Le radici delle simpatie neofasciste per la causa palestinese

Marco Fraquelli
12/10/2023

Dopo il derby nero tra filo-ucraini e filo-russi, anche il nuovo conflitto mediorientale divide destra e neo fascisti. Se Meloni e soci non possono che sostenere Tel Aviv, la galassia estremista che va da Forza Nuova ai Do.Ra si schiera per la Palestina, enfatizzando i vecchi legami tra nazismo e mondo arabo.

Le radici delle simpatie neofasciste per la causa palestinese

Mentre prosegue, ormai un po’ in secondo piano, il cosiddetto derby nero all’interno della destra radicale italiana, neo o post-fascista che dir si voglia, tra chi sostiene la causa ucraina (per esempio Fratelli d’Italia, forse anche un po’ “costretti” dal ruolo istituzionale della responsabilità governativa e CasaPound) e chi quella di Putin (Forza Nuova), la drammatica escalation della nuova crisi tra Israele e Hamas apre un ulteriore terreno di contrapposizione. E mentre Giorgia Meloni dichiara ufficialmente, senza se e senza ma, il sostegno del governo a Tel Aviv, magari con qualche mal di pancia all’interno del partito, così come era avvenuto per esempio dentro Alleanza Nazionale quando Gianfranco Fini, allora leader del partito, nel 2003, davanti al Muro del Pianto di Gerusalemme definì il fascismo «male assoluto» (in realtà lui aveva parlato delle leggi razziali fasciste, ma i media generalizzarono), altre componenti del radicalismo di destra, da Forza Nuova a CasaPound, dalla romana Azione Frontale alla lombarda Do.Ra. (l’acronimo sta per Comunità militante dei dodici raggi), in odore di neonazismo, al Fronte Skinhead veneto sostengono, nemmeno troppo velatamente, le ragioni palestinesi.

Le radici delle simpatie neofasciste per la causa palestinese
Benjamin Netanyahu e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Dall’Ucraina a Israele, fra tradizione “moderata” ed eresia neofascista

Se ancora ci fossero dubbi sulle distanze che separano la destra “extra parlamentare” da quella governativa, ecco quanto scrive, in un messaggio sui social, il vice segretario di Forza Nuova, Luca Castellini, a corredo di due immagini appaiate della facciata di Palazzo Chigi, una su cui sono proiettati i colori giallo-blu della bandiera ucraina, e l’altra la bandiera di Israele: «Corto circuito tutto fuckin’ liberal occidentale quello per cui in una guerra ci dicono di stare dalla parte dei finti oppressi e in un’altra da quella dei certi oppressori. Succede quando l’etichetta di oppresso ed oppressore è meramente funzionale a chi ci tiene in catene». Qui, la critica è ben più profonda e dirompente di quanto non si possa cogliere dalle parole, perché quella che viene messa in discussione non è tanto, e solo, la posizione del governo, e quindi di Fratelli d’Italia, bensì una lunga, e ormai consolidata tradizione filo israeliana, e di riflesso filoatlantica (o viceversa), che alberga, ben consolidata, all’interno dell’estrema destra parlamentare.

Dal Msi a Fratelli d’Italia, la destra filoisraeliana con l’eccezione di Rauti-Alemanno

Se tra gli Anni 50 e 60 il Msi, tenacemente e pervicacemente anticomunista, si trovò, in un mondo per così dire bipolare e dominato dalla Guerra fredda, a dover “scegliere” tra il modello occidentale guidato dagli Usa e uno comunista dominato dal duo Urss/Cina, optando ovviamente per il primo e, di conseguenza, per Israele (gli Stati arabi, Egitto in primis, venivano considerati sotto la sfera di influenza del comunismo), la tradizione filo-atlantista e pro Israele è rimasta un elemento costante nel Movimento e nelle sue successive edizioni, fino, appunto a Fratelli d’Italia. Unica voce dissonante, finché è rimasto in vita, quella dell’”irriducibile” Pino Rauti. Non a caso, anche oggi, a far sentire la propria voce non allineata è Gianni Alemanno, rautiano, nonché genero di Rauti, di ferro: «Il terrorismo va respinto», ha scritto in un post, «ma bisogna avere la forza di strappare le radici dell’odio. Riconoscendo a due popoli il diritto di avere ciascuno la propria Patria e il proprio Stato sovrano».

https://www.facebook.com/Alemanno.Gianni/posts/pfbid029VLNswqr8j24rspketTqXaeLQx86N8Bgxfrj85J4xb5KRSu6VUWwCprJeHFrJM1sl

L’alleanza storica tra nazi-fascisti e palestinesi

Formalmente, i gruppi estremisti sostengono, e questo non è certo loro esclusiva, che Israele rappresenti una entità territoriale e statuale non legittima, e rivendicano invece il sostegno alla nascita di uno Stato palestinese. Detto così, appunto, non pare una posizione del tutto estremista e illogica. Ma, a una analisi più approfondita, si capisce che, alla base di queste motivazioni, vi è un mai sopito antisemitismo di fondo. «Il comun denominatore», scrive per esempio Paolo Berizzi su Repubblica, «è l’antisemitismo travestito da antisionismo, la lotta alle lobby finanziarie e alle banche, ai poteri forti, ai Soros, al mondialismo-pluto-massonico: tutti sinonimi di “ebrei” nel linguaggio in codice dell’estrema destra». Non a caso, proprio in questa destra si sono sempre enfatizzati i legami che, negli Anni 30 e 40 del secolo scorso, intercorsero tra il regime nazista e il mondo arabo e musulmano. Ma seppure non vi sia dubbio che la Germania nazista impegnò ogni risorsa per attrarre a sé il mondo islamico (proponendosi come alleato affidabile per combattere i nemici comuni: l’impero britannico, il comunismo e soprattutto il giudaismo e quindi come protettrice del mondo islamico, magari anche con qualche deroga alle proprie convinzioni razziali), anche con qualche successo – per esempio il reclutamento di migliaia e miglia di soldati musulmani tra le file della Wermacht e nelle SS –  un po’ tutti, specie nelle fasi più concitate della guerra, provarono ad attrarre i popoli dmusulmani, dall’Italia fascista (Mussolini veniva ufficialmente presentato come «protettore dell’Islam») al Giappone fino alla Russia.

Le radici delle simpatie neofasciste per la causa palestinese
Adolf Hitler e il Grand Mufti Haj Amin el Husseini (Getty Images).

I palestinesi ispiratori della Shoah: la celebre gaffe di Netanyahu

Dove non arrivano gli storici, a sostenere il comune sentire tra nazisti e i palestinesi ci pensano qualche volta i politici, seppure in modo un po’ azzardato e, in qualche caso persino goffo. È il caso del presidente dell’Anp Mahmud Abbas che, in un intervento tenuto a fine agosto al Comitato rivoluzionario di al-Fatah, ha sostenuto che Hitler perseguitò gli ebrei europei «perché si occupavano di usura e di traffici monetari». Suscitando, come immaginabile, un vespaio di polemiche. Ma ancora peggio è riuscito a fare Benjamin Netanyahu che, addirittura, arrivò ad assolvere il Führer per attribuire ai palestinesi la responsabilità della Shoah. Nel 2015, parlando al XXXVI Congresso sionista a Gerusalemme, il premier israeliano disse che «Hitler non voleva sterminare gli ebrei all’epoca, li voleva espellere» ma nell’incontro a Berlino alla fine del 1941 «il Mufti di Gerusalemme, Haj Amin al-Husseini, obiettò “verranno tutti qui” e quando Hilter gli chiese “cosa devo fare con loro?”, il mufti “rispose di bruciarli”». Netanyahu cercò in tutti i modi di fare retromarcia, ma ormai la frittata era fatta.