Marco Lupis

Come la protesta di Hong Kong sfida la censura Internet della Cina

Come la protesta di Hong Kong sfida la censura Internet della Cina

Le recenti rivolte potrebbero essere la miccia per abbattere il sistema con cui Pechino controlla il web. Dal Great Firewall al Golden Shield fino al router mirroring ecco come funziona.

17 Giugno 2019 15.45

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Ormai i media di tutto il mondo l’hanno battezzata la rivolta di Hong Kong: 2 milioni di persone sono scese in strada nell’ex colonia inglese contro il disegno di legge che introdurrebbe l’estradizione dei colpevoli di moltissimi reati verso la Cina. Proposta che ora, dopo le proteste, è stata sospesa.

I cittadini di Hong Kong, cresciuti sotto le garanzie di un sistema giudiziario garantista e avanzato ereditato dagli inglesi, giustamente non si fidano, e non ci stanno all’idea di poter finire in mano alla pseudo-giustizia arbitraria e sommaria che ancora è la norma nella madrepatria.

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LA CENSURA 2.0 DI PECHINO

Ovviamente Pechino e il governo di Hong Kong, che dalla Cina si fa dettare l’agenda e prende ordini, non sono stati a guardare senza far nulla, così abbiamo assistito a una repressione da parte della polizia locale, violenta come mai si era sperimentata prima nella città Stato dopo il ritorno alla Cina del 1997. Ma Pechino non si è certo limitata a questo, mettendo in campo tutto il peso del suo sofisticato sistema di hackeraggio e controllo: in una parola la censura che ormai da anni esercita sul web, e non solo, conosciuto come The Great Firewall, la grande barriera. Un termine informatico che, curiosamente ma non troppo, ricorda il nome della Grande Muraglia. E in fondo, di una nuova grande muraglia informatica si tratta, eretta non in pietra per tenere lontani i barbari ma realizzata con sofisticati algoritmi e filtri informatici per tenere lontano dal miliardo e rotti di cinesi la pericolosa barbarie della democrazia occidentale.

La manifestazione a Hong Kong contro la proposta di legge sull’estradizione in Cina, il 16 giugno.

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TELEGRAM ATTACCATO DURANTE LA PROTESTA DI HONG KONG

Duranti gli scontri a Hong Kong, Telegram, servizio di messaggistica istantanea utilizzato dai manifestanti per coordinare le proteste, è stato stranamente colpito da un attacco hacker che il fondatore della piattaforma ha attribuito senza mezzi termini al governo cinese. Niente di particolarmente originale, a ben vedere. La stessa identica tattica era stata utilizzata nel 2014 per sabotare la rivoluzione degli Ombrelli.

LE RICERCHE SU WECHAT E WEIBO

Ma gli eventi di Hong Kong stanno mettendo a dura prova il Great Firewall. Secondo la Reuters, malgrado la censura in atto sul web cinese, mercoledì 12 giugno su WeChat la parola «Hong Kong» ha totalizzato 32 milioni di ricerche rispetto ai 12 milioni della settimana prima. Su Weibo sarebbe addirittura la parola più cercata in assoluto seguita nella top 10 da «opponiamoci all’estradizione verso la Cina» e «forza Hong Kong».

Il blocco cinese del motore di ricerca Bing.

IL PROGETTO GOLDEN SHIELD

Great Firewall in realtà non è proprio il termine giusto per spiegare la strategia di controllo della censura cinese. La Cina ha infatti eretto sì una gigantesca barriera per impedire ai propri utenti di interagire facilmente con il mondo esterno, ma questa è solo una parte di una più ampia e complessa struttura di monitoraggio e censura. Il nome ufficiale di questa strategia è “Progetto Golden Shield“. Un vasto sistema di controllo – nel quale rientra anche il Grande Firewall – per attuare uno screening continuo dei contenuti che arrivano da altri Paesi, e se necessario bloccarli.

I TRE PUNTI DI ACCESSO DELLA RETE

Sì, ma come funziona? Per capirlo bisogna fare una premessa. Se negli Stati Uniti, Internet era stato originariamente progettato per essere privo di punti di strozzatura, in Cina è il contrario. Praticamente tutti i contatti web con il resto del mondo sono instradati attraverso un numero molto ridotto di cavi in fibra ottica che entrano nel Paese in uno di questi tre punti: l’area di Pechino-Qingdao-Tianjin nel Nord, dove arrivano i cavi dal Giappone; Shanghai sulla costa centrale e Guangzhou nel Sud, dove arrivano da Hong Kong (alcuni posti in Cina hanno un servizio Internet via satellite, ma è costoso e lento). Altre linee attraversano l’Asia centrale verso la Russia ma trasportano poco traffico.

Due ragazzi di Hong Kong durante le proteste contro la legge sull’estradizione.

Gli utenti cinesi si resero conto dell’importanza di questi punti di strozzatura nel 2006, quando un terremoto in prossimità di Taiwan danneggiò alcuni cavi fondamentali. Ci vollero mesi prima che le trasmissioni internazionali da e per la maggiori località della Cina riguadagnassero la loro velocità pre-sisma.

IL SISTEMA DI ROUTER MIRRORING

Grazie a questo sistema le autorità cinesi riescono facilmente a monitorare fisicamente tutto il traffico in entrata o in uscita dal Paese installando in ciascuno di questi pochi gateway internazionali un dispositivo chiamato tapper o sniffer di Rete, in grado di rispecchiare, e quindi controllare, ogni pacchetto di dati. Questi router mirroring sono stati progettati e forniti per la prima volta alle autorità cinesi dalla società statunitense Cisco, motivo per cui questa è stata violentemente attaccate dalle organizzazioni per i diritti umani. Cisco ha sempre negato di aver adattato la propria attrezzatura alle esigenze di sorveglianza delle autorità cinesi e ha affermato di aver semplicemente venduto loro quello che avrebbe venduto a chiunque altro.

Una pagina di Rsf bloccata dal Great Firewall.

COSÌ LE AUTORITÀ POSSONO RISALIRE A CHI EFFETTUA LE RICERCHE

Fatto sta che se un utente in Cina cerca di raggiungere un blog o un sito di notizie, le pagine richieste vengono indirizzate, rispecchiate in gergo tecnico, sia al suo computer sia, contemporaneamente, al sistema di sorveglianza. Lo scanner GFW controlla il contenuto di ogni articolo confrontandolo con la lista di termini proibiti. Se trova qualcosa che non gli piace, interrompe la connessione al sito incriminato e non consente di scaricare nulla. Gli utenti che tentano frequentemente di raggiungere certi siti rischiano di attirare l’attenzione delle autorità. Non solo. Almeno in linea di principio, i cinesi devono accedere alla Rete con nomi reali, e questo vale anche negli Internet caffè. Così quando il sistema di sorveglianza segnala un indirizzo IP da cui provengono molte ricerche “ostili”, le autorità hanno ottime probabilità di sapere chi si trova davanti a quel computer.

UNA SPALLATA ALLA MURAGLIA TECNOLOGICA

L’esistenza stessa del Great Firewall fa nascere spontanea una domanda: per quanto tempo il regime potrà controllare ciò che le persone sono autorizzate a conoscere, senza che qualcuno cominci a protestare? La risposta ancora non la conosciamo, ma forse la rivolta di Hong Kong di questi giorni potrebbe essere la miccia che porterà al crollo di questa nuova grande Muraglia tecnologica.

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