Guerra in Ucraina, a che punto siamo rimasti

Stefano Grazioli
19/10/2023

Come prevedibile il conflitto tra Israele e Hamas ha fatto scivolare Kyiv nell'ombra. Non solo mediatica. La polveriera mediorientale rappresenta infatti una minaccia più realistica per l'Occidente. Ed è scoppiata mentre il sostegno militare a Zelensky cominciava a vacillare. Soprattutto alla luce dello stallo al fronte e dell'arrivo dell'inverno. Il punto.

Guerra in Ucraina, a che punto siamo rimasti

Guerra scaccia guerra, da sempre. Come era prevedibile il nuovo conflitto tra Israele e Hamas ha oscurato mediaticamente la guerra tra Mosca e Kyiv. Non solo: anche a livello politico il dossier israelo-palestinese si è sostituto per urgenza e gravità a quello ucraino dato che i rischi di un allargamento del conflitto sono molto più realistici. Anche perché la crisi è polveriera che non minaccia solo il Medio Oriente ma l’intero mondo arabo (e non solo). Non certo una buona notizia per Kyiv che esce dalle priorità – diplomatiche e militari – degli alleati, in un contesto che già prima dell’attacco di Hamas era comunque in fase di transizione dopo oltre un anno e mezzo di guerra e soprattutto dopo quattro mesi di controffensiva ucraina che hanno dato risultati molto contenuti, confermando la situazione di stallo al fronte. Rispetto alle posizioni del novembre 2022, dopo che l’Ucraina aveva riconquistato in autunno importanti territori a sud di Kharkiv e ripreso Kherson occupata dai russi all’inizio della guerra, è cambiato poco o nulla: i combattimenti duri e costanti sia nel Donbass che sulla linea di contatto meridionale non hanno sortito effetti decisivi. E alla vigilia dell’inverno le prospettive sul terreno non sembrano mutate.

Guerra in Ucraina, dove siamo rimasti
Una chiesa danneggiata da un missile russo a Zaporizhzhia il 18 ottobre 2023 (Getty Images).

Gli obiettivi di Zelensky restano immutati: riprendere il controllo di Donbass e Crimea

Per Vladimir Putin la controffensiva ucraina è fallita, per Volodymr Zelensky continua con il suo ritmo, che non è quello previsto, e restano immutati gli obiettivi: riportare sotto il proprio controllo Donbass e Crimea. La fotografia attuale del conflitto, la medesima degli ultimi mesi, vede comunque la Russia mantenere la supremazia sui territori occupati, con l’intensificazione degli scontri sul versante di nordest dove le truppe del Cremlino stanno premendo e mettendo in difficoltà le difese ucraine, e l’Ucraina che tenta di penetrare le linee nella regione di Zaporizhzhia dove però l’opposizione russa ha concesso molto poco. Il risultato è appunto lo stallo, con Mosca che ha ripreso i bombardamenti al sistema energetico alle porte dell’inverno e Kyiv che mette a segno colpi nelle retrovie russe utilizzando droni e i nuovi sistemi missilistici forniti dall’Occidente, come gli statunitensi Atacms.

Guerra in Ucraina, dove siamo rimasti
Vladimir Putin. Alla sua destra il ministro della Difesa Sergei Shoigu (Getty Images).

Allo stallo militare si aggiunge quello diplomatico

L’arrivo delle armi occidentali a Kyiv, compresi i caccia F16 che verosimilmente potranno entrare in azione nei primi mesi del prossimo anno, è considerato dal Cremlino un coinvolgimento diretto nel conflitto da parte dei Paesi Nato, ma non un fattore decisivo in grado di cambiare le sorti della guerra: Putin ha ripetuto nelle ultime settimane che in teoria sarebbe pronto a anche a trattare con Zelensky, partendo dalla situazione attuale sul campo, vantaggiosa per Mosca, ma è Kyiv che si oppone a qualsiasi dialogo, visto che il suo obiettivo, come proposto nel cosiddetto piano di pace presentato agli alleati occidentali la scorsa estate a Gedda e che sarà ridiscusso probabilmente a Malta alla fine di ottobre, è quello di aprire i negoziati solo dopo la riconquista di Donbass e Crimea. Dalla realtà in ogni caso non si può prescindere. E gli obiettivi ucraini devono essere messi in relazione a quello che la Russia sta facendo e farà sul campo e al sostegno che è e sarà dato dall’Occidente. Forse l’inverno e la guerra tra Israele e Hamas offriranno a Kyiv, Mosca e Washington nei prossimi mesi l’occasione per riflettere sulle possibili vie d’uscita.