Grecia, vietato chiedere: «Come stai?»

26 Ottobre 2011 06.30
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Forse è l’aria che manca a chi vive e lavora ad Atene: è come uscire di casa ed essere immediatamente investiti da una polvere intossicante. E ben visibile.
Gli sguardi sono tetri sugli autobus, quando non i mezzi non sono fermi per sciopero. Le persone, in qualsiasi occasione. al mercato rionale, in coda all’aeroporto o all’uscita dal cinema, discutono, analizzano e, alla fine, scuotono la testa, vinti dalla realtà della crisi.
I COMMERCI DEI DISPERATI. Quella che sta stravolgendo la società greca a ritmi formidabili. Strade e marciapiedi sono pieni di buchi e ormai nessuno si azzarda più a ipotizzare quando saranno chiusi. I banchi di pegno spuntano come funghi nei quartieri, anche quelli eleganti del centro storico.
Le vetrine di chi acquista l’oro dei disperati non sono tanto diverse da quelle dei negozi ancora rimasti: non ci sono merci esposte ma, intanto, c’è sempre un’offerta. Negli uni gli indumenti hanno prezzi scontati fino al 70%; negli altri c’è sempre un’occasione da non perdere per chi offre in pegno i gioielli della nonna, gli altri.
Si cammina e si conta: ogni settimana il paesaggio urbano di Atene perde qualcosa, e un nuovo cartellino giallo di «affittasi» o «vendesi» si aggiunge agli altri dello stesso palazzo.
I PALAZZI VUOTI. Appartamenti e negozi sono sfitti o in vendita da mesi, da quando un ennesimo piccolo imprenditore  «ha messo il lucchetto», come si dice qui in Grecia: cioè ha chiuso bottega e, in qualità di ex lavoratore autonomo, non potrà usufruire, di alcuna indennità o sussidio, né apparirà nelle liste ufficiali di disoccupazione.
LE CONVERSAZIONI MUTATE. «Che lavoro fai?» è ormai una domanda da non porre più a cuor leggero. Come quando si chiede a un amico che si rivede dopo 20 anni come sta la moglie ma, magari, questo intanto si è separato o lei non c’è più. Ad Atene è facile che l’interlocutore abbia perso il lavoro, negli ultimi mesi e chissà quando ne ritroverà uno e per quale stipendio.
Così, per fare conversazione, si resta su un «Come va?», pronunciato con voce incerta.
«Come vuoi che vada?», risponde Panos, caporedattore del giornale Eleftherotypia che da tre mesi però non ha più i soldi per pagarlo.
La risposta, in ogni caso, è sempre simile. Alcuni stringono i denti, altri fanno una smorfia triste, qualcuno fissa un punto lontano: tutti, dopo, fanno una pausa di silenzio. Le storie, d’altra parte, si ripetono simili ovunque, in una monotonia inquietante: non c’è lavoro, non ci sono soldi, ma solo tasse. Il costo della vita è altissimo e si provano smarrimento, paura e, soprattutto, la sensazione di non aver alcuna prospettiva.
Una volta, in un tempo che pare lontanissimo pur non essendolo, i greci erano convinti di una cosa: godere di buona salute era l’essenziale; a tutto il resto c’era rimedio.
SI STA MALE PER OSMOSI. Ebbene, per le strade di Atene non si sente più questo refrain, e non perché i greci siano ormai tutti malati. Semplicemente, la realtà in cui vivono si è incartata in un continuo peggioramento.
Non occorre essere colpiti direttamente dalla crisi. La polvere intossicante del malessere copre gli sguardi di ogni persona mediamente sensibile. Silvia ha una farmacia e non le va malissimo. «Il lavoro non risente troppo della situazione», racconta,
«ma vedere quello che sta succedendo, le difficoltà di così tanti, soprattutto migranti e pensionati, mi opprime. Poi mi chiedo se mai riusciremo a rialzare la testa, cosa succederà fino ad allora».
TRAVOLTI DAL CAMBIAMENTO. In un quadro di stravolgimento così repentino come quello in atto in Grecia, la preoccupazione è la velocità del cambiamento. Perché è certo che molte, forse moltissime cose dovessero cambiare. Dopotutto, che senso mai potevano avere 20 negozi di abbigliamento lungo una sola via, anche se la principale, di un quartiere che dista dal centro pochi minuti d’autobus? Eppure, c’è un rischio: l’eccesso di velocità.
La società greca sta subendo uno stravolgimento radicale senza avere il tempo né di capire né di pensare a possibili alternative di sviluppo economico e culturale (politico e democratico in primo luogo). E così non getta le basi di uno sviluppo futuro che non sia la sola e passiva attesa che la tempesta si plachi.

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