Guerra stampa-Difesa

Gabriella Colarusso
11/10/2010

Afghanistan: l'accesso alla base negato agli inviati.

Guerra stampa-Difesa

C’è maretta in Afghanistan tra i nostri corrispondenti e il ministero della Difesa. Dopo l’imboscata dei talebani che ha provocato la morte di quattro alpini della brigata Julia, c’è malumore e insofferenza per la gestione delle informazioni da parte dello Stato Maggiore. Da qualche mese, dicono i reporter sul campo, è diventato più difficile seguire i nostri militari e avere notizie dall’esercito.
Il primo a denunciarlo è Lorenzo Cremonesi, corrispondente di guerra, testimone, per il Corriere della Sera, di alcuni dei più violenti conflitti degli ultimi 20 anni. «Da questa primavera», ha raccontato a Lettera43 da Herat, «sull’accesso alle informazioni in Afghanistan c’è stato un irrigidimento che non è compatibile con un esercito democratico. Quello che è successo domenica è assurdo».

Mi hanno detto: «fuori dalla base»

I fatti. La mattina del 10 ottobre Cremonesi è arrivato alla base militare di Herat, quartier generale dell’esercito italiano in Afghanistan, dove era in corso la cerimonia di saluto delle salme dei soldati uccisi, intorno alle 10.
«Ero l’unico giornalista italiano sul posto. Ho chiesto di assistere alla cerimonia. Mi hanno detto che non potevo entrare nella base e che la decisione non era stata presa dai comandi militari ma da Roma, dal ministero della Difesa. Una scelta politica. Sono rimasto sbalordito. In 25 anni di conflitti, una cosa così non mi capitava almeno da 20».
Un velo sul nostro Vietnam? Lettera43 ha cercato di parlare con il ministero ma non è stato possibile. Fausto Biloslavo, altro decano del giornalismo di guerra italiano, lo spiega così: «È possibile che alla Difesa si sia deciso di bloccare i corrispondenti. C’erano stati quattro morti, perdite gravi, in Italia fin dalle prime ore di sabato si era scatenata le guerra del “ritiro si, ritiro no”.
Nei momenti di emergenza, e soprattutto quando quello che accade in Afghanistan influisce sul dibattito politico italiano, i rubinetti dell’informazione vengono chiusi. Di solito però si tratta di restringimenti temporanei. Certo, sulla pratica dell’embedding, rispetto agli americani, l’Italia è indietro. Per l’esercito americano vale sempre il principio dell’apertura ai giornalisti, a prescindere dal colore del governo».

«Da mesi non si possono seguire i convogli»

Rimasto fuori dalla base di Herat, Cremonesi si è rivolto al generale Massimo Fogari, portavoce dello stato maggiore della Difesa, per chiedere spiegazioni: «Mi ha detto che la decisione non dipendeva da loro ma dal ministero. Quello di domenica è stato un episodio assurdo e purtroppo, mi sembra, non isolato. Sono mesi che chiedo di seguire i nostri convogli a Farah, a Bala Murghab, ma non mi hanno mai dato l’autorizzazione. Quando sono morti i sei uomini della Folgore l’anno scorso mi hanno fatto entrare nei blindati. Ora le cose sono cambiate».
Biloslavo ha un’altra idea di quello che sta succedendo nel paese dei talebani: «L’ultima volta che ci sono stato, con i paracadutisti italiani, un mese fa, sono entrato nelle basi senza problemi, ho seguito i nostri soldati. Prima non potevi neanche avvicinarti ai militari. Dal 2008, c’è stata un’apertura sull’informazione e sui giornalisti embedded da parte del nostro governo e dell’esercito. Adesso la situazione è delicata. Nella zona in cui c’è stata l’imboscata è in corso un passaggio di consegne, per questo forse c’è più prudenza».

Gli americani e il dovere dell’embedding

Neppure nei giorni peggiori della presidenza Bush il governo di Washington vietò ai giornalisti americani di seguire i convogli Usa o di entrare nelle basi militari. Con gli americani è un’altra storia, dice Cremonesi: «Con loro non ho mai avuto problemi. Anche nel periodo in cui la stampa mondiale li attaccava ogni giorno per la vicenda di Abu Grahib non hanno impedito ai giornalisti di stare con il loro esercito».
Un atteggiamento che anche Biloslavo considera indispensabile: «Per gli americani è normale aprire le loro basi alla stampa. Una volta avuta l’autorizzazione, ti mettono su un convoglio e sono fatti tuoi. Gli italiani, invece, impongono il filtro dell’addetto stampa. E poi gli americani hanno una sola linea dell’embedding. Dai noi le direttive cambiano a seconda dei governi. Sbagliato. Come ha scritto Anthony Lloyd, celebre giornalista di guerra inglese, che ha seguito i marines ad Helmand, tra le zone più pericolose dell’Afghanistan, «se mandiamo i nostri uomini e le nostre donne a morire, è giusto che si racconti».