Histoire d’Eto’o

Gabriella Colarusso
30/09/2010

La Bentley e l'Africa, il lusso e il razzismo. E molti gol.

Histoire d’Eto’o

È un campione, va da sé. Ma non di quelli divorati dell’ambizione del solista. Lui segna, ma fa anche segnare gli altri. Come ieri sera, quando ha regalato all’Inter una memorabile tripletta contro il Werder Brema, ma ha anche aiutato il compagno Sneijder, con un assist impossibile da sbagliare, a firmare il provvisorio 3-0. Era la sua risposta, giocata tutta in eleganza e velocità, a chi prima della partita lo aveva accusato di essere «egoista».
Samuel Eto’o, 29 anni, calciatore dell’anno nel 2003, 2004 e 2005, l’uomo che ha segnato più goal in coppa d’Africa, l’unico ad aver vinto il “treble” per due volte consecutive, (campionato, coppa nazionale e Champions League prima con il Barcellona e poi con l’Inter), lo ha dimostrato con i piedi che gioca con il cuore.
In Africa tutti lo chiamano il «capitano». E non solo perché è il numero uno della nazionale del Camerun, ma perché rappresenta il volto nuovo del continente: veloce e razionale, ambizioso e saggio al tempo stesso. La sera del 24 aprile del 2010, quando la squadra di Moratti batteva il Barcellona nella lunga marcia che l’avrebbe portata a vincere la Champions League dopo 45 anni, nei bar di Kampala, capitale dell’Uganda, non si sentiva altro che «forza Inter». Perchè nell’Inter giocava lui, Eto’o, e che importa se è nato in un altro stato: «Prima che camerunense», ha detto lui stesso, «io sono africano».
Esordi al Real Madrid, un passaggio al Maiorca e poi diretto al Barcellona, per approdare infine all’Inter di Mourinho. «Vivo in Europa ma dormo in Africa», ha dichiarato nel suo libro biografia La sua Africa (edizioni Limina), parlando del legame indissolubile che lo lega alla sua terra d’origine. Eto’o è arrivato in Europa a 15 anni.
Calzoncini corti e gambe smunte, è sbarcato direttamente a Madrid da Douala, sua città natale. Da lì in poi ha vinto, in 15 anni, praticamente tutto quello che un campione potrebbe desiderare, ma ha anche penato per arrivarci. Il razzismo, per esempio. Durante la sua permanenza al Barcellona, in una partita contro il Real Saragoza, alcuni tifosi cominciaronoa fare il verso della scimmia e a lanciargli noccioline ogni volta che prendeva palla.
Da allora ha smesso di portare i figli allo stadio, «questo non c’entra nulla con il calcio, mi attaccano per il colore della pelle», ma non di battersi contro il razzismo. «Devo correre come un nero per vivere come bianco», denunciò in un’intervista pochi mesi dopo il fattaccio col Real Saragoza. Apriti cielo. Gli diedero del razzista, e lui rispose: «volevo dire: dateci le stesse opportunità e noi saremo bravi come gli altri».
E così, il ragazzino che a Douala condivideva la stanza con cinque fratelli, ora guadagna 10,5 milioni di euro all’anno ed è capace di spendere 1 milione per regalare orologi da 30mila euro ai compagni di squadra del Camerun, con i quali si è guadagnato la qualificazione ai mondiali 2010. Lo accusano di essere «un fighetto politically correct», perché dietro all’impegno contro la povertà in Africa – ha una fondazione in Camerun che aiuta i bambini indigenti del suo paese – nasconde desideri da star viziata e capricciosa. Eto’o fa shopping nella costosissima via Montenapoleone, ha una casa in centro a Milano che vale 17 milioni di euro, gira in Bentley, Mercedes, Ferrari, ma finanzia da tempo progetti contro la povertà nel suo paese.
Tanto che, quest’anno, la giuria di ”Altropallone”, il premio alternativo al Pallone d’oro che ogni anno viene dato a uno sportivo impegnato nel sociale, ha deciso di assegnarlo proprio al campione camerunense: «Per essere insieme testimone del calcio africano e promotore concreto e continuativo di azioni di solidarietà per l’infanzia e l’adolescenza africana». L’associazione di Eto’o in Camerun  (www.fundacionsamueletoo.org) da quattro anni lavora alla costruzione di un centro sportivo, di una scuola calcio e di un campus.
L’Africa, sempre l’Africa, ancora l’Africa. Resta memorabile l’immagine di lui avvolto nella bandiera del suo paese alla fine della partita con cui l’Inter ha vinto la Coppa dei campioni qualche mese fa. Ma il gesto che forse meglio racconta il vincolo che unisce Eto’o alla sua terra risale al 2009. Dopo aver segnato il goal che consegnò al Barcellona la Champions league, Eto’o cominciò a colpirsi con la mano destra sulle vene del braccio sinistro, gridando «E’ il sangue di mio padre». Un omaggio all’Africa, carne e vita, passato e futuro. Anche se ormai l’identità del goleador, a giudicare dalle sue dichiarazioni, è già molto europea: «In Africa giocavo per piacere. Qui gioco per vincere».