Gli effetti dello scontro Hamas-Israele sullo scacchiere mediorientale e i rischi di escalation

Tommaso Meo
10/10/2023

I tentativi di avvicinamento tra Arabia Saudita e Tel Aviv tornano in bilico. L'Iran è accusato di essere dietro gli attacchi, ma per ora non scende in campo in un conflitto aperto. Mentre Hezbollah apre una nuova partita sul fronte Libano. Egitto e Turchia gettano acqua sul fuoco. Il Qatar prova a mediare uno scambio di ostaggi e prigionieri. Tutte le ripercussioni.

Gli effetti dello scontro Hamas-Israele sullo scacchiere mediorientale e i rischi di escalation

L’attacco sferrato dal gruppo islamista radicale Hamas, che controlla la Striscia di Gaza dal 2007, ha provocato almeno 700 morti israeliani, mentre la risposta di Tel Aviv ha causato per il momento 400 vittime palestinesi, con più di 2 mila feriti da entrambe le parti, ma i numeri sono destinati ad aumentare ancora. Quella iniziata sabato 7 ottobre e ancora in corso è la più grande offensiva araba dai tempi della guerra dello Yom Kippur (1973), di cui ricorre il cinquantesimo anniversario, e inevitabilmente avrà conseguenze che andranno al di là del conflitto israelo-palestinese, minacciando di alterare gli equilibri e la diplomazia dell’intera regione mediorientale.

Normalizzare le relazioni tra Arabia Saudita e Israele sarà più difficile

Questa svolta a sorpresa in una disputa che dura da 75 anni è strettamente legata al contesto geopolitico che si è creato negli ultimi mesi e che vede i palestinesi sempre più isolati, anche in Medio Oriente. È opinione diffusa tra gli analisti internazionali che l’attacco di Hamas abbia tra i suoi obiettivi quello di far fallire il tentativo guidato dagli Stati Uniti di normalizzare le relazioni tra Arabia Saudita e Israele, dopo che quest’ultima negli ultimi anni ha stabilito legami diplomatici ed economici con alcuni dei suoi ex nemici nella regione, tra cui gli Emirati Arabi Uniti, a partire dagli Accordi di Abramo del 2020.

Gli effetti dello scontro Hamas-Israele sullo scacchiere mediorientale e i rischi di escalation
Il principe ereditario saudita Mohammad Bin Salman (Getty).

Abu Dhabi, da parte sua, ha fatto appello per un cessate il fuoco

Questo risultato potrebbe ora essere presto raggiunto. Secondo il New York Times, infatti, una guerra su larga scala come quella promessa in queste ore dal premier israeliano Benjamin Netanyahu minerebbe seriamente gli sforzi diplomatici suoi e del presidente americano Joe Biden per ottenere il riconoscimento saudita di Israele. Una ricostruzione sposata anche dal segretario di Stato americano Antony Blinken. Per il momento l’Arabia Saudita ha commentato l’accaduto chiedendo la fine delle violenze da entrambi i lati e assicurando che il riavvicinamento continuerà. Anche Abu Dhabi, da parte sua, ha fatto appello per un cessate il fuoco, condannando però l’azione di Hamas.

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Il premier israeliano Benjamin Netanyahu (Getty).

Iran sospettato di aver collaborato con Hamas all’operazione militare

Tra i maggiori interessati al fallimento del piano di normalizzazione israelo-saudita, prima di sabato, c’era l’Iran, il più grande nemico di Israele in Medio Oriente, che ha più volte criticato la posizione di apertura di Riad. Il leader supremo dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha avvertito che qualsiasi stato del Golfo appoggi gli Stati Uniti sta sostenendo il cavallo sbagliato. L’Iran, come Israele sa bene, ha da anni rapporti con Hamas a cui fornisce armi, supporto tecnologico e competenze per la costruzioni di esplosivi, tra le altre cose. Il Wall Street Journal, citando fonti anonime sia iraniane sia palestinesi, ha scritto che Teheran ha collaborato con Hamas all’operazione militare contro Israele da tempo.

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Un santino iraniano col volto del leader supremo, l’Ayatollah Ali Khamenei (Getty).

Un conflitto aperto tra Tel Aviv e Teheran sembra impraticabile

Membri delle Guardie rivoluzionarie islamiche, il più potente gruppo militare dell’Iran, secondo la ricostruzione hanno incontrato rappresentanti di Hamas diverse volte nell’arco degli ultimi mesi a Beirut, in Libano. In un caso sarebbe stato presente anche il ministro degli Esteri iraniano Hossein Amir-Abdollahian. L’ultima volta le due parti si sarebbero viste il lunedì prima dell’offensiva e l’Iran avrebbe dato il via libera ad Hamas per l’attacco. La missione iraniana alle Nazioni Unite ha però smentito che Teheran sia coinvolta e per ora anche gli Stati Uniti hanno negato di avere prove di un sostegno all’operazione. La conferma di un coinvolgimento a questo livello dell’Iran provocherebbe sconvolgimenti difficili da prevedere anche se un conflitto aperto tra Israele e Teheran al momento sembra impraticabile.

Hezbollah ha lanciato razzi nella regione contesa di Har Dov

L’escalation tra Israele e Hamas rischia più nell’immediato di aprire un secondo fronte del conflitto con il Libano. Hezbollah, un gruppo armato sciita e filo-iraniano, che opera in Siria e Libano, ha lanciato razzi e sparato colpi di artiglieria pesante contro postazioni israeliane nella regione contesa di Har Dov al confine tra i due Paesi, a Nord di Israele, a cui l’esercito israeliano ha risposto con la propria artiglieria. Secondo molti commentatori Hezbollah potrebbe un intervento più massiccio a seconda di come evolverà la situazione sul campo, anche dal momento che un’azione di terra israeliana nella Striscia di Gaza sembra ormai prossima. Con questo sviluppo possibile, una guerra a livello regionale non appare più così lontana.

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Hezbollah pronto ad aprire un fronte anche sul versante libanese (Getty).

L’Egitto non può permettersi esodo e caos a due mesi dalle elezioni

Tra gli altri Paesi dell’area interessati agli ultimi rivolgimenti, l’Egitto e la Turchia dovrebbero operare da mediatori per una de-escalation nel breve periodo. Anche perché, come scrive il Guardian, Il Cairo non può permettersi il caos a Gaza a due mesi dalle elezioni presidenziali di dicembre. Già 125 mila palestinesi sarebbero sfollati nella Striscia assediata e l’ingresso dei carri armati israeliani potrebbe provocare un esodo di massa verso l’Egitto difficilmente gestibile. Intanto il Qatar, che ha incolpato l’occupazione israeliana per i fatti degli ultimi giorni, si sta invece muovendo per mediare uno scambio di ostaggi e prigionieri tra Hamas e Israele.

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Il presidente egiziano Al Sisi (Getty).

Il fallimento dell’intelligence e i guai interni di Netanyahu

Altre conseguenze rilevanti, come sottolineato dalle analisi di diversi media israeliani, saranno invece interne allo Stato ebraico, ma avranno ripercussioni anche all’esterno. Esperti di politica estera hanno affermato che il sofisticato attacco di Hamas contro Israele ha rappresentato uno straordinario fallimento della celebrata intelligence israeliana che avrà un impatto sulla sua politica e sulla società per i decenni a venire. Per di più, da quanto è emerso in queste ore, gli apparati di Israele sarebbero stati avvertiti proprio dall’Egitto di una grossa operazione in corso di preparazione da Gaza, senza però dare credito a queste informazioni o, in ogni caso, non riuscendo a prevenire l’attacco.