La Cina e quella task force per monitorare Hong Kong dal confine

Creata da Pechino a Shenzen, ha osservato per un mese l'evolversi delle proteste. Mentre nell'ex colonia fervevano le operazioni di intelligence del Dragone. Le rivelazioni di fonti vicine ai servizi.

05 Luglio 2019 06.28
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Una task force speciale creata dalla Cina a Shenzen, al confine con Hong Kong, monitorava attentamente i disordini e le proteste nell’ex colonia britannica dagli inizi di giugno. Lo hanno rivelato al principale quotidiano in lingua inglese di Hong Kong fonti rimaste confidenziali, ma ritenute vicine ai servizi segreti cinesi, che hanno anche spiegato nel dettaglio la struttura e il metodo di lavoro di questa task force. La presenza continua sul territorio di questo team di esperti politico-militari dimostra quanto Pechino non abbia mai inteso sottovalutare i rischi connessi allo scoppio di una vera e propria insurrezione a Hong Kong e le conseguenze che questa potrebbe avere sulle sacche di malcontento sociale nella “madrepatria”.

OBIETTIVO: EVITARE UNA ESCALATION

Il rischio che le proteste popolari a Hong Kong possano innescare proteste analoghe in tutta la Cina è stato valutato come “molto alto” dagli esperti cinesi, ha rivelato la fonte confidenziale. «Il governo centrale apprezza molto il lavoro della polizia di Hong Kong e ritiene che abbia sopportato bene la pressione e le proteste, in particolare nel modo in cui ha gestito lo sgombero del Consiglio legislativo (il mini-parlamento di Hong Kong, ndr) senza causare spargimenti di sangue», ha continuato la fonte. «La linea di fondo di Pechino è appunto quella di mantenere stabile Hong Kong ed evitare a tutti i costi il rischio di una nuova Tienanmen. La strategia è cercare di evitare un’escalation di scontri violenti, restando calmi ma fermi sulle questioni di principio».

FUNZIONARI DI PECHINO A HONG KONG

La task force è stata dispiegata il 9 giugno, quando si stima che 1 milione di persone siano scese in piazza per protestare contro il disegno di legge che consentirebbe il trasferimento di sospetti criminali verso la Cina continentale e altri Paesi, come Taiwan, con cui Hong Kong non ha attualmente firmato accordi di estradizione. Secondo l’analista di Pechino Tian Feilong, specialista negli studi su Hong Kong, il governo centrale cercherà di non intervenire direttamente nell’operatività quotidiana della città, se non di fronte a una evidente perdita di controllo della situazione da parte delle autorità dell’ex colonia. Le stesse fonti confidenziali hanno anche riferito che i principali funzionari di Pechino erano a Shenzhen il mese scorso per valutare l’umore a Hong Kong dopo la sospensione del disegno di legge.

Tutte le principali agenzie cinesi hanno inviato funzionari a Hong Kong per operazioni di intelligence e raccolta di informazioni

Dalle rivelazioni si è anche appreso che il vicepremier Han Zheng, con delega per gli affari di Hong Kong, ha incontrato la governatrice Carrie Lam, prima del 15 giugno, giorno in cui la stessa Lam decise di sospendere il disegno di legge a causa del montare delle proteste. Tutte le principali agenzie cinesi, tra cui l’Ufficio per gli Affari di Hong Kong e Macao, il Ministero della Pubblica sicurezza e il Dipartimento del lavoro, hanno inviato funzionari a Hong Kong per operazioni di intelligence e raccolta di informazioni, mentre nella questione è intervenuto anche l’anziano ex governatore Tung Chee-hwa, che fu il primo a governare la città dopo il ritorno alla Cina. Tung, considerato uno statista e un moderato, durante un incontro con la stampa ha detto che Pechino non ha mai avuto esitazioni nel sostenere Lam come leader della città e ha aggiunto che a suo parere l’eventuale sua sostituzione non risolverebbe il problema.

IL RISCHIO DI UNA FUGA DI INVESTITORI

L’ex presidente del Consiglio legislativo, Jasper Tsang Yok-sing, ha suggerito che Lam potrebbe allentare la tensione promulgando un’amnistia per i manifestanti arrestati, dopo però essere stati sottoposti a un regolare processo penale. «Un’amnistia aiuterebbe ad attutire la crisi e i problemi profondi che sono emersi nella società civile di Hong Kong a causa della mancanza di riforme politiche» ritenute invece, a suo parere «assolutamente necessarie per il futuro della città». Il magnate Gordon Wu Ying-sheung, presidente di Hopewell Holdings, dal canto suo ha avvertito che la violenza delle proteste potrebbe aver già danneggiato in modo irreparabile l’immagine di Hong Kong come centro d’affari stabile e sicuro. «Gli investitori fuggiranno o eviteranno Hong Kong se la situazione dovesse continuare a deteriorarsi», ha detto.

NON SI ATTENUA LO SCONTRO DIPLOMATICO CON LONDRA

Sul fronte diplomatico, intanto, si accentua lo scontro tra Pechino e Londra. Mercoledì il ministro degli Esteri britannico, Jeremy Hunt – da molti ritenuto in pole position per la poltrona di futuro primo ministro – ha dichiarato senza mezzi termini che la Cina avrebbe dovuto affrontare gravi conseguenze se non avesse rispettato tutti i punti dell’accordo del 1984 sul trasferimento di sovranità di Hong Kong, ottenendo la dura reazione di Pechino che, per bocca del portavoce Geng Shuang, lo ha accusato di nutrire «anacronistiche illusioni coloniali». Ancora una volta, insomma, tutto accade sulla testa del popolo di Hong Kong al quale, così come 22 anni fa, nel momento della restituzione dell’ex colonia a Pechino, nessuno volle riconoscere il diritto all’autodeterminazione attraverso un referendum popolare, oggi si continua a negare voce e diritto di scegliere il proprio futuro.

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