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In Italia ci sono 120 mila hikikomori

In Italia ci sono 120 mila hikikomori

Aumentano i casi di giovani rinchiusi nelle loro stanze per passare fino a 16 ore davanti al pc. Il primato spetta al Giappone, dove stime non ufficiali parlano di 4 milioni di casi.

30 Maggio 2019 17.38

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Sono rinchiusi in casa, nelle loro stanze, nei casi più difficili spesso senza aprire neppure ai genitori, che non si rendono conto del caos e dell’eventuale sporcizia all’interno. Riemergono solo per prendere i pasti da consumare, saltano la scuola o non ci vanno per nulla, molto spesso usano il computer compulsivamente, fino a 16 ore consecutive.

IN ITALIA SI STIMA SIANO IN 120 MILA

Sono i cosiddetti hikikomori, i ragazzi che hanno scelto di ritirarsi dalla vita sociale cercando livelli diversi di isolamento. In Italia si stima siano 120 mila tra i 12 e i 26 anni, ma il dato potrebbe essere in difetto secondo Anna Maria Caresta, giornalista Rai, autrice del libro Generazione hikikomori. Isolarsi dal mondo, fra web e manga, che ha tenuto un intervento al 75esimo congresso di pediatria a Bologna. Questi dati fanno del nostro Paese il quarto al mondo, dopo Giappone, Corea sul Sud e Spagna e a dirlo sono proprio i giapponesi, che cononoscono bene il fenomeno.

FINO A 4 MILIONI IN GIAPPONE SECONDO STIME NON UFFICIALI

«In Giappone» – ha spiegato infatti Caresta – «dove questo fenomeno ormai è conosciuto da 25-30 anni, e dove il numero degli hikikomori è altissimo, sono dai 450 ai 700 mila secondo le stime ufficiali, ma secondo le associazioni addirittura un numero variabile da un milione a quattro milioni, ci sono ragazzi, che sono la fascia più importante, ma non solo: anche persone di 40-50 anni che hanno perso il lavoro». Chiedere aiuto secondo Caresta si deve e si può. «Ci sono le associazioni, ma anche i centri che si occupano degli hikikomori», ha concluso, «a cominciare dal centro per la psicopatologia da web dell’ospedale Gemelli di Roma, mentre a Torino, al Regina Margherita, c’è un reparto di neuro- psichiatria infantile che ha fatto una piccola scuola. All’interno dell’ospedale hanno adibito aule dove i ragazzi vanno e frequentano quel tanto che possono. È stato poi siglato nel 2018 tra il Miur e la Regione Piemonte un protocollo di intesa per un piano didattico personalizzato».

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