Hamas, Hezbollah, Houthi: la mano dell’Iran nella guerra israelo-palestinese

Matteo Innocenti
23/10/2023

Ha minacciato un attacco alla città di Haifa, eppure formalmente è fuori dal conflitto. In realtà vi partecipa già con i gruppi armati che sostiene da decenni. E non solo nella Striscia, ma anche in Libano e nello Yemen. Cosa c’è dietro al coinvolgimento di Teheran e i possibili scenari in caso di attacco da terra di Israele.

Hamas, Hezbollah, Houthi: la mano dell’Iran nella guerra israelo-palestinese

L’Iran resta formalmente fuori dal conflitto israelo-palestinese, almeno per ora, visto che le minacce da velate si fanno sempre più concrete, con il numero due della Guardia rivoluzionaria iraniana, Ali Fadavi, che ha indicato come obiettivo la città israeliana di Haifa. Ma è opinione generale che Teheran stia già costantemente tirando le fila dei suoi gruppi terroristici per procura a Gaza, in Cisgiordania, in Libano e persino nello Yemen, allo scopo di allargare il fronte della guerra. Ne è convinta anche Tel Aviv, in particolare dopo il lancio di tre missili da crociera e droni da parte dei ribelli yemeniti Houthi, diretti «potenzialmente verso obiettivi in Israele» e intercettati dal cacciatorpediniere americano Uss Carney, operante nel Mar Rosso. Sciiti di stampo zaydita, gli Houthi controllano da anni la capitale Sana’a e hanno nell’Iran il principale sostegno ideologico, religioso e militare. Il ministro dell’Economia israeliano Nir Barkat, dopo uno degli ormai tanti attacchi provenienti dal Libano e targati Hezbollah, non si è nascosto: «Il loro piano è attaccare Israele su tutti fronti. Allora noi attaccheremo la testa del serpente: l’Iran».

Hamas, Hezbollah, Houthi: il coinvolgimento dell’Iran nella guerra israelo-palestinese e i possibili scenari.
Sfilata degli Houthi a supporto della Palestina (Getty Images).

Dopo l’Arabia Saudita, nel mirino degli Houthi c’è Israele

Il gruppo armato degli Houthi da qualche anno controlla Sana’a, la capitale yemenita. Nati verso la fine del secolo scorso, ufficialmente si chiamerebbero Anṣār Allāh (Partigiani di Dio), ma sono noti con il nome della famiglia che ha fondato il movimento: il primo leader Hussein al-Houthi fu ucciso dalle forze statali yemenite nel 2004. Per diversi anni i ribelli sciiti hanno tenuto sotto pressione l’Arabia Saudita, patria del sunnismo e sostenitrice delle forze governative dello Yemen: dopo la tregua con Riad, arrivata grazie alla mediazione dell’Oman, il gruppo sciita ha messo nel mirino Israele, che si stava avvicinando ai sauditi.

Hamas, Hezbollah, Houthi: il coinvolgimento dell’Iran nella guerra israelo-palestinese e i possibili scenari.
Un manifestante con la bandiera di Hezbollah (Getty Images).

La guerra a bassa intensità lungo il confine tra Israele e Libano

Gli Houthi sono sciiti, come gli iraniani ed Hezbollah, da dove fin dalle prime ore del conflitto sono partiti colpi di artiglieria indirizzati verso Israele. Scontri a bassa intensità quelli lungo la Linea Blu di demarcazione tra Libano e Israele, ma che comunque hanno fatto vittime, contribuendo a innalzare la tensione. Hezbollah, come gli Houthi, riceve – non è un mistero – addestramento, competenza tecnica e armi sempre più sofisticate dall’Iran. Nell’ambito del conflitto in corso, Israele ha colpito anche in Siria, dove transitano i rifornimenti per l’organizzazione paramilitare e antisionista libanese.

Hamas, Hezbollah, Houthi: il coinvolgimento dell’Iran nella guerra israelo-palestinese e i possibili scenari.
Razzo lanciato dalla Striscia di Gaza (Getty Images).

Hamas e il sostegno di Teheran: ma fino a che punto è arrivato?

Della “galassia” iraniana fanno poi parte i sunniti di Hamas, che controlla la Striscia di Gaza dal 2007. Secondo un rapporto del Wall Street Journal, che ha citato anonimi esponenti di Hamas appunto e di Hezbollah, l’Iran ha svolto un ruolo centrale nella pianificazione dell’attacco del 7 ottobre, dando poi il via libera all’assalto in un incontro avvenuto a Beirut meno di una settimana prima che avesse luogo. Il coinvolgimento delle Guardie rivoluzionarie iraniane è stato smentito dal segretario di Stato Usa Antony Blinken, il quale ha dichiarato di non aver visto prove in tal senso, nonostante la «lunga relazione» tra la repubblica islamica e il gruppo palestinese, che hanno negato. Di sicuro, però, il leader dell’ufficio politico di Hamas Ismail Haniyeh e il ministro degli Esteri iraniano Hossein Amirabdollahian hanno discusso di come fermare i «crimini brutali» israeliani a Gaza. Teheran a più riprese ha poi fatto riferimento al rischio di escalation.

I timori per la normalizzazione delle relazioni Israele-Arabia Saudita

Il Wall Street Journal ha descritto un ampio piano iraniano «per creare una minaccia multifronte che possa strangolare Israele da tutti i lati: Hezbollah e il Fronte popolare per la liberazione della Palestina nel Nord, e la Jihad islamica palestinese e Hamas a Gaza e in Cisgiordania». Come ha spiegato ad Haaretz Raz Zimmt, esperto di affari iraniani del National Security Studies di Tel Aviv, «dobbiamo distinguere tra supporto e controllo»: ammesso e non concesso che il via libera all’attacco non sia arrivato da Teheran, è verosimile che l’Iran abbia incoraggiato questa azione al fine di interrompere una potenziale normalizzazione delle relazioni tra Israele e Arabia Saudita, mediata dagli Stati Uniti. Buoni rapporti tra Israele, Egitto, Giordania e gli Stati del Golfo, sostenuti dagli Usa, creerebbero potenzialmente un fronte anti-Iran economicamente minaccioso per la Repubblica islamica.

Hamas, Hezbollah, Houthi: il coinvolgimento dell’Iran nella guerra israelo-palestinese e i possibili scenari.
Manifestazione pro-Palestina in Iran (Getty Images).

L’Iran a un certo punto dovrà scegliere il male minore

Sono molti gli analisti invece a sostenere che qualsiasi decisione di aprire un secondo vero fronte contro Israele a Nord, attraverso Hezbollah, alla fine verrà presa a Teheran e non a Beirut. Ma fino a che punto è disposto a spingersi l’Iran con il suo “asse di resistenza” anti-ebraico? Dipende da quanto vorrà rischiare di perdere una delle sue risorse chiave, Hezbollah, per salvarne un’altra, Hamas. Secondo Zimmt, non è detto che in caso di campagna di terra israeliana a Gaza, dal Libano arrivi automaticamente una risposta pesante. Il dilemma, in tale senso, «si presenterà se e quando arriveremo al punto in cui esisterà una minaccia esistenziale alla sovranità militare e politica di Hamas a nella Striscia». Che, va detto, ora è un obiettivo di Israele per sua stessa ammissione. L’Iran, ha spiegato l’esperto, «dovrà scegliere il male minore». Se non farà nulla, «incoraggerà Israele a causare ulteriori danni ad Hamas e a dimostrare la debolezza del decantato asse di resistenza». Allo stesso tempo, «se dovesse coinvolgere Hezbollah, una rappresaglia israeliana su vasta scala avrà un impatto enorme sulle capacità strategiche» della milizia libanese. Secondo Zimmt, appare più probabile la prima via.

I guai interni di Teheran e l’odio viscerale verso gli ebrei

Per Alireza Nader, studioso di Iran e Medio Oriente e membro di Foundation for Defense of Democracies, dietro al coinvolgimento iraniano ci sono motivi più semplici e, per questo, possibili ragionamenti sugli sviluppi futuri lasciano il tempo che trovano. «Il regime ha affrontato la rivolta popolare più massiccia e duratura degli ultimi 44 anni. Per il momento è riuscito a contenere le proteste, ma la minaccia di un suo rovesciamento non è scomparsa. L’attacco contro Israele è una prova di forza rivolta al popolo iraniano», ha twittato l’esperto. Mettendo poi in evidenzia un altro aspetto: «L’Ayatollah Ali Khamenei e le Guardie rivoluzionarie sono motivati da un odio profondo per gli ebrei. Le loro azioni non possono essere spiegate con calcoli geopolitici. A loro piace vedere morte e distruzione inflitte agli ebrei in tutto il mondo».