Guerriglia Cetnica

Gea Scancarello
13/10/2010

La Fifa: «In Inghilterra non sarebbe successo».

Guerriglia Cetnica

È spolemica sulle presunte responsabilità degli scontri violenti che hanno preceduto e accompagnato i primi minuti di gioco della partita Italia-Serbia il 12 ottobre, prima che venisse sospesa con tanto di poliziotti in tenuta antisommossa schierati in mezzo agli ospiti impegnati in saluti cetnici (leggi la cronaca degli eventi). Le forze dell’ordine italiane erano state informate dai colleghi serbi dell’arrivo dei violenti; tuttavia, il contenuto dei due telex inviati da Belgrado rivela che nessun allarme era stato lanciato dalle autorità serve. 

Il primo, inviato lunedì 11 ottobre, parlava di un seguito di «100 tifosi». Mentre il secondo, inviato a meno di 24 ore dall’inizio della partita, avvertiva improvvisamente che «i biglietti nominativi venduti sono circa 1300 e in base a informazioni in nostro possesso sappiamo che pullman e auto private sono partite alla volta dell’Italia nella notte dell’11». Quando forse era troppo tardi per predisporre i controlli necessari.

E il capo della Polizia Antonio Manganelli ha commentato: «Era impossibile impedirne l’arrivo, sia perché l’abolizione dei visti dalla Serbia rende impossibile il controllo alla frontiera, sia perché non ci sono state specifiche indicazioni sui movimenti dei tifosi da parte delle Autorità serbe che potessero consentire l’adozione di particolari misure di prevenzione».

Il governo serbo, invece, per bocca del ministro dell’Interno e vicepremier Ivica Dacic, ha affermato che l’intervento della polizia italiana avrebbe potuto essere molto più efficace, perché l’ingresso allo stadio a tifosi in possesso di oggetti pericolosi non sarebbe mai stato possibile a Belgrado. Il presidente Boris Tadic ha cercato di ricucire lo strappo del suo ministro, con una telefonata di scuse al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi (leggi).

Le accuse di Fifa e Uefa

Nella diatriba si sono inseriti anche il presidente della Fifa Sepp Blatter e quello dell’Uefa, Michel Platini. Il primo ha affermato che «in Inghilterra non sarebbe mai successo quello che si è visto a Genova»; il secondo, invece, ha ammonito: «ricordo a tutti che la Uefa segue una linea di tolleranza zero nei confronti della violenza degli stadi». Per l’Uefa nel mirino c’è anche la Federcalcio italiana, che avrebbe voluto disputare la partita in uno stadio, il Marassi di Genova, ritenuto «inadeguato». Replica a stretto giro Antonello Valentini, direttore generale della Federazione Italiana Gioco Calcio (Figc), definendo l’ipotesi dell’Uefa «una banalità assoluta».

Il sostegno della politica

Cavalca le polemiche anche Giovanna Melandri, deputata del Partito democratico: «Da anni, è nota la pericolosità delle tifoserie organizzate serbe, portatrici di una miscela esplosiva di razzismo, violenza e nazionalismo», ha dichiarato, «chiediamo al ministro Maroni venire in Parlamento e spiegare ai cittadini italiani cosa non ha funzionato ieri sera».
Manganelli e i suoi uomini incassano comunque l’approvazione e l’appoggio incondizionato del ministro dell’Interno Roberto Maroni e dei membri della maggioranza. Il responsabile del Viminale ha detto che « la polizia, non intervenendo pesantemente, ha evitato una strage». Ignazio La Russa, ministro della Difesa, si è complimentato per l’operato delle forze dell’ordine.

Le dichiarazioni degli ultrà serbi alla polizia

Hanno sfruttato i riflettori puntati sullo stadio Luigi Ferraris di Genova come uno sciaugurato palcoscenico di rivendicazione politica. È questa la verità che emerge E dalle dichiarazioni dei 138 ultrà serbi fermati nella notte a si scopre il movente degli scontri. E cioè sfruttare i riflettori puntati sullo stadio Luigi Ferraris come uno sciaugurato palcoscenico di rivendicazione politica.
«Siamo contro l’entrata della Serbia nell’Unione europea e contro l’indipendenza del Kosovo, per questo abbiamo bruciato la bandiera dell’Albania», ha raccontato Slobo, un capo tifoso intervistato a microfoni spenti da un giornalista della Rai della Liguria all’uscita dalla questura. «A Belgrado c’è una dittatura e là non possiamo manifestare», ha aggiunto.
La tesi è confermata dal ritrovamenti di alcuni adesivi  lasciati dagli ultras serbi (leggi l’approfondimento) all’interno dello stadio di Marassi, che recitano “Il nuovo ordine Mondiale”, e “Karadzic-Mladic nuovi eroi”, con riferimento ai criminali di guerra che negli anni ’90 ebbero un ruolo cruciale nel genocidio di croati e musulmani.
Per conquistare la scena gli ultrà avevano acquistato fin dal pomeriggio razzi di segnalazione nei negozi di nautica genovesi, nascondendoli nei pantaloni e introducendoli nello stadio senza difficoltà. Gli scontri erano poi stati trainati dal giovane incappucciato Ivan Bogdanov, 29enne, arrestato durante la nottata del 12 e già trasferito nel carcere cittadino.
Proprio Bogdanov, noto con il nomignolo di Toi, è risultato essere una vecchia conoscenza della polizia serba in virtù di una lunga militanza nella tifoseria organizzata della Stella Rossa, una delle due squadre di Belgrado, spesso coinvolta in episodi di violenza. Disoccupato, di fede ultranazionalista, è stato schedato dalla polizia in almeno quattro casi precedenti, per rissa e possesso di stupefacenti.