Perché a Pechino non conviene usare la violenza a Hong Kong

Trasformare l'ex colonia britannica in una nuova Tienanmen ha un costo troppo alto per Xi Jinping. Impegnato a costruire una nuova leadership globale. Mentre si avvicinano le elezioni a Taiwan, un altro territorio che la Cina vorrebbe vedere riunificato.

06 Settembre 2019 17.11
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Poco prima che Hong Kong tornasse sotto la sovranità cinese, nel 1997, un team di scienziati comportamentali condusse, nell’ancora per poco colonia britannica, un affascinante esperimento. Ying-yi Hong e alcuni colleghi reclutarono degli studenti universitari locali e mostrarono loro una serie di immagini iconiche provenienti dall’America (Topolino, un cowboy) o dalla Cina (il Re delle scimmie, un drago). Quindi posero loro domande volte a stimolare i loro valori e i loro principi. I risultati rivelarono che, a seconda delle immagini presentate, gli studenti erano in grado di passare rapidamente dalla visione del mondo cinese a quella occidentale.

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Biglietti appesi in metropolitana per sostenere i manifestanti.

LA RIVENDICAZIONE DELL’IDENTITÀ HONGKONGHESE

Ventidue anni dopo, i fratelli minori o figli dei protagonisti di quel curioso esperimento si descrivono in modo schiacciante come hongkonghesi piuttosto che come cinesi. Il loro risentimento per il crescente coinvolgimento del Partito comunista nella loro politica e nella loro cultura ha alimentato l’incendio che sta bruciando l’ex colonia attraverso le proteste che non accennano a placarsi ormai da più di tre mesi.

LE RICHIESTE DEI MANIFESTANTI

Iniziate a giugno, in risposta a una proposta di legge sull’estradizione che ormai la contestatissima governatrice Carrie Lam ha accettato di ritirare, si sono estese fino a diventare un movimento di ampia portata, sotto lo slogan «Riprendiamoci Hong Kong». Sugli striscioni e sui muri della città campeggia una frase che fa capire l’entità della posta in gioco: «Se noi bruciamo, tu bruci con noi», scrivono i manifestanti rivolgendosi a Pechino, ma in fondo rivolgendosi un po’ al mondo intero. E la recente decisione della governatrice di accogliere la prima delle richieste dei manifestanti, il ritiro dl progetto di legge sull’estradizione, appunto, impone una riflessione su quanto sta accadendo e su quanto accadrà. Perché la decisione di Lam non si sa se definirla più inutile o più tardiva.

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La governatrice di Hong Kong Carrie Lam.

I manifestanti infatti hanno già detto che non intendono mollare, e chiedono ormai senza incertezze che vengano accolte tutte le loro cinque richieste, compresa la messa in opera di indigeribili – almeno per Pechino – libere elezioni dei propri rappresentanti a suffragio universale. Un’eresia che il Partito comunista al potere difficilmente potrà nemmeno immaginare e tantomeno concedere.

LA PROPAGANDA SOCIAL DI PECHINO

A Pechino, il Partito ha inizialmente osservato silenziosamente i disordini, restando deliberatamente alla finestra. Ma, dopo che i manifestanti hanno deturpato i simboli del potere cinese, il 21 luglio scorso, i media fedeli al Partito hanno cominciato a definirli «separatisti» (delitto non perdonabile in Cina) e a definire il movimento una «rivoluzione colorata», un termine esecrabile secondo la politica cinese. E malgrado Facebook e Twitter siano vietati nella madrepatria, il Partito ha lanciato una campagna globale di dura propaganda sui social media occidentali. In un tweet, China Central Television ha addirittura parafrasato il famoso testo di Martin Niemöller, per paragonare i manifestanti ai nazisti («Prima hanno lanciato mattoni…»). Altri post hanno fatto circolare teorie della cospirazione; un uomo in una fotografia scattata durante una protesta è stato etichettato come un agente della Cia mentre in realtà era un giornalista del New York Times.

L’omaggio ai manifestanti feriti nelle proteste di Hong Kong.

LA RISPOSTA DI FACEBOOK

Come conseguenza, Twitter e Facebook hanno accusato la Cina di avere messo in opera un attacco «coordinato e sostenuto dallo Stato», tentando di «seminare discordia politica a Hong Kong». Il social media di Mark Zuckerberg ha vietato la pubblicità da parte dei media statali cinesi e bloccato quasi un migliaio di account, alcuni dei quali operavano in questo modo già all’epoca delle elezioni americane nel 2016, gestiti allora da agenti russi.

LO SPETTRO DI TIENANMEN

Ormai le proteste sono diventate la più grande sfida mai lanciata al granitico potere del Partito Comunista Cinese dall’epoca di Piazza Tiananmen, 30 anni fa: un anniversario inquietante. Nel 1989, il Partito incolpò dei tumulti non meglio precisate «potenze straniere» ostili alla Cina, prima di scatenare le truppe che uccisero centinaia, molto probabilmente migliaia di giovani, dentro e attorno alla piazza. Quest’estate, i funzionari del Partito hanno accusato le stesse «potenze straniere ostili» di manovrare nell’ombra le proteste nell’ex colonia britannica, e hanno avvertito i manifestanti di Hong Kong di stare attenti a «non giocare col fuoco».

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Il presidente cinese Xi Jinping.

L’ASCESA DI XI JINPING AL POTERE

Del resto questa “mini rivoluzione” sulle coste della Cina è un anatema per il potere di Xi Jinping, 66enne presidente cinese, sia sul piano personale che su quello politico. Figlio di un rivoluzionario di alto livello, Xi è cresciuto vicino al quartier generale del Partito a Pechino. Da adolescente, ha vissuto il caos della Rivoluzione Culturale, quando le giovani Guardie Rosse imprigionarono suo padre. Negli Anni 90, molti coetanei di Xi si ritirarono ad Hong Kong e altrove per fare fortuna, ma Xi non si unì a loro. Non ha mai studiato all’estero o imparato una lingua straniera. Si è fatto strada, invece, fino all’apice di uno Stato ancora oggi leninista nei fatti e nelle azioni. Da quando ha preso il potere, nel 2012, ha iniziato a reprimere qualsiasi sfida alla sua autorità. Ha abolito i limiti di mandato della sua presidenza, ha arrestato centinaia di attivisti e avvocati per i diritti umani e ha supervisionato un’epurazione anti-corruzione che ha punito duramente 1 milione e mezzo di membri del Partito.

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PERCHÉ PECHINO EVITA UN BAGNO DI SANGUE

Eppure, per Xi e il suo Paese, un massacro tipo Tiananmen a Hong Kong sarebbe inconcepibile. Non certo per motivi umanitari, ma perché economicamente avrebbe una tale ricaduta negativa sull’immagine internazionale della Cina da risultare enormemente costoso. Un costo che persino la Cina non si può permettere. Questa è l’unica ragione per la quale non abbiamo ancora visto i carrarmati dell’Esercito popolare di liberazione per le strade di Hong Kong.

Manifestanti con ombrelli per le strade di Hong Kong.

La repressione violenta minerebbe anche la più grande aspirazione di Xi: convincere il mondo che la Cina è un candidato credibile a una nuova leadership, una nuova “governance” globale nell‘era di Trump. E nel calendario politico di Xi, sono diverse le ragioni politiche e temporali per evitare una simile calamità: prima di tutto il timore di “macchiare” le trionfanti celebrazioni previste il prossimo primo ottobre, per il 70esimo anniversario della Repubblica popolare cinese e, a gennaio, le elezioni a Taiwan, un altro territorio che la Cina vorrebbe vedere riunificato. Uno spargimento di sangue a Hong Kong ridurrebbe praticamente a zero le prospettive, per quanto scarse, di sanare la frattura con Taiwan che, ha detto di recente Xi, «non può continuare per generazioni». Oggi più che mai, Hong Kong teme di diventare, come dicono i manifestanti, solo un’altra città cinese. Il problema è che per Pechino questo non è considerato un rischio da evitare, ma l’ordine naturale delle cose.

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