Cosa c’è dietro le dimissioni dell’ambasciatrice Usa Nikki Haley

Stefano Graziosi
10/10/2018

L'ex governatrice era più in contrasto con Trump di quanto si creda. E, nonostante le smentite, potrebbe correre nel 2020. Il legame con le midterm del 6 novembre prossimo.

Cosa c’è dietro le dimissioni dell’ambasciatrice Usa Nikki Haley

Nuovo scossone per la presidenza Trump? Il 9 ottobre, la rappresentante statunitense alle Nazioni Unite, Nikki Haley, ha rassegnato le dimissioni. Al momento, motivazioni certe non ce ne sono, eccezion fatta per generiche affermazioni sulla volontà di prendere una pausa dalla vita politica e istituzionale. Tuttavia, sembra che la decisione sia stata presa di comune accordo con i vertici della Casa Bianca, viste le parole di stima espresse dal presidente americano, Donald Trump, nei confronti dell’ambasciatrice dimissionaria. «Ha fatto un fantastico lavoro e abbiamo fatto un lavoro fantastico insieme», ha commentato il Commander in chief. Inoltre, sembrerebbe che Trump sapesse di questa scelta già da sei mesi. Non si tratterebbe quindi di un fulmine a ciel sereno. Eppure, nonostante le rassicurazioni ufficiali, circolano non poche speculazioni, alimentate da fattori rilevanti. Innanzitutto, la tempistica.

I VANTAGGI DI UNA SCONFITTA REPUBBLICANA

Sarà un caso, ma il passo indietro di Haley avviene a un mese esatto dalle elezioni di metà mandato che si terranno il prossimo 6 novembre. Detta così, la cosa non sembra avere grande importanza. Ma non bisogna dimenticare che, storicamente, l’ormai ex ambasciatrice nutre ambizioni di carattere presidenziale. In questo senso, sono molti i repubblicani che attendono l’esito delle elezioni. Nel caso l’Elefantino conseguisse un cattivo risultato, è altamente probabile che alcuni esponenti del partito contestino a Trump la nomination repubblicana del 2020. Un fatto già verificatosi in passato: nel 1976, per esempio, l’allora presidente uscente Gerald Ford venne sfidato da Ronald Reagan in sede di primarie. In un simile contesto, è quindi possibile che Haley figuri tra i nomi di chi sta scalpitando in seno all’Elefantino. E che, proprio per questo, sotto sotto si auguri una débâcle repubblicana il prossimo novembre. Lei ovviamente da mesi smentisce la volontà di candidarsi alle Presidenziali del 2020. E l'ha fatto anche il 9 ottobre. Ma il suo iperattivismo politico e la sua capillare presenza sui social network alimentano il sospetto che possa avere altri piani.

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In secondo luogo, non bisogna trascurare che i rapporti tra Trump e Haley non sono mai stati idilliaci. Nonostante la stampa ultimamente li abbia spesso considerati alleati di ferro, la situazione è in realtà ben più complessa. L'ex governatrice del South Carolina ha sempre militato nelle file più centriste del Partito Repubblicano e non ha mai digerito fino in fondo l'eterodossia trumpiana. Pronunciando la risposta repubblicana al discorso sullo Stato dell'Unione di Barack Obama nel gennaio del 2016, criticò il radicalismo del magnate newyorchese (pur non citandolo mai direttamente). Inoltre, nel corso delle primarie repubblicane di quello stesso anno, diede il proprio endorsement a uno dei più accaniti avversari di Trump: il senatore della Florida Marco Rubio.

LE DIVERGENZE CON TRUMP SU COREA DEL NORD E IRAN

Anche per questo, quando nel gennaio 2017 Trump la nominò rappresentante americana presso le Nazioni Unite, molti rimasero di stucco. Del resto, è altamente probabile che, con quella mossa, il neo presidente volesse gettare un ponte verso le aree a lui più ostili del Partito Repubblicano. Senza poi trascurare anche una certa dose di abile camaleontismo da parte dell'ex governatrice. Tuttavia, nonostante la nomina, i rapporti tra Trump e Haley non sono sempre stati pacifici. Non è un mistero d'altronde che il tendenziale isolazionismo del magnate cozzasse con l'interventismo aggressivo dell'ex governatrice. Un contrasto emerso su svariati dossier: a partire da quello nordcoreano. L'ambasciatrice non ha mai amato l'appeasement di Trump verso Pyongyang. E anche sull'Iran pare che i due non avessero idee particolarmente concordi.

L'INTERVENTISMO TORNERÀ DI MODA?

Alla luce di tutto questo, è chiaro che, dietro l'apparente unità di intenti, qualche frattura c'è sempre stata. Il punto è capire se Nikki, nel caso in cui decidesse di candidarsi tra due anni alla nomination repubblicana, abbia possibilità concrete di farcela. Ovviamente si tratta di un discorso prematuro. I fattori in gioco sono molti: dal risultato delle prossime midterm all'effettiva volontà da parte di Trump di ricandidarsi o meno (chissà che il magnate non voglia lasciarle campo libero). Ciononostante alcuni elementi sono già analizzabili. Dalla sua, l'ex governatrice ha il fatto di essere una giovane donna grintosa che può vantare esperienze amministrative e di politica internazionale. Senza poi considerare che le sue origini indiane la renderebbero una figura in grado di attrarre il sostegno delle minoranze etniche. Dall'altra parte, non va dimenticato che sposa (come abbiamo visto) idee interventiste e aggressive in politica estera e non è estranea a legami con alcune galassie di orientamento neoconservatore. Si tratta di una linea, ad oggi, non più così popolare tra gli elettori americani. E le vittorie di Obama e Trump sono lì a dimostrarlo. Bisognerà dunque capire se simili idee possano tornare a essere maggioritarie in America. Il tutto, mentre Nikki dovrá valutare attentamente i suoi passi. Dosando l'ambizione ed evitando il rischio di bruciarsi.