Le cinque crisi dimenticate del 2018

21 Dicembre 2018 07.00
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Per le guerre di oggi confezionamo noi le bombe, mentre quelle che consideriamo di ieri fanno registrare nuovi record di vittime. Dallo Yemen all'Afghanistan, ecco le cinque crisi che hanno segnato quest'anno e che abbiamo già dimenticato.

IN YEMEN LA CRISI PIÙ GRAVE AL MONDO

Quasi 85 mila bambini morti per fame o per malattie, oltre 10 mila civili caduti in guerra, l'80% dei minori bisognosi, secondo l'Organizzazione mondiale della Sanità, di assistenza umanitaria. Numeri terribili che arrivano dallo Yemen, la peggiore crisi umanitaria al mondo. Uno spiraglio per la pace si è aperto, con l'accordo temporaneo sul porto di Hodeida, ai negoziati dell'Onu di Stoccolma, anche grazie al mutato atteggiamento internazionale verso l'Arabia Saudita. Dopo l'omicidio di Jamal Khashoggi ordinato dai vertici di Riad, anche il Senato degli Usa ha votato per la fine del coinvolgimento nei raid sauditi, dal 2015 in Yemen. Ma per troppi anni è calato il silenzio sulla distruzione di Sanaa e le bombe contro scuole e abitazioni sono state confezionate anche in Italia. Diversi Stati europei, capofila la Germania, stanno interrompendo le forniture di armi a Riad, ma in Sardegna si punta a triplicare le bombe made in Germany ai sauditi. Destinazione proprio lo Yemen, dove le migliaia di profughi non raggiungono l'Europa, privi di soldi per fuggire.

L'INFLAZIONE AL MILIONE PER CENTO DEL VENEZUELA

Dal 2013, secondo l'Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) quasi 2 milioni e mezzo di venezuelani hanno lasciato il Paese per gli Stati confinanti. L'esodo, esploso nell'ultimo biennio, è la conseguenza della grave crisi economica che, dalla morte di Hugo Chavez, ha avvitato il Venezuela: in cinque anni il Pil è crollato del 40% e alla fine del 2018 l'inflazione ha toccato il milione per cento. I numeri mostruosi si traducono nella drammatica mancanza di beni di consumo di base e di farmaci. Non basta ormai uno stipendio mensile – tra i più bassi al mondo – per una porzione di carne o altri generi di prima necessità. La maggior parte dei Paesi ha interrotto i rapporti commerciali con Caracas, isolata nell'asse con Cuba. Anche la Chiesa ha denunciato il «disastro senza fine». Per l'emergenza umanitaria, l'Ecuador ha dichiarato lo Stato di emergenza. Mentre in Venezuela il presidente Nicolas Maduro, ottuso epigono del Caudillo, reprime il dissenso interno, facendo sparare sui manifestanti e imbavagliando magistratura e parlamento.

I 10 MILA MORTI DELLE TRINCEE UCRAINE

La battaglia navale d'autunno nello Stretto di Kerch, tra la Crimea annessa dalla Russia e l'Ucraina ha riacceso i riflettori su un conflitto a cosiddetta bassa intensità, ma mai risolto dalle rivolte di piazza Maidan del 2014. Dall'invasione della Crimea e dalle autoproclamate repubbliche popolari del Donbass, nel lembo orientale dell'Ucraina, in 5 anni secondo i dati dell'Onu del 2018 si sono contati più di 10mila morti, 30 mila feriti e circa 2 milioni di sfollati, oltre 3 mila i civili uccisi. Non si è mai smesso di sparare, nonostante gli accordi del 2015 di Minsk, tra Donetsk, Kharkiv e Lugansk il cessate il fuoco è di norma violato. Nelle zone cuscinetto tra le città filorusse e l'Ucraina si muore e si resta mutilati anche per le mine: solo da gennaio ad agosto del 2018, 38 civili sono rimasti uccisi e 173 feriti, la metà per colpi d'artiglieria o spari, una ventina anche per granate. Nella trincea del Donbass, la scintilla tra Ucraina e Russia, evitata a novembre per un soffio, può sempre riesplodere.

Il 2018 è stato un nuovo anno di record di morti civili e di produzione di oppio in Afghanistan

L'AFGHANISTAN SEGNA NUOVI TRAGICI RECORD

Il 2018 per l'Afghanistan ha segnato un altro record di vittime in attacchi o attentati suicidi. Quasi 1700 morti civili, nei primi sei mesi dell'anno secondo l'Onu: un trend più negativo del 2017, a sua volta più negativo del 2016. Il crescendo è dovuto alla penetrazione dell'Isis e di altri gruppi jihadisti, distinti dai talebani, in ritirata dalle guerre in Siria e in Iraq e cerca di uno Stato rifugio. L'Isis si espande, dalla provincia del Nangarhar, soprattutto nel Nord-Est, e i campi di addestramento afgani sono una fucina anche per nuovi combattenti. Dall'ultimo rapporto delle Nazioni Unite è anche emerso che i morti e i feriti a causa dei talebani (42%) e dell'Isis (18%) sono quadruplicati: il governo controlla poco più del 50% del territorio, il resto è in mano ai signori della guerra che hanno anche raddoppiato la produzione di oppio. Più di 60 morti si sono contati anche ai seggi e tra i candidati delle Legislative del 2018. La normalità è impossibile e perciò l'Afghanistan resta tra i Paesi con più profughi al mondo, oltre 2 milioni e mezzo, il 79% di loro minori.

IL SUD SUDAN È LO STATO PIÙ GIOVANE DEL MONDO MA È GIÀ FALLITO

La terza popolazione con più profughi nel mondo, lo certifica l'Unhcr, sono i Sud Sudanesi. Ma l'Europa non si accorge dei quasi 2 milioni e mezzo di loro costretti a scappare: la quasi totale maggioranza sta sparsa nei campi di accoglienza dell'Africa centrale. Ancora nel 2017, dalla zona di conflitto del Sud Sudan si è registrata la più grande fuga di popolazione: solo l'Uganda ospita un milione e mezzo di rifugiati, e anche il Congo, il Kenya e l'Etiopia fanno la loro parte. Il Sud Sudan (in teoria lo Stato più giovane al mondo nato nel 2011 dopo una guerra lunga 20 anni con il Sudan) è in realtà uno Stato fallito, teatro dal 2013 di una cruenta guerra civile. Negoziati sono in corso ad Addis Abeba tra le due fazioni del presidente Salva Kiir e l'ex vice Riek Machar, a capo rispettivamente delle etnie dinka e nuer. Ma non si intravedono soluzioni a breve termine, per un conflitto che dal 2013 ha fatto 50mila morti. In uno “Stato” ricco di petrolio dove, come in Yemen, per l'Onu milioni di sud-sudanesi sono a rischio carestia.

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