Hillary cut-woman

Redazione
06/12/2010

di Alessandro Carlini È arrivato il momento della resa dei conti all’interno della diplomazia americana. Mentre le rivelazioni di Wikileaks...

Hillary cut-woman

di Alessandro Carlini

È arrivato il momento della resa dei conti all’interno della diplomazia americana. Mentre le rivelazioni di Wikileaks sui cablogrammi delle ambasciate Usa vanno avanti (leggi il focus del wiki-gate), il dipartimento di Stato, il Pentagono e anche la Cia si sono messi all’opera per individuare i nomi di ambasciatori, agenti dell’intelligence e altri funzionari che hanno fatto commenti inopportuni sui governi e sui leader dei Paesi che li ospitano.
Come ha spiegato il sito di news Daily Beast, siamo alla vigilia di un vero e proprio rimpasto nelle sedi diplomatiche. Buona parte del personale dovrà fare la valigia e accettare un nuovo incarico. È un vero e proprio 11 Settembre per il dipartimento di Stato, che subirà una completa ristrutturazione di personale che potrebbe arrivare, come molti pensano, fino al vertice della piramide: al segretario di Stato, Hillary Clinton, che ha già ammesso in una conferenza stampa che non pensa ad altri incarichi di governo (leggi la richiesta di dimissioni di Clinton lanciata da Hugo Chavez).

Le sedi a rischio rimpasto, da Tripoli all’Onu

«Stiamo per rimuovere alcuni dei nostri funzionari migliori», ha ammesso una fonte della diplomazia Usa, «solo perché hanno avuto il coraggio di riportare la verità sulle nazioni in cui prestavano servizio». È vero. Ma è anche vero che in teoria la prerogativa della diplomazia dovrebbe essere proprio quella di evitare gli scontri tra governi proprio giocando sull’appeasement e non sull’attacco verbale e il gossip.
Le autorità americane, sicuramente a malincuore, stanno quindi stilando un elenco dei loro funzionari colpevoli di aver fatto commenti, per certi versi offensivi, sui governanti stranieri, che sono finiti sul sito Wikileaks e pubblicati dai principali quotidiani internazionali.
E la prima testa a cadere sarà, con buona probabilità, quella di Gene Gretz, ambasciatore a Tripoli, che non ha risparmiato accuse forti al leader libico, Muammar Gheddafi. In uno dei suoi cablogrammi si legge che il colonnello non si muove mai senza la sua «voluttuosa infermiera ucraina» (leggi la raccolta dei gossip sui capi di Stato). Altre sedi a rischio sono quelle di Parigi, Roma, Ankara, Mosca, Pechino, ma anche quella al Palazzo delle Nazioni Unite e quelle di alcuni Paesi arabi.
Bisogna per forza sostituire molti funzionari, ha spiegato la fonte diplomatica, anche se i governi dei Paesi in cui risiedono non hanno avanzato proteste ufficiali.

Ankara vuole portare in tribunale l’ambasciatore

Un diplomatico se perde il rispetto e la stima dei suoi interlocutori è finito. Gli americani sanno molto bene che se tenessero quegli ambasciatori al loro posto questo scatenerebbe una reazione peggiore a quella dello scandalo di Wikileaks.
Non solo, il rimpasto è l’unica soluzione per frenare l’ira di quei capi di Stato che invece vogliono giustizia e subito. Come il primo ministro turco, Recep Tayyip Erdogan, che è pronto a portare in tribunale l’ambasciatore Usa ad Ankara, Eric Edelman, che avrebbe accusato il premier di possedere una fortuna in conti bancari svizzeri.
Quanti saranno i diplomatici a venir rimossi non si sa ancora . Le autorità americane si sono limitate ad ammettere che questo è solo l’inizio di un’onda lunga che rischia di abbattersi su tante (troppe) sedi in tutto il mondo. Come ha ribadito spiega il britannico Independent, finora sono stati resi noti solo 1100 documenti segreti sui 250 mila che verranno riversati sul sito fondato da Julian Assange.
Ora spetta alla Clinton portare avanti questa grande riorganizzazione, come se fosse il manager di una multinazionale in crisi, che deve tagliare teste. Sapendo che molto probabilmente, alla fine, anche la sua potrebbe cadere.