La risposta delle monarchie del Golfo alla guerra Israele-Hamas e la tenuta degli Accordi di Abramo

Tommaso Meo
13/10/2023

Kuwait, Oman e Qatar si sono schierati nettamente con i palestinesi, mentre Emirati Arabi Uniti e Bahrein hanno scelto la moderazione. Il processo di normalizzazione tra Arabia Saudita e Tel Aviv ora salterà inesorabilmente? Qualche spiraglio resta. E l'intesa potrebbe reggere alla crisi. L'analisi di Ardemagni dell'Ispi.

La risposta delle monarchie del Golfo alla guerra Israele-Hamas e la tenuta degli Accordi di Abramo

La grave escalation di violenze tra Hamas e Israele, iniziata il 7 ottobre, ha generato reazioni differenti da parte dei Paesi arabi del Golfo Persico. Queste nazioni sono state tra le più vicine alla causa palestinese negli ultimi decenni, ma in alcuni casi, di recente, l’approccio di alcune di loro al conflitto è diventato sfumato, anche se raramente equidistante tra le parti. Le divisioni su come rispondere alla crisi potrebbero però questa volta avere risvolti inediti.

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C’è chi dà tutta la responsabilità all’«occupazione» israeliana

Se Kuwait, Oman e Qatar hanno adottato un tono più infuocato, ribadendo il loro sostegno alla creazione per i palestinesi di «uno Stato indipendente secondo i confini del 1967 con Gerusalemme Est come capitale» e addossando le responsabilità degli ultimi avvenimenti all’«occupazione» israeliana, Emirati Arabi Uniti e Bahrein – che intrattengono da qualche anno relazioni con Israele grazie ai cosiddetti Accordi di Abramo – sono stati invece moderati nelle loro dichiarazioni. Abu Dhabi e Manama hanno criticato l’attacco di Hamas, definendolo una «grave escalation», e focalizzando poi la loro attenzione sulla protezione dei civili e sulla questione degli ostaggi. Per quanto riguarda Kuwait, Oman e Qatar, l’attuale critica a Israele riflette il loro rifiuto della normalizzazione in assenza di una soluzione alla questione palestinese. Dalla loro posizione, Emirati Arabi Uniti e Bahrein probabilmente continueranno a cercare di prendere le distanze dalla violenza nella Striscia Gaza anche se, d’altra parte, il governo israeliano nonostante gli Accordi di Abramo non ha cambiato il suo approccio nei confronti dei palestinesi.

La risposta delle monarchie del Golfo alla guerra Israele-Hamas e la tenuta degli Accordi di Abramo
La firma nel 2020 degli Accordi di Abramo: da sinistra il ministro degli Esteri del Bahrain Abdullatif bin Rashid Al Zayani, il premier israeliano Benjamin Netanyahu, l’ex presidente americano Donald Trump e il ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti Abdullah bin Zayed bin Sultan Al Nahyan (Getty).

Un caso a parte l’Arabia Saudita, che stava lavorando a una normalizzazione dei rapporti con Tel Aviv con il benestare degli Stati Uniti. Riad non ha condannato apertamente l’attacco di Hamas e ha continuato a sottolineare il suo sostegno ai palestinesi e alla costruzione di uno Stato palestinese, rimarcando di aver più volte ammonito Israele delle possibili conseguenze che le sue politiche avrebbero potuto avere, ma ha chiesto la fine delle violenze da entrambe le parti.

Difficile cooperazione regionale, ma tutti vogliono giocare un ruolo diplomatico

«In questo momento vediamo un quadro in cui le monarchie del Golfo sono polifoniche e mostrano posizioni diverse pur essendo tutte disponibili a giocare un ruolo sul piano diplomatico», spiega a Lettera43 Eleonora Ardemagni, analista esperta della regione e Senior Associate Research Fellow dell’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale. «Eventuali fratture», continua Ardemagni, «le potremo eventualmente vedere se questo conflitto durerà a lungo e se ci sarà l’intervento di altri attori regionali».

La risposta delle monarchie del Golfo alla guerra Israele-Hamas e la tenuta degli Accordi di Abramo
Proteste in Iran contro Trump, Bin Salman e Netanyahu: Teheran da sempre tifa contro la normalizzazione dei rapporti tra sauditi e israeliani (Getty).

«Doha è un importante finanziatore degli aiuti umanitari per Gaza»

Come si muoveranno allora questi Paesi di fronte alla crisi? «Ci sarà una sottile diplomazia che già si è messa in moto in queste ore», dice Ardemagni, «ma non penso vedremo sforzi collettivi da parte del Consiglio di cooperazione del Golfo (Gcc) proprio perché le monarchie al loro interno hanno posizioni leggermente diverse». Una dichiarazione rilasciata dal Gcc riflette per ora il tono adottato da Kuwait, Oman e Qatar. L’organizzazione regionale ritiene «le forze di occupazione israeliane responsabili» della violenza, affermando che questo è il risultato di «continui e flagranti attacchi israeliani» contro i palestinesi. Il Qatar, però, secondo l’analista dell’Ispi, è tra le monarchie del Golfo quella che potrebbe giocare un ruolo più incisivo dal punto di vista diplomatico, «visti i suoi canali di dialogo solidi con Hamas e visto che Doha è un importante finanziatore degli aiuti umanitari per Gaza».

Gli Accordi di Abramo non finiscono qui: perché lo schema può resistere

Tornando all’Arabia Saudita, secondo molti esperti internazionali, l’attacco di Hamas e la risposta di Israele rallentano il processo di avvicinamento che era in atto. Per Ardemagni, tuttavia, «è ancora presto per considerare in crisi gli Accordi di Abramo già firmati come quelli tra Emirati Arabi, Bahrein e Israele, e per dare per tramontata definitivamente la normalizzazione tra sauditi e israeliani». Continua l’analista: «La reazione molto dura del governo israeliano e l’assedio a Gaza metterà sotto pressione i governi delle monarchie del Golfo proprio perché accentuerà la rabbia nelle popolazioni arabe ma penso che lo schema degli Accordi sia un disegno di riallineamento regionale che va al di là di questa seppur fortissima crisi». In particolare, prevede Ardemagni, l’accordo tra Emirati Arabi e Israele, siglato nel 2020, continuerà forte di «una vivace cooperazione economica e culturale», anche se vivrà «un momento davvero critico con questa guerra che non sappiamo ancora che dimensioni avrà e se avrà dei confini delimitati a Israele e ai territori palestinesi».