Con Saviors i Green Day ci dimostrano che sono sopravvissuti nonostante il punk (pop)

Michele Monina
21/01/2024

Il trio con alle spalle 34 anni di carriera si ributta nella mischia con un album affetto da strabismo. La parte leggera funziona, quella impegnata molto meno. Del resto diventare adulti con i capelli biondo platino è impresa ardua. Ma è sempre possibile riderci su. Perché chi è cazzone è cazzone per sempre.

Con Saviors i Green Day ci dimostrano che sono sopravvissuti nonostante il punk (pop)

Ragazzi, come diavolo facciamo a essere adulti e essere punk? È quello che si devono essere chiesti Billy Joe Armstrong, Mike Dirnt e Tré Cool, meglio noti come i Green Day, nel momento in cui hanno deciso di ributtarsi nella mischia e di incidere Saviors, il loro 14esimo album in studio. Perché dopo 34 anni di onorata carriera – 34, eh – tenere insieme quella che è stata la furia cazzona di Dookie, terzo lavoro che li ha proiettati nel gotha del rock mondiale, e American Idiot, concept album uscito esattamente 20 anni fa che sanciva la loro maturità, deve essere stato davvero difficile. Nel senso, non basta certo tingersi i capelli di biondo platino o fare le facce strane nelle session fotografiche per passare per quel che, anagrafe alla mano, decisamente non si è più. Superati i 50, anche impegnandosi parecchio, è davvero difficile spacciarsi per ragazzi, ma al tempo stesso è indubbio che il genere che i Green Day, con alti e bassi, negli anni ci hanno saputo regalare è di quelli che non prevede proprio il concetto di invecchiamento: vivi velocemente, fuori dalle regole, e bruciati subito, questa la regola.

Green Day, un pop-punk di seconda generazione che deve qualcosa al genere surf

Anche chi scrive è invecchiato e quei due o tre anni in più dei protagonisti lo obbligano a sottolineare come il genere praticato dalla band californiana sia sì punk, ma di seconda generazione, vale a dire quella arrivata dopo il punk originario, sempre che ce ne sia solo uno. Nei fatti se ne contano almeno due: uno americano, nei primissimi Anni 70, e poi quello convenzionalmente conosciuto come “punk”, che ha nei Sex Pistols di Malcolm McLaren e nei Clash di Joe Strummer i due paletti entro i quali si è mosso, inglese più che statunitense. Sottolineato come il “punk” dei Green Day sia sempre stato stemperato dal pop – a dirla tutta il pop-punk o punk-pop, a seconda di come la si veda – californiano e debba indubbiamente qualcosa anche al cosiddetto genere surf, che proprio da quelle parti è nato quando i genitori dei Green Day erano a loro volta dei ragazzi, gli oltre 10 milioni di dischi venduti nel 1994 con Dookie non possono che confermare come il loro essere fuori dalle regole fosse più che altro un abito da indossare. Esattamente come lo potrebbe essere vestire i panni del rockettaro alla Maneskin, o quelli dell’icona pop, e qui la lista sarebbe davvero troppo lunga. Ma andiamo a vedere come i Green Day hanno affrontato questo ritorno a 30 anni da Dookie e a 20 da American Idiot.

Con Saviors i Green Day ci dimostrano che sono sopravvissuti nonostante il punk(pop)
Billie Joe Armstrong (Getty Images).

Saviors è un ottimo prodotto, forse anche un ottimo album

Anticipato da un tour lampo di presentazione che ha toccato anche Milano, con un concerto annunciato a ridosso della data e subito andato sold out ai Magazzini Generali, e dal lancio di tre singoli, The American Dream is Killing Me, Dilemma e Look Ma, No Brains! (gioco di parole su quando, da bambini, ci si fa ammirare dalla propria mamma mentre si va in giro in bici senza usare le mani, solo che stavolta è il cervello a non essere utilizzato), Saviors è un ottimo prodotto, forse anche un ottimo album. So che stiamo giocando sullo scivolosissimo terreno di chi prova a distinguere la musica che punta a farsi intrattenimento, la cosiddetta “commerciale”, da quella che ambisce a essere letta come opera d’arte (modo bislacco di asciugare gli scogli del mare), ma questo pensiero è evidentemente al centro dell’attenzione dei tre di Berkeley, forse coscienti di aver superato e di parecchio la staccionata che delimita il punk dal pop col precedente Father of All Motherfuckers.

La leggerezza funziona, l’impegno meno

Un album quindi che ancora una volta alterna ottime canzoni leggerine, con testi non-sense, penso a One Eyed Bastard, ma anche a 1981, con brani che invece intendono andare più a fondo, si tratti di sentimenti, come Father to a Son, e soprattutto di sociale, la già citata The American Dream is Killing Me, sorta di canzone manifesto contro il conservatorismo, o la strepitosa Coma City. Soprassediamo su Living in the 20s, oggettivamente vergognosa per la superficialità che applica verso una strage di quelle che da sempre caratterizzano gli Usa a mano armata. Un lavoro quindi che, per dirla con un simpatico modo di dire della mia terra, guarda al gatto mentre frigge il pesce, cioè strabico, dove la parte leggera “funziona”, torniamo all’idea di prodotto, più di quella impegnata, e che ci dice che no, forse non è possibile tenere insieme il punk e l’età adulta, ma che è invece possibile riderci su, sempre e comunque, perché chi è cazzone è cazzone per sempre, come succede per chi dona o riceve diamanti, così recitava un vecchio claim pubblicitario.

Il punk non è davvero morto, ma i Green Day sono comunque sopravvissuti

In fondo che il re è nudo lo diceva un giullare di corte, mica un serioso professore dietro uno scranno. E anche per questo il giullare poteva dirlo senza necessariamente finire in pasto ai coccodrilli nel fossato o rinchiuso nelle segrete nella torre più alta, a fianco alla principessa da liberare. Un giullare sta lì a fare smorfie con i capelli tinti biondo platino imbracciando la chitarra, since 70s. I Green Day sono sopravvissuti, lo sanno, lo cantano, anche quando annunciano che prima o poi moriranno da giovani, come in quella vecchia canzone dei The Who. Il punk forse non è davvero morto, e così il rock, ma loro sono comunque sopravvissuti.