La guerra in Medio Oriente si è già allargata: gli intrecci fra Israele, Libano, Iran e non solo

Tommaso Meo
05/01/2024

Dopo l'uccisione del generale delle Guardie rivoluzionarie in Siria, Teheran minaccia Netanyahu. Così come Hezbollah in seguito alla morte vicino a Beirut del numero due di Hamas al-Arouri. Ma entrambi abbaiano senza mordere. Ci si è messo pure l'Isis, nemico sia degli sciiti sia degli ebrei, con la bomba alla commemorazione di Soleimani. Sullo sfondo, gli Usa che vorrebbero starne fuori ma devono difendere alleanze e interessi. Una guida per capire tutti i precari equilibri.

La guerra in Medio Oriente si è già allargata: gli intrecci fra Israele, Libano, Iran e non solo

L’escalation tanto temuta ora è qui. Se a pochi giorni dal 7 ottobre in molti erano preoccupati che l’attacco di Hamas a Israele potesse scatenare una guerra su più fronti, tre mesi dopo il Medio Oriente si trova ormai dentro a un conflitto regionale, seppur intermittente e spesso per procura, i cui confini non sono ancora del tutto chiari.

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Una mappa del Medio Oriente.

Israele ha ammesso di essere impegnato in sette scenari di guerra

Lo ha confermato, a suo modo, anche il ministro israeliano della Difesa, Yoav Gallant, dicendo che il suo Paese è impegnato in sette diversi scenari di guerra: «Gaza, Libano, Siria, Cisgiordania, Iraq, Yemen e Iran». E lo si è visto in particolare tra la fine del 2023 e l’inizio del 2024. Mentre non si ferma l’operazione israeliana nella Striscia, che ha causato oltre 20 mila morti palestinesi, lo Stato ebraico ha esteso le sue operazioni e si è dimostrato capace anche di bombardamenti mirati, colpendo obiettivi di alto profilo in Siria e Libano. Con conseguenze, però, possibilmente incendiarie.

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Il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant (Getty).

Dopo l’uccisione in Siria dell’iraniano Mousavi, Teheran minaccia Netanyahu

Il 25 dicembre in un attacco aereo vicino a Damasco, in Siria, è stato ucciso Seyed Razi Mousavi, un generale delle Guardie rivoluzionarie iraniane molto vicino a Qassem Soleimani, il capo delle milizie al-Quds e uno dei militari più potenti dell’Iran, ucciso a gennaio del 2020 a Bagdad dagli Stati Uniti. Mousavi era responsabile del coordinamento dell’alleanza militare tra Siria e Iran. Israele non ha rivendicato l’operazione, ma ci sono pochi dubbi sul fatto che dietro ci sia un ordine del governo di Benjamin Netanyahu. Si tratterebbe del primo omicidio mirato che non colpisce la leadership di Hamas ma direttamente quella iraniana dall’inizio della guerra a Gaza. Il presidente iraniano Ebrahim Raisi ha detto che Israele «pagherà sicuramente per le sue azioni».

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Seyed Razi Mousavi, un generale delle Guardie rivoluzionarie iraniane ucciso a Damasco, in Siria.

C’è Tel Aviv anche dietro la morte del numero due di Hamas in Libano

È fuori discussione che sia stata ancora Israele a uccidere anche Saleh al-Arouri, numero due di Hamas fuori da Gaza. Il vice di Ismail Haniyeh è morto insieme ad altri sei membri del gruppo palestinese in un bombardamento su Dahiyeh, un sobborgo meridionale di Beirut. Le autorità israeliane avevano più volte avvertito che avrebbero colpito i funzionari di Hamas anche al di fuori dei confini palestinesi e, intervenendo il giorno dopo l’attacco di Beirut, il capo del Mossad David Barnea ha paragonato la situazione all’Operazione Ira di Dio, il piano per uccidere i miliziani palestinesi legati all’attacco del 1972 agli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco. «Ci vorrà tempo, ma li prenderemo ovunque siano», ha detto.

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I funerali del numero due di Hamas Saleh al-Arouri ucciso in Libano (Getty).

La palla passa a Hezbollah: ma Nasrallah non è ancora pronto a rischiare

Hasan Nasrallah, la guida religiosa e politica del partito-milizia sciita libanese Hezbollah, ha detto parlando di Al-Arouri che «il suo omicidio non rimarrà senza risposta», accusando direttamente Israele dell’operazione. L’omicidio eccellente, avvenuto peraltro in un distretto di Beirut feudo di Hezbollah, ha ributtato la palla nel capo dei miliziani, ma Nasrallah non è sembrato disposto ancora a rischiare. Se Israele attaccherà, i combattenti di Hezbollah risponderanno: questo il senso del suo discorso. Intanto però un altro raid israeliano ha ucciso quattro miliziani sciiti nella località libanese di Naqura, al confine con Israele, dove i bombardamenti da Sud si sono intensificati ultimamente.

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Il leader di Hezbollah, Hasan Nasrallah (Getty).

L’attentato a Kerman per mano dell’Isis, nemico sia degli sciiti sia degli ebrei

Alla morte di Mousavi e Al-Arouri è seguito il 3 gennaio un attentato esplosivo che ha ucciso 84 persone durante una commemorazione per il generale Soleimani a Kerman, in Iran. Per un giorno si sono rincorse speculazioni sui possibili responsabili dell’attacco e il regime iraniano, che aveva minacciato ritorsioni contro Israele già per gli ultimi omicidi, ha accusato direttamente Tel Aviv. La mattanza di civili è stata invece rivendicata dall’Isis, nemico sia degli sciiti sia degli ebrei e che vorrebbe trasformare quella di Gaza in una guerra più larga di religione. Una mossa di destabilizzazione che complica ancora di più lo scenario.

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Persone ferite e in lacrime dopo l’attentato rivendicato dall’Isis nella città iraniana di Kerman durante una processione per ricordare l’uccisione del generale Soleimani avvenuta nel 2020 (Getty).

L’Iran non vuole farsi trascinare in uno scontro frontale

L’Iran appoggia la causa palestinese in funzione anti-israeliana e per questo sostiene diverse milizie nella regione, ma in questi mesi è stato attento a non farsi trascinare in uno scontro frontale per non compromettere il suo programma nucleare. Teheran si è detta estranea ai fatti del 7 ottobre e ha preso le distanze anche dai ribelli sciiti Houthi – li arma da anni, ma non li controlla – che dallo Yemen minacciano da settimane il commercio nel Mar Rosso prendendo di mira con droni e missili le navi israeliane e americane che transitano in quel tratto. Ma se la destabilizzazione e gli attacchi mirati continuassero, anche la Repubblica islamica potrebbe fare le sue mosse prima del previsto.

Gli Usa critici col governo israeliano, ma devono difendere alleanze e interessi

Gli Stati Uniti ufficialmente non hanno intenzione di entrare in questa guerra asimmetrica, ma si trovano nella scomoda posizione di dover difendere alleanze e interessi nella regione. La diplomazia Usa sostiene Israele, senza però condividere fino in fondo l’operazione a Gaza, e ha duramente condannato le parole di alcuni ministri di estrema destra del governo Netanyahu che proponevano di ricollocare i palestinesi fuori dalla Striscia. Dopo l’uccisione del numero due di Hamas in Libano, di cui Washington non è stata informata, e le esplosioni in Iran il segretario di Stato americano Antony Blinken si è però presentato nuovamente in Israele nel corso di un altro tour del Medio Oriente per mediare e cercare di evitare che la regione si incendi definitivamente.

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Il segretario di Stato americano Antony Blinken (Getty).

Il Pentagono pronto a colpire basi missilistiche e di droni nello Yemen

Tuttavia, il 4 gennaio l’esercito americano ha ucciso a Bagdad un comandante di alto rango di una milizia sciita accusata di attacchi contro le sue forze in Iraq. Elicotteri Usa hanno invece colpito e affondato tre imbarcazioni Houthi che hanno sparato contro di loro mentre davano soccorso a una nave nel Mar Rosso. Poco dopo, insieme ai suoi alleati nell’operazione di sicurezza marittima nella zona, ha lanciato un avvertimento scritto chiedendo la fine immediata degli attacchi alla navigazione, e aprendo tra le righe a un intervento militare di altro tipo. Secondo quanto ha scritto il New York Times esistono piani dettagliati del Pentagono per colpire basi missilistiche e di droni nello Yemen, ma si temono le reazioni dell’Iran e dei suoi alleati.

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Combattenti Houthi assaltano una nave cargo nel Mar Rosso (Getty).

In questo scacchiere sempre più confuso e in bilico si è fatta largo una certezza: solo Israele appare per ora disposto a rischiare di mandare all’aria tutte le pedine pur di annientare la leadership di Hamas e infliggere gravi perdite all’«asse della resistenza» sostenuto dall’Iran. Ma mai come in questo momento sembra che per far cadere tutto basti un soffio di vento.