Davide Gangale

Le cose da sapere sui Gruppi di acquisto solidale in Italia

Le cose da sapere sui Gruppi di acquisto solidale in Italia

21 Gennaio 2019 07.00
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In Italia i Gruppi di acquisto solidale (Gas) hanno ormai una lunga storia che inizia a Fidenza, in provincia di Parma, nel 1994, quando alcune famiglie si misero insieme per comprare prodotti biologici direttamente dal produttore. Ma a 25 anni di distanza com'è cambiato questo mondo? Quante sono oggi le persone che fanno la spesa tramite Gas? E quanto vale il giro d'affari del settore, se così vogliamo definirlo? L'Osservatorio per la coesione sociale ha recentemente pubblicato il Rapporto sul consumo responsabile 2018, a cura dei docenti Francesca Forno e Paolo Graziano, che consente di inquadrare le caratteristiche di un fenomeno molto difficile da studiare dal punto di vista quantitativo e con dati rappresentativi.

QUANTE PERSONE FANNO LA SPESA TRAMITE GAS

La loro ricerca, al contrario, si avvale di un sondaggio condotto da Swg all'inizio del 2018 (metodologia Cawi su un campione di mille cittadini italiani maggiorenni, con quote proporzionali alla distribuzione della popolazione per genere, classi d’età e zona di residenza). Dalla rilevazione è emerso che tra febbraio 2017 e febbraio 2018 il 63,4% del campione ha adottato pratiche di consumo responsabile, mentre il 30,3% ha fatto scelte di consumo critico, che consistono nel comprare un prodotto non solo sulla base del prezzo e della qualità, ma anche dell'impatto ambientale e delle ricadute sociali. Parliamo di beni e servizi forniti da imprese che dichiarano di non sfruttare il lavoro minorile, che si sforzano di contenere l’inquinamento e che devolvono in beneficenza una parte dei loro profitti. In questo contesto, se nel 2014 gli italiani che hanno fatto regolarmente la spesa tramite i Gas erano quasi 2,7 milioni (dati Coldiretti/Censis), nel 2018 i cittadini che hanno acquistato prodotti in questo modo sono saliti a circa 5 milioni, pari al 10,6% della popolazione maggiorenne (sondaggio Swg). E pensare che nel 2002, in occasione di un'altra indagine statistica che prevedeva le stesse domande fatte nel 2018 da Swg, il caso dei Gas non era stato nemmeno rilevato, per le sue dimensioni molto ridotte.

LE ALTERNATIVE SI SONO MOLTIPLICATE

La professoressa Forno, che insegna sociologia all'Università di Trento, spiega a Lettera43.it: «L'incremento del consumo responsabile è interessante ed evidente, compresi i dati che riguardano nello specifico i Gas. Occorre tuttavia precisare che quel 10,6% può annoverare anche casi di persone che magari si sono limitate a comprare prodotti da un amico "gasista" nei 12 mesi precedenti il sondaggio, senza diventare per questo membri stabili di un Gas. È comunque una percentuale molto alta». La crisi economica iniziata nel 2008 ha sicuramente avuto un peso nel modificare le abitudini di consumo degli italiani. Ma, prosegue Forno, «i nostri dati indicano che non è stata affrontata al ribasso, piuttosto c'è stata una transizione. Oggi si fa più attenzione, si usano di più canali alternativi come i Gas, ma si pensa di più anche alla sostenibilità. Non c'è solo la ricerca del risparmio, si persegue anche quella di un cambiamento qualitativo che tenga in considerazione l'ambiente e le ricadute sociali». Dai Gas, inoltre, sono nate realtà più strutturate: «Si pensi per esempio a Camilla – Food Coop», il primo supermercato italiano autogestito da chi lo frequenta, aperto a Bologna alla fine del 2018 e promosso da Alchemilla Gas. Una Food Coop, grazie al coinvolgimento diretto dei soci/clienti che mettono a disposizione ore di lavoro nelle operazioni di gestione, stoccaggio e vendita dei prodotti, è in grado di garantire una riduzione dei costi, ma anche di stimolare la crescita del consumo critico. In conclusione, secondo Forno, il punto è che negli ultimi anni «si sono moltiplicate le opportunità di fare acquisti con la medesima filosofia dei Gas, si usa di più il web per entrare in relazione ed è cresciuto l'impegno per migliorare le piattaforme logistiche. Un aspetto molto importante, perché i Gas fanno logistica. Non sono solo ordini e consumo, c'è una parte di logistica molto significativa, che consente di tenere i prezzi bassi».

COME FUNZIONA UN GRUPPO D'ACQUISTO

I cittadini che decidono di far parte di un Gas sono dunque dei consumatori critici, interessati a sapere cosa c'è dietro il prodotto che comprano. Hanno a cuore il rispetto dell'ambiente e il lavoro delle persone, ma sono attenti anche ai costi dell'intermediazione dovuti all'allungamento della filiera, che pesano sul costo finale. I gasisti applicano una logica solidale nei confronti dei piccoli produttori che vivono nella loro stessa zona, ma vogliono anche dare vita a una rete di relazioni che li tenga uniti. Far parte di un Gas richiede quindi un certo impegno, in termini di tempo e di energie. Ma il funzionamento di base non è difficile da spiegare. Come descritto dalla Coldiretti, di solito i partecipanti mettono a punto una lista di prodotti che vogliono acquistare e stabiliscono una quota da versare uguale per tutti. Successivamente compilano un ordine collettivo che viene trasmesso al fornitore, e al momento della consegna dei prodotti (di norma spediti a una sola persona che poi provvede a distribuirli) si effettua il pagamento. Dal punto di vista fiscale il fornitore emette un unico documento, a nome della singola persona cui viene spedita la merce, e la legge garantisce l'esonero dalle imposte dirette e indirette delle attività svolte all'interno del Gas. Ogni gruppo seleziona i produttori secondo criteri differenti, contratta un prezzo considerato equo e concorda le modalità di consegna. Si privilegiano la stagionalità, il biologico, il sostegno alle cooperative sociali, la riduzione degli imballaggi e la vicinanza territoriale. Le modalità di acquisto vanno dalla consegna a domicilio alla prenotazione via Internet, fino all'adozione di animali o alberi da frutto. Una guida su come creare un Gas è disponibile qui.

IL MODELLO CHE ARRIVA DA SEGRATE

A Segrate, in provincia di Milano, esiste da molti anni un Gruppo di acquisto solidale che associa circa 200 famiglie. Nel 2006 erano 80. Il presidente è il veterinario Pietro Aurecchia, che ha raccontato a Lettera43.it la sua esperienza: «Il nostro Gas ha un processo di crescita lento, graduale ma costante. I prodotti che compriamo sono moltissimi. Tanti tipi diversi di formaggio – parmigiano, mozzarella, fontina, caciocavallo – ma anche di olio d'oliva extravergine, salumi, pasta, legumi e dolci». I generi alimentari occupano un posto preponderante, ma ci sono anche prodotti cosmetici. Mentre per quanto riguarda i servizi servirebbe una massa critica «molto superiore». I principi ispiratori del Gas di Segrate partono da un'osservazione inequivocabile: «Il modello economico in cui viviamo a volte sembra impazzito. Ci sono pomodori coltivati in Sicilia che vengono spediti a Milano, magari escono dalle frontiere nazionali e poi tornano a Roma per essere commercializzati». Un altro esempio particolarmente significativo è quello del latte: «Acquistato direttamente dal produttore locale ha delle qualità che altri tipi di latte si scordano, se non altro perché devono viaggiare, essere scaldati, cotti, filtrati, eccetera. Comprare direttamente da un produttore locale dimezza i costi e consente di avere un latte fresco, rapidamente acquistabile, di qualità indubbiamente superiore se pensiamo alla conservabilità dei principi nutrititivi e delle vitamine, e a un costo molto più basso».

I criteri che entrano in gioco nella selezione dei produttori sono molteplici: «Il rapporto con loro non è basato sulla ricerca del risparmio a tutti i costi. Cerchiamo di capire il produttore e attraverso il produttore il distretto in cui si colloca la sua azienda, l'ambiente che gestisce, i terreni, i boschi e gli allevamenti. Alla fine facciamo sempre una valutazione composita. Però la forbice che caratterizza l'attuale sistema di commercio, tra costo al produttore e costo all'acquirente finale, è così ampia che il risparmio è praticamente certo». Con i produttori si crea un'alleanza: «Addirittura negli anni ci siamo resi conto che facciamo da incubatori a nuove aziende, che sono abituate all'idea del mercato di rapina e poi colgono invece l'opportunità di avere un interlocutore con cui possono programmare insieme cosa coltivare da una stagione all'altra, con quale metodo, magari anche con che dimensione. È proprio un sistema integrato che ci ispira». Dare sicurezza al produttore è fondamentale: «Ci facciamo carico della sua sopravvivenza e dunque dell'ambiente in cui vive, della qualità dei prodotti, del benessere del modello di allevamento che quell'azienda mette in pratica». Tutto questo si traduce anche «in minori tecnopatie per gli animali, nel non uso di antibiotici e farmaci, e dà vita a un prodotto più sano e di maggior sapore». Il Gas di Segrate ha un magazzino attrezzato per mantenere la catena del freddo, si coordina attaverso Internet e organizza acquisti collettivi, basati però sulle prenotazioni delle singole famiglie: «I prodotti sostano in magazzino per una notte al massimo, poi li distribuiamo». Infine, per quanto riguarda i metodi di pagamento, il Gas presieduto da Aurecchia usa un sistema misto: «Il denaro contante rappresenta ancora una quota notevole, ma stiamo valutando dei sistemi con valuta elettronica, perché indubbiamente ci semplificano molto la vita».

SPESA FAMILIARE MEDIA E FATTURATO TOTALE ANNUO

Secondo la Rete italiana di economia solidale, nata proprio dai Gas che si sono diffusi in Italia nel corso degli Anni 90, la spesa familiare media all'interno di un Gruppo d'acquisto è pari a 2 mila euro l'anno. E il fatturato totale dei Gas supera i 90 milioni di euro. Questi dati sono riferiti al 2014 e sono i più recenti, ma se è vero che oggi il numero di italiani che hanno comprato prodotti tramite Gas è quasi raddoppiato, come certifica il sondaggio Swg citato sopra, in mancanza di stime più aggiornate è lecito pensare che anche il giro d'affari sia cresciuto in maniera consistente. I Gas "ufficiali" erano 150 nel 2001 e oggi se ne contano circa 1.200, ma vista l'informalità che caratterizza il fenomeno questi numeri vanno presi con le molle. La mappa che segue, realizzata dall'Ifg di Urbino, mostra il loro grado di diffusione nelle diverse regioni italiane. In giallo sono indicate le regioni con meno di 10 Gas, in rosso quelle che ne hanno fra 10 e 30, in blu quelle fra 30 e 80, in verde quelle con più di 80.

IL PROFILO DEI CONSUMATORI RESPONSABILI

Nei primi Anni 2000 il consumo responsabile era una pratica che riguardava soprattutto professionisti e imprenditori (58,8%) e i manager (56,7%). Piuttosto elevata era anche la quota di studenti (52,6%) e di impiegati (51%). Decisamente inferiori, invece, le percentuali di casalinghe/i (28,4%) artigiani e commercianti (27,7%), disoccupati (22,9%), operai (16,7%) e pensionati (17,1%). Emergeva inoltre come il consumo responsabile fosse prevalentemente urbano: il 46,8% di chi viveva in centri con più di 100 mila abitanti dichiarava di conoscere e praticare il consumo responsabile, percentuale che scendeva al 26,8% tra i residenti in centri dai 30 mila ai 100 mila abitanti, per toccare solo il 18,3% tra coloro che vivevano nei centri sotto i 5 mila abitanti. Dal Rapporto sul consumo responsabile 2018, invece, emergono molte differenze significative, riassunte nella figura riportata sotto.

Oggi la percentuale maggiore di consumatori responsabili si rileva nella fascia della popolazione compresa tra i 55 e i 64 anni d'età (71,3%). In generale sono inoltre diminuite le differenze tra persone con livello di studio basso, medio e alto. Se il consumo responsabile rimane una pratica maggiormente diffusa tra le fasce più istruite della popolazione (71%), infatti, adesso coinvolge anche gli strati meno istruiti (livello medio 63,2%; livello basso 54,9%). Le differenze si sono ridotte anche per quanto riguarda il tipo di occupazione e spicca il dato sugli studenti (82,9%). Molto più elevate le percentuali anche tra i disoccupati (67,7%), gli operai/agricoltori (67,4%) e i pensionati (65,7%), che hanno raggiunto livelli non distanti da quelli di imprenditori e manager. Infine, sono molto interessanti gli elementi che tratteggiano la dimensione urbana del consumo responsabile contemporaneo, perché sembra essere del tutto scomparsa la differenza tra grandi e piccole città.

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