Francesco Pacifico

Cosa rischiano le aziende italiane con la guerra dei dazi Cina-Usa

Cosa rischiano le aziende italiane con la guerra dei dazi Cina-Usa

05 Gennaio 2019 14.00
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Poco meno della metà delle grandi imprese italiane ha un piede in Cina: forniture, vendita di servizi, acquisto di semilavorati. Poi ci sono 2 mila realtà – per lo più piccole e medie imprese – presenti direttamente nell'ex Impero di mezzo con sedi e dipendenti, forti di un fatturato complessivo di 16,5 miliardi di euro. Ma non tutte potrebbero avvantaggiarsi della crisi commerciale tra Usa e Cina a suon di dazi.

PROBLEMI ANCHE PER CHI SI OCCUPA DI CERAMICA O MOBILI

Rischiano direttamente e indirettamente soprattutto quelli del comparto delle Telecomunicazioni (Tlc). Siccome la contesa tra le due potenze riguarda soprattutto il mondo del 5G, l'attacco dell'amministrazione americana contro colossi come Huawei e Zte potrebbe avere contraccolpi sui forti investimenti che le aziende hanno effettuato in Italia proprio sullo sviluppo del comparto. Ma potrebbero vedersi ridurre le commesse le tantissime imprese – non soltanto tecnologiche, perché molte si occupano di ceramica come della fornitura di mobili – che in questi anni hanno conquistato spazi nelle regioni, come il Guangdong, dove hanno sede i giganti tecnologici cinesi.

POTREBBERO RISENTIRNE RENZO LANDI, GIACOMINI, MAGNETI MARELLI

Più in generale, aspettano di conoscere l'evoluzione dello scontro tra Pechino e Washington le nostre aziende impegnate nella robotica o nella fornitura di soluzioni energetiche. Se i dazi finiranno per limitare lo sbarco verso l'Atlantico di smartphone o pannelli solari made in China, potrebbero risentirne anche importanti fornitori come la Renzo Landi, l'Esaote, la Giacomini o la Magneti Marelli.

FERRAGAMO, LUXOTTICA E D&G AL RIPARO

Non dovrebbero invece segnare ripercussioni tutti i marchi del lusso e food (Ferragamo, Luxottica, Dolce & Gabbana nonostante lo scivolone dello spot, fino alla Ferrero) visto che la Tigre asiatica vanta un mercato di ricchi di oltre 200 milioni di persone, che impazziscono per tutto quello che ha un sentore di italian sound. Per quanto piccole rispetto ai concorrenti mondiali, potrebbero avere nuovi sbocchi le aziende italiane di engeneering e di soluzioni ambientali in una Terra, la Cina, che vive ancora un forte sviluppo urbanistico e non sa come affrontare l'emergenza dell'inquinamento atmosferico.

POSSIBILI BENEFICI PER IL PORTO DI TRIESTE

In queste ore – anche per la gioia dei mercati – gli sherpa di Washington e Pechino stanno studiando delle soluzioni per uscire dall'impasse. Ma se lo scontro si acuisse, la Cina sarà costretta a incentivare i suoi commerci verso i mercati ricchi, cioè l'Europa, tenendo conto che i Paesi più facilmente raggiungibili (Russia e Turchia in testa) sono in forte crisi. In quest'ottica anche l'Italia – complice i buoni rapporti con il ministro dell'Economia, Giovanni Tria – potrebbe diventare l'ultimo approdo della "Silk Belt road", la nuova via della seta, il sistema infrastrutturale con il quale l'ex Impero di mezzo vuole portare le sue merci nel mondo. La via della seta, finora, ha solo sfiorato il nostro Paese, ma in una nuova ottica commerciale potrebbero avere non pochi benefici scali come il porto di Trieste. Senza contare che lontani dal mercato americano, i cinesi potrebbero anche dare maggiore attenzione al debito sovrano italiano.

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