attuale 175% del Pil al 120% soltanto nel 2020».

 

Ipotesi B) Non c’è l’accordo: Atene e l’Europa nel caos

 

1. Le immediate conseguenze: chiusi i rubinetti alle banche

Il 28 febbraio si conclude il Memorandum tra Atene e Ue-Bce-Fmi, che di fatto garantisce l’erogazione dei prestiti da 245 miliardi.
PAGAMENTO DEI BOND ELLENICI. Il giorno dopo è il Fondo monetario a bussare alle porte greche per chiedere il pagamento dei bond ellenici (il valore è intorno a 4,6 miliardi di euro) in scadenza.
Nelle stesse ore la Bce si ritroverebbe priva di una garanzia reale (l’adesione ai piani di ristrutturazioni finanziari concordati con la Troika) e sarebbe costretta a smettere di erogare liquidità agli istituti del Paese, oggi tenuti in piedi grazie al programma emergenziale.
CORSA ALLO SPORTELLO. Sarebbe il caos, anche tenendo conto che dall’inizio dell’anno i correntisti prelevano tra i 300 e i 400 milioni di euro alla settimana dai loro conti, con l’obiettivo di portarli all’estero oppure tenerli in casa come moneta forte quando il crac porterà – come in Argentina, a Cuba o nella Russia post Elstin – all’istituzione di un cambio parallelo.

2. Come reagiscono gli altri Paesi: niente veri aiuti da Russia e Cina

Gli analisti sono scettici verso l’ipotesi che subentrino alla Troika come sottoscrittori del debito sovrano i governi cinese e russo: il primo, come dimostrano i suoi submovimenti in Africa, non ha mai brillato per generosità, l’altro sta lottando per salvare un Paese prossimo al crac.
INTERVENTO DELL’AMERICA. Senza contare che Pechino e Mosca – interessati come sono agli asset energetici e a quelli logistici – non hanno gradito il congelamento al piano di privatizzazioni deciso da Atene.
Più probabile un intervento dell’America, che da tempo lavora per la stabilità europea.
IN GUERRA CON GLI EX PARTNER. In attesa di recuperare capitali da Pechino e Mosca, è facile immaginare che Paesi come la Germania, la Francia e l’Italia – con circa 195 miliardi in bond da farsi rimborsare – facciano scattare una serie di ripicche di natura commerciale.
I MERCATI PRONTI A COLPIRE. I mercati intanto penalizzerebbero le banche di queste nazioni, più di quanto abbiano fatto con quelle elleniche dall’inizio dell’anno.
L’aumento dell’inflazione renderebbe sia l’altissimo il prezzo di beni primari sia difficile l’acquisto di beni strumentali per creare un’industria meccanica nazionale.

3. Come si comporta la Grecia: abbandono dell’euro e ritorno alla dracma

Senza specificare cifre, Alexis Tsipras ha sempre detto di avere fondi sufficienti per pagare le prossime scadenze obbligazionarie.
Difficile da credere, più certo che il neo governo di Syriza non abbia avuto il tempo (né, soprattutto, abbia le competenze) per gestire la fase di passaggio dall’euro a una nuova moneta.
Perché è questo dovrebbe succedere.
NEI TRATTATI NIENTE CLAUSOLE. Nei suoi trattati l’Unione europea non prevede clausole per regolare l’abbandono dell’euro da partner di uno dei suoi membri.
Certo, nulla osta che Atene e Bruxelles si siedano intorno a un tavolo per gestire la transizione.
Ma non avendo più nulla da perdere, Tsipras potrebbe – in maniera unilaterale – tornare alla dracma, istituire un cambio politico con l’euro e annunciare ai creditori il pagamento del debito con la nuova moneta.
IL GOVERNO STAMPERÀ MONETA. Questa scelta permetterebbe al governo di stampare moneta, finanziare quello che in campagna elettorale ha definito il suo «piano umanitario», aumentare l’inflazione e ridurre il peso dei rendimenti sui titoli di Stato in circolazione.
Ma accanto a questi effetti, se ne avrebbero altri deleteri per la Grecia.

4. Cosa succede dal punto di vista legale: contenziosi internazionali

È facile immaginare che fioccheranno contenziosi presso i tribunali internazionali tra i Paesi stranieri che hanno investito in Grecia e hanno firmato contratti in euro.
Ma se in questo caso la sovranità è un concetto aleatorio – con tutto quello che comporta sui tempi delle sentenze – lo stesso non si può dire sul debito sovrano.
LEGISLAZIONE BRITANNICA. Per motivi fiscali, il debito greco è sottoposto a legislazione britannica.
Come è avvenuto a New York nella causa tra i fondi Aurelius Capital Management ed Elliott Management e il governo argentino sui tango bond, è facile scommettere che una corte inglese imponga ad Atene di pagare in euro i titoli in scadenza.

5. Come cambia l’economia greca: arriva la recessione perenne

A quel punto parlare di ripresa sarebbe quanto meno ambizioso.
Per capirlo basta rileggere cosa scriveva nei giorni scorsi Azad Zangana, european economist di Schroders, una società di risparmio gestito inglese.
SCARSO SENTIMENT DEGLI INVESTITORI. «L’economia è tornata a una crescita positiva nel 2014, soprattutto grazie a maggiori esportazioni e una minore debolezza di altre sotto-componenti. Nonostante l’economia greca sia in movimento, ci saremmo aspettati a questo punto qualche segnale di ripresa negli investimenti delle imprese, specialmente grazie alla repentina caduta dei prezzi degli asset. Ciò evidenzia l’esitazione e lo scarso sentiment che hanno sia gli investitori locali sia quelli stranieri».
Barclays ha calcolato che in uno scenario del genere il debito pubblico scenderebbe solo al 130% del Pil nei prossimi 15 anni.