La guerra di posizione in Libia che alimenta l’emergenza profughi

Settantacinquemila sfollati dalla primavera. Ma del conflitto che il generale Haftar perde a Tripoli e Misurata (ma vince nel resto del Paese) si parla solo per le ripercussioni sull’Italia.

06 Luglio 2019 09.00
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In Italia si sparano titoloni in prima pagina sulla Libia ogni qualvolta – cioè spesso – Tripoli minaccia di mandarci migliaia di migranti. Accadeva con Muammar Gheddafi, i nuovi ras nella capitale non hanno cambiato atteggiamento. Anche il premier del governo legittimato dalla comunità internazionale, Fayez al Sarraj, ha usato da subito questa clava. Per spargere tra le milizie milioni di euro dispensati dall’Italia e dall’Ue, secondo i piani studiati dal precedente ministro dell’Interno Marco Minniti ancor prima che da Matteo Salvini, perché si tenessero i migranti. I soldi sono stati poi spesi soprattutto per corrompere e in armi. Ed è scontato che al Sarraj torni a ricattare l’Italia sui «6-8 mila migranti da liberare» da uno dei campi di detenzione dove erano accumulati, dall’ultimo accordo con l’Italia. Quel campo gli è stato bombardato per vendetta da un nemico che Tripoli e gli alleati di Misurata combattono da mesi. Anche se da mesi non si scriveva quasi più delloffensiva di aprile del generale Khalifa Haftar verso la capitale. 

L’ALLARME RIGUARDANTE GLI SFOLLATI LIBICI

La guerra di posizione che ha smesso di fare notizia, nonostante i 75 mila sfollati solo a Tripoli (dati Onu) dalla primavera, è in realtà la vera fabbrica di una nuova emergenza profughi verso l’Italia. I 6-8 mila migranti esibiti da al Sarraj non sono una nazione, e neanche il milione di richiedenti asilo che nell’estate 2015 arrivò dai Balcani verso la Germania. Sono l’equivalente di un comune di provincia di medie dimensioni. Ma il flusso può diventare una città (Tripoli conta oltre 1 milione di abitanti, Misurata la metà), come per i barconi dalla Tunisia subito dopo le rivolte del 2011, se la trincea tra Sarraj e Haftar non finirà. La maggior parte degli oltre 6 milioni di libici vive sulla costa, nei centri attaccati dal generale in questi anni, dove risiedono anche più di 100 mila stranieri. Per conquistare Bengasi, capitale della Cirenaica, Haftar ha impiegato tre anni. Allora i raid si concentravano sui quartieri controllati dai ribelli, mentre tra Tripoli e Misurata il cerchio si è allargato: si combatte in più zone, in tre mesi si stimano oltre 700 morti e circa 5 mila feriti.

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Il campo profughi bombardato da Haftar nella periferia orientale di Tripoli, in Libia. GETTY.

LA RITIRATA DI HAFTAR NON BASTA

L’uomo forte dell’Est della Libia è in ritirata dagli avamposti conquistati in fretta e furia tra Tripoli e Misurata, perché le brigate delle due città non lo vogliono in nessun modo. Costituiscono lo zoccolo duro della ribellione armata a Gheddafi delle Primavere arabe che ormai la grande maggioranza dei civili ha rinnegato. Ma i miliziani no, Misurata è molto più forte militarmente dei mercenari messi insieme da Haftar. E come gli islamisti di Tripoli considera Haftar un autoritario della stessa mentalità di Gheddafi. Contro di lui, soprattutto dal porto e attraverso lo scalo di Misurata sono arrivati rinforzi di armi e di uomini dagli sponsor in Turchia. I miliziani assoldati dal generale della Cirenaica stanno infatti arretrando, Tripoli e Misurata hanno riconquistato posizioni-chiave come l’altopiano strategico di Garian, un’ottantina di chilometri a Sud di Tripoli. I miliziani che Haftar si era comprato nell’offensiva stanno nuovamente cambiato bandiera. Nonostante ciò il generale controlla quasi tutto l’Est, il Centro e ormai anche l’Ovest della Libia, accerchiando le coste di Tripoli.

Haftar si diceva pronto a formare un governo fuori da Tripoli. Poi ha sganciato una bomba su un centro di detenzione per migranti

NEGOZIATI IMPOSSIBILI CON LE PARTI

Lo stato attuale non può essere modificato trattando: Haftar rifiutò l’accordo dei negoziati in Tunisia sotto l’ombrello dell’Onu, che nel 2016 portò al governo di unità nazionale di al Sarraj il riconoscimento internazionale. Per la campagna fallita su Tripoli, Haftar è malvisto da una parte sempre più consistente del parlamento esiliato da anni a Tobruk, nell’Est. Nondimeno, i suoi deputati e il suo governo esistenti solo sulla carta dipendono dagli stipendi dei protettori e dei finanziatori stranieri del generale. Nessuno tra loro al momento può sostituire Haftar, anche militarmente. E – come ormai anche al Sarraj schiavo delle milizie criminali di Tripoli – il generale di Tobruk non è un interlocutore affidabile per le mediazioni interne o internazionali. Alla fine di giugno, in un’intervista dopo aver avuto un colloquio con l’inviato dell’Onu in Libia Ghassan Salame, Haftar si era detto pronto a formare un governo fuori da Tripoli, ammettendo indirettamente la sconfitta. Poi il 3 luglio ha sganciato una bomba su un centro di detenzione per migranti, nel sobborgo orientale di Tripoli di Tajoura.

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Migranti feriti in Libia nella guerra di Haftar a Tripoli. GETTY.

LE ARMI DAGLI EMIRATI A HAFTAR

L’ordine di Haftar è sfociato in un centinaio di morti e un’ottantina di feriti, perché nel campo di al Daman si trovava il quartier generale dell’omonima milizia nemica. Dopo le perdite a Garian, l’aviazione di Haftar aveva promesso «bombardamenti aerei, finiti i mezzi tradizionali». Oltre al centro per migranti hanno colpito un’accademia militare e una caserma a Zuara, non lontano dal complesso degli impianti petroliferi di Mellitah, cogestiti dall’Eni insieme ai libici. Ci sono tutti gli ingredienti perché la guerra, sempre più sanguinosa, si incancrenisca: Haftar ha come primi sponsor stranieri l’Egitto e dietro la facciata, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi responsabili dei bombardamenti in Yemen. I soldati in fuga di Haftar lasciano dietro di loro una scia di armamenti cinesi e americani, inviati  illegalmente con ogni probabilità dagli Emirati, in violazione dell’embargo dell’Onu. Se il traffico che viola diverse risoluzioni sulla Libia dal 2011 fosse stroncato, i combattimenti cesserebbero. Invece anche la Russia e la Francia simpatizzano e aiutano sottobanco Haftar.

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