La ricetta del redivivo Bertolaso per questa Italia in emergenza

18 Novembre 2018 10.00
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Se qualcuno gli dice che nell’Italia delle emergenze sempiterne è un peccato mortale che uno come lui stia in panchina, risponde secco: «Ma quale panchina, non sono nemmeno nello spogliatoio». Guido Bertolaso è fuori dall’attuale partita politica, ma non è lui che ha deciso di appendere gli scarpini al chiodo. Anzi, ci tiene a rivendicare le sue esperienze, a sottolineare con orgoglio il bagaglio tecnico che si porta dietro. E quando si presenta al Palazzo Santa Chiara, ospite della trasmissione televisiva Roma InConTra, lo racconta già con un atteggiamento che emana praticità e un’immagine smart, tra il fisico da cinquantenne e il golfino casual, che proietta le stigmate tipiche dell’uomo del fare, che ha fatto tanto e che è pronto a (ri)fare.

«CALUNNIE E MALDICENZE CI HANNO MESSO IN CATTIVA LUCE»

L’alluvione in Veneto, Trentino, Alto Adige e Friuli, gli alberi di Roma, il maltempo in provincia di Palermo sono solo gli ultimi episodi di un Paese in emergenza perenne. E quando si parla di emergenze, l’ex capo della Protezione civile ha una parola su tutto. Intervistato da Enrico Cisnetto, ci tiene a ripercorre i successi del suo curriculum, togliendosi più di qualche sassolino dalle scarpe: «All’Aquila non ho guardato all’alberello ma alla foresta, poiché era inevitabile, visto l’immenso patrimonio della città, che ci sarebbero voluti almeno 10 anni per riaprire il centro. Quindi abbiamo scelto di "traghettare" gli aquilani verso la normalità attraverso il progetto delle casette», spiega Bertolaso, che se la prende contro «le calunnie, le maldicenze, perfino un film (Draquila di Sabina Guzzanti, ndr) che ci hanno messo in cattiva luce. Ma se guardiamo a Messina, dove ci sono ancora le baracche, o ad Amatrice, dove le persone dopo due anni sono ancora negli alberghi, quella dell’Aquila è un’esperienza più che positiva».

«BERLUSCONI MI DIEDE CARTA BIANCA E LA GENTE APPREZZÒ»

Insomma, Bertolaso ci tiene a rivendicare i suoi meriti. E sottolinea anche i benefici che quei meriti possono portare in dote alla politica. «I frutti del mio lavoro li ha raccolti il nuovo sindaco di centrodestra, che ha battuto quello uscente di centrosinistra nonostante partisse svantaggiato». Insomma, si guarda alla politica, dove tra sinistra e destra, Bertolaso pende a destra perché «Berlusconi mi ha dato carta bianca e la gente ha apprezzato i risultati». Ma non cade nella trappola di Cisnetto che cerca di fargli dire se è disposto a scendere in politica. «Mi hanno chiesto di candidarmi a presidente dell’Abruzzo, ma quello non è il mio mestiere». Eppure Bertolaso aveva anche provato a correre a Roma per il Campidoglio, salvo ritirarsi per lasciare spazio a Alfio Marchini e Giorgia Meloni. Ma anche prima della sua rinuncia, i cocci di una coalizione spaccata erano già per terra. Tanto che vinse Virginia Raggi e il centrodestra diviso non passò il primo turno. Così, quando Cisnetto chiede al pubblico del Palazzo Santa Chiara se non sia «uno spreco» che Bertolaso sia out, dalla platea si alza quasi una ola.

Serve un politico con un programma elettorale unico e univoco: 50 miliardi da spendere in cinque anni per mettere in sicurezza il Paese

Il fatto è che l’ex capo della Protezione civile nei giochi di oggi proprio non ci si ritrova, perché secondo lui manca la capacità di guardare al futuro. Il punto è che «alla politica non piace il concetto di prevenzione, che non porta voti e non fa vincere le elezioni», sostiene Bertolaso che sul tema fa l’esempio della polizza anticatastrofale obbligatoria, che ha molti vantaggi concreti e un unico svantaggio politico: «Sarebbe vissuta come una nuova tassa e chi governa non la vuole, ma poi ci costa miliardi di euro e ritardi di anni». E ribadisce l’idea parlando del Ponte Morandi: «Se cinque anni fa lo avessimo chiuso e speso 500 milioni per metterlo in sicurezza, sarebbero scoppiate polemiche a non finire». Per risolvere il problema, secondo Bertolaso, servirebbe «un politico con un programma elettorale unico e univoco: 50 miliardi da spendere in cinque anni per mettere in sicurezza il Paese».

Inoltre, per l’ospite di Roma InConTra oggi la politica non solo piange sul latte versato, poiché non riesce a fare prevenzione, ma non lava nemmeno per terra e non sistema il presente. «Per ricostruire il ponte di Genova ci vorranno anni», ragiona Bertolaso, «e il decreto è stato bloccato perché prevedeva pieni poteri al commissario. È stato riscritto da capo, così da riempire di condizionamenti e limiti i poteri del sindaco, ma così si rallenta l’iter di ricostruzione».

«ORA TUTTI SI CIRCONDANO DI YES-MAN»

Tuttavia il medico Bertolaso (specialista in malattie infettive) potrà anche essere il prototipo del decisionista, ma non per questo invoca l’uomo solo al comando. Anzi, «mentre ora tutti si circondano di yes-man, mi piace ricordare l’esperienza da sindaco di Francesco Rutelli, che aveva grandi collaboratori, a partire da Paolo Gentiloni, perché quello che conta è avere una grande squadra con sé». Per adesso Bertolaso una squadra non ce l’ha (Roma a parte, ma il calcio qui non c’entra). Aspetta nello spogliatoio, svincolato. Ma continua ad allenarsi. Ed è prontissimo, dice Cisnetto, che se ne intende.

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