Marco Lupis

Così Hong Kong rischia di perdere la sua unicità

Così Hong Kong rischia di perdere la sua unicità

La città-Stato gode dell'indipendenza dalla Cina. Ma le cose stanno cambiando. Le libertà diminuiscono e l'ombra di Pechino è sempre più pesante. E se passasse la legge sull'estradizione con la Madrepatria sarebbe la fine.

08 Giugno 2019 12.00

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Qualcuno forse ricorderà un bel film di qualche anno fa, L’angolo rosso, dove un sempre fascinoso Richard Gere finiva – suo malgrado e da completo innocente – nelle maglie del sistema giudiziario cinese, ancora oggi uno dei più iniqui, ingiusti e meno garantisti del Pianeta. In Cina i tribunali si basano sulla presunzione di colpevolezza, i giudici scrivono le sentenze prima di iniziare il processo e l’avvocato difensore è una professione molto poco ambita e ancor meno tollerata dal governo. Insomma, qualcosa da far impallidire il peggior giustizialista tra i politici di casa nostra.

LA REALTÀ NON È UN FILM

Dopo mille peripezie, violenze e torture e grazie all’eroismo legale e umano di una coraggiosa avvocatessa cinese (che naturalmente si innamora perdutamente della vittima, ma questa è un’altra storia), il protagonista si salva. Nella realtà però Richard Gere o chi per lui, pur se innocente, ma questo per i giudici cinesi è sempre stato un dettaglio trascurabile, sarebbe finito in carcere a vita, in qualche laogai (campo di concentramento) oppure nelle mani del boia il quale, come è ben noto, in Cina non si riposa mai.

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L’ACCORDO TRA MARGARET THATCHER E DENG XIAOPING

Fino a oggi i cittadini di Hong Kong potevano, come abbiamo fatto noi occidentali, guardarsi L’angolo rosso comodamente sdraiati in poltrona nei loro microappartamenti popolari dei quartieri di Kowloon o di Tsing Hi, inorridendo e pensando che a loro non sarebbe mai capitato nulla del genere, grazie a dio. O, meglio, grazie alla regina, visto che l’unica cosa che impediva e impedisce agli hongkonghesi di finire come Richard Gere nel film è l’accordo firmato a suo tempo (nel 1984) dalla Lady di Ferro Margaret Thatcher e dall’allora leader Deng Xiaoping, che garantisce a Hong Kong altri 30 anni circa (la durata originale dell’accordo era di 50 anni a partire dal primo luglio 1997) di sostanziale democrazia e indipendenza dalle leggi, dal sistema giudiziario, dall’economia e dalla totale mancanza di rispetto dei diritti umani di Pechino.

Deng Xiaoping e Margareth Thacher firmano l’accordo del 1984.

LA CONTESTATA PROPOSTA DI LEGGE

Ma le cose potrebbero cambiare, almeno se passerà una contestatissima proposta di legge avanzata di recente proprio dal governo cinese che vorrebbe consentire la possibilità di estradare qualsiasi cittadino di Hong Kong ritenuto colpevole di una vastissima serie di reati, anche futili. Cosa, fino a oggi impossibile, proprio grazie al trattato del 1984. E quando circa 130 mila cittadini di Hong Kong hanno sfilato per le strade qualche settimana fa contro la proposta, dando vita a quella che è stata la più grande manifestazione di massa nella città-Stato dopo il Movimento degli Ombrelli del 2014, le autorità hanno cercato di minimizzare il problema, sorprese dalle dimensioni della protesta.

LA FINE VIRTUALE DI HONG KONG

Se sarà approvata, questa legge di estradizione segnerà la fine virtuale di Hong Kong, non solo come città distinta e in grado di prosperare, come ha fatto finora, grazie al sistema One Country, Two Systems (un Paese, due sistemi) garantito dall’accordo, ma anche come centro di affari internazionale, perché nessuno a Hong Kong sarebbe al sicuro dalla longa manus della (in)Giustizia cinese. La nuova legge colpirà chiunque, residenti, lavoratori stranieri, investitori o addirittura semplici turisti in visita.

Proteste a Hong Kong contro la proposta di legge di estradizione della Cina.

IL PRETESTO DELLA CINA

La scusa formale per introdurre la necessità di un trattato di estradizione con la Cina, i burocrati di Pechino l’hanno trovata nel febbraio 2018 quando un uomo di Hong Kong ha ucciso la sua ragazza (anche lei di Hong Kong) mentre si trovava a Taiwan. Dopo essersi sbarazzato del corpo, è rientrato nell’ex colonia ed è stato arrestato. Ma visto che Hong Kong e Taiwan non hanno mai firmato un accordo di estradizione, il colpevole è rimasto nelle galere di Hong Kong. Così a febbraio, le autorità di Hong Kong hanno presentato una proposta per ampliare la portata dell’estradizione fino a includere Taiwan, Macao e soprattutto la Cina continentale, raggelando l’opinione pubblica.

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IL SENSO DI PECHINO PER LA GIUSTIZIA

Ma avere un accordo di estradizione con Taiwan è una cosa, se invece parliamo della Cina, allora è tutta un’altra faccenda. Taiwan è una democrazia, con uno Stato di diritto, un sistema giudiziario indipendente e altre forti libertà civili. In Cina, al contrario, i tribunali sono controllati dal Partito comunista, c’è un tasso di condanne che sfiora il 99% e gli imputati sono spesso soggetti ad accuse arbitrarie e vaghe, incarcerati per anni senza processo e costretti a confessioni “spontanee” trasmesse in televisione. E tutto questo non accade solo ai cittadini cinesi, ma può succedere a qualsiasi straniero, come di recente è accaduto ai canadesi Michael Kovrig e Michael Spavor, che rimangono ancora in custodia per attentato alla sicurezza nazionale; al libraio di Hong Kong Gui Minhai e all’autore taiwanese Lee Ming che è detenuto dal 2017 per reati “culturali”.

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La celebrazione a Hong Kong del 30esimo anniversario della strage di Piazza Tienanmen.

LA SUDDITANZA NEI CONFRONTI DELLA MADREPATRIA

La Cina ha in effetti accordi di estradizione con oltre 30 nazioni, compresa l’Italia, ma questi Paesi possono rifiutarla, come ha fatto per esempio il Portogallo nel 2014. Il governo di Hong Kong sostiene che le estradizioni in Cina si applicherebbero «discrezionalmente, caso per caso», dopo audizioni in tribunale. Ma chissà perché, la precisazione non ha convinto né tranquillizzato nessuno. Davvero un tribunale di Hong Kong avrebbe la forza di respingere una richiesta di estradizione da parte delle autorità cinesi? E la Cina accetterebbe il diniego? Considerato quanto, negli ultimi anni, le autorità di Hong Kong si siano dimostrate prone alla Cina, non sembra per nulla realistico.

IL CASO DEI LIBRAI ARRESTATI

Bannando di recente un giornalista del Financial Times, squalificando ripetutamente l’operato dei giudici locali, mettendo sotto processo i leader di Occupy Central e criminalizzando chi “insulta” l’inno nazionale cinese, il governo di Hong Kong ha dimostrato invece di voler ridurre le libertà per soddisfare Pechino. Nel 2015, cinque librai di Hong Kong – tra i quali il citato Gui Minhai – sono stati rapiti solo per riapparire più tardi prigionieri in Cina con accuse vaghe di attività illegali e presunte violazioni del codice stradale. La vera ragione è che i cinque librai vendevano pubblicazioni molto critiche nei confronti della leadership cinese, vietate in Cina. Per paura di essere estradato uno di loro, Lam Wing-kee, è volato a Taiwan alla fine di aprile. Gli era stato concesso di tornare a Hong Kong a condizione di consegnare i nomi dei sui suoi clienti alle autorità cinesi. Ma una volta a Hong Kong, si è rifiutato di farlo. Se la legge sull’estradizione dovesse passare, le autorità di Pechino potrebbero riprenderselo e processarlo in Cina. E come lo stesso Lam ha dichiarato: «In Cina non sai che tipo di scuse o accuse useranno per metterti nella lista dei ricercati».

Una cittadina di Hong Kong manifesta contro il disegno di legge per l’estradizione.

LA CONTRARIETÀ DEGLI IMPRENDITORI

Persino il settore imprenditoriale pro-governativo che di solito sostiene le scelte di Pechino si è spaventato al punto da prendere apertamente posizione contro la proposta di legge. Anche per loro è un passo troppo rischioso. Le imprese straniere, poi, sono molto preoccupate, con in testa la Camera di commercio americana che ha espresso «serie riserve» in una lettera ufficiale inviata al segretario alla Sicurezza di Hong Kong, John Lee. Il governo ha risposto rimuovendo nove reati economici, tra cui la bancarotta, dall’elenco di quelli che consentirebbero l’estradizione (ora sono 37). Ma questo non è bastato a placare gli imprenditori. In queste ore hanno espresso forti dubbi sulla proposta di legge anche le Camere di Commercio di Danimarca, Finlandia, Norvegia e Svezia.

L’UNICITÀ DELLA CITTÀ-STATO A RISCHIO

Quello che rende davvero inaccettabile la proposta di legge è proprio il fatto che essa mina alle fondamenta la ragione stessa di esistere dell’ex colonia britannica. Fare affari sotto le garanzie legislative ereditate dagli inglesi e ricorrere alla giustizia dei suoi tribunali è un valore aggiunto fondamentale per i privati e le imprese locali e internazionali, nonostante la crescita di Shenzhen e di altri hub cinesi. Se i manager e il personale di queste aziende diventassero improvvisamente soggetti vulnerabili alla mercè dello Stato cinese, allora resterebbe ben poca differenza tra Hong Kong e una qualsiasi delle grandi metropoli cinesi.

LA PROTESTA DEGLI AVVOCATI

E non sorprende che anche il settore legale di Hong Kong si sia espresso con veemenza contro la proposta. L’Associazione degli avvocati, dopo averla apertamente criticata in una lettera aperta definendola «non necessaria e pericolosa», ha dato vita a manifestazioni e proteste in strada, l’ultima con la partecipazione record di 3 mila legali il 6 giugno.

L’EROSIONE COSTANTE DELLE LIBERTÀ

Hong Kong negli ultimi anni ha visto la costante erosione delle sue libertà politiche e di quella della stampa, e attraverso la realizzazione della Greater Bay Area, con il ponte autostradale che ormai la unisce a Macao e alla Cina, rischia di venire totalmente assorbita dalla Madrepatria. Se passerà la legge sull’estradizione, a coloro che osano sfidare il regime di Pechino non basterà più la solidarietà internazionale e Hong Kong non sarà più un rifugio sicuro per nessuno. E l’incredibile metropoli sul Delta del Fiume delle Perle nata – come ha scritto qualcuno – «da una storia d’amore tra Oriente e Occidente», perderà un’enorme fetta di questa sua unicità.

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