Chi sono e cosa vogliono gli Houthi, i partigiani di Allah che combattono Israele e Arabia Saudita

Tommaso Meo
25/11/2023

Il partito-milizia sciita dal 2014 controlla gran parte dello Yemen, dove una guerra quasi decennale ha provocato la peggiore crisi umanitaria provocata dall’uomo al mondo. Adesso, nonostante gli oltre 2 mila chilometri di distanza, le minacce a Tel Aviv sono credibili. La nuova instabilità in Medio Oriente potrebbe essere cavalcata dai ribelli per negoziare la pace con Riad da una posizione di forza.

Chi sono e cosa vogliono gli Houthi, i partigiani di Allah che combattono Israele e Arabia Saudita

«I nostri occhi sono aperti per monitorare e cercare costantemente qualsiasi nave israeliana nel Mar Rosso». Lo ha detto Abdul Malik al-Houthi, leader degli Houthi, il partito-milizia sciita che dal 2014 controlla con la forza gran parte dello Yemen ed è considerato membro di quell’asse della resistenza tanto invocato dall’Iran per fronteggiare «il nemico sionista» insieme con Hezbollah in Libano. Dopo diversi missili e droni armati lanciati dagli Houthi verso Israele in seguito all’inizio della nuova guerra con Hamas, una nave commerciale che solcava il Mar Rosso, la Galaxy Leader, è stata assaltata da un commando del gruppo che l’ha dirottata in un porto yemenita con tutto il suo equipaggio.

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La nave mercantile Galaxy Leader (Getty).

Sebbene l’imbarcazione si sia poi rivelata solo parzialmente legata a un imprenditore israeliano, l’accaduto ha reso credibili le minacce del gruppo ribelle filo-iraniano a Israele – nonostante gli oltre 2 mila chilometri di distanza – e aumentato le domande intorno alle sue strategie e ai suoi obiettivi. Le frasi «morte all’America e morte a Israele» fanno parte da tempo degli slogan del gruppo e campeggiano anche sugli stendardi esposti durante grandi manifestazioni e parate militari in Yemen, ma chi sono e cosa vogliono gli Houthi, impegnati dal 2014 in un conflitto civile e regionale?

Chi sono e cosa vogliono gli Houthi, i partigiani di Allah che combattono Israele e Arabia Saudita
La cartina dello Yemen e della penisola arabica.

Da dove vengono gli Houthi: movimento fondato nel 1992

Il vero nome della milizia armata è Ansar Allah, i partigiani di Allah, mentre l’appellativo Houthi, utilizzato solo in un secondo momento, si deve alla famiglia che fondò il movimento nel 1992: Hussein al-Houthi, primo leader del gruppo, e suo padre, Badreddine al-Houthi, considerato il capo spirituale gruppo. Gli Houthi appartengono al ramo dell’islam sciita degli Zayditi, movimento che prende il nome da Zayd, figlio del quarto imam sciita Zayn al-Abidin e autore della rivolta di Kufa del 740 dopo Cristo contro il potere omayyade. Si tratta di una corrente moderata dal punto di vista giurisprudenziale, e per alcuni versi anche vicina ai sunniti, ma estremista a livello politico, visto che prevede la messa in discussione dell’autorità anche con la forza, se necessario. Il gruppo yemenita è poi caratterizzato dalla mancanza di una struttura verticistica.

Le Primavere arabe che nel 2011 e lo scontro che sale di tono

Guidato da Hussein al-Houthi negli Anni 90, Ansar Allah acquisì seguaci soprattutto tra i giovani nel Nord-Ovest dello Yemen e diventò in breve tempo un’importante forza nel Paese. Nonostante inizialmente abbia avuto il tacito sostegno del presidente Ali Abdullah Saleh, dopo la riunificazione dello Yemen Ansar Allah fu protagonista di diverse e violente rivolte antigovernative tra il 2004, anno dell’uccisione di Hussein, e il 2010. Sulla scorta delle Primavere arabe che nel 2011 infiammarono il Medio Oriente e il Nord Africa, attecchendo anche in Yemen, Saleh si convinse a lasciare il potere dopo 33 anni in favore del suo vice Abd Rabbo Mansour Hadi. Il cambio al vertice e i successivi negoziati per una nuova costituzione e una transizione politica non accontentarono però gli Houthi che continuarono a riempire le piazze alzando i toni dello scontro.

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Houthi pro Palestina (Getty).

L’intervento dell’Arabia Saudita assieme a una coalizione sunnita

A partire dal 2014, dalla propria roccaforte di Saada, il gruppo prese con la forza il controllo di gran parte del Nord e di altri grandi centri abitati, come la capitale Sana’a, costringendo nel 2015 il governo riconosciuto a livello internazionale a scappare e a stabilirsi ad Aden, nel Sud del Paese. L’avanzata del gruppo sciita, nel mezzo di forti tensioni tra Riad e Teheran, spinse nel marzo dello stesso anno l’Arabia Saudita a intervenire a fianco di Hadi insieme a una coalizione formata da altri Paesi sunniti dell’area, come Emirati Arabi, Sudan e Bahrain. L’intervento servì a evitare che l’avanzata Houthi proseguisse e a contendere il controllo del porto di Hodeidah sul Mar Rosso, ma non provocò una rapida sconfitta dei ribelli, come sperato. Anzi, finì per impantanare Riad e i suoi alleati in un conflitto che da oltre otto anni sembra senza via di uscita.

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Manifestanti in Yemen con una foto di Abdul Malik al-Houthi (Getty).

Ai ribelli gli armamenti contrabbandati dall’Iran

Lo Yemen divenne il maggior teatro dello scontro tra l’Arabia Saudita e Iran, a causa al sostegno diplomatico di Teheran alla «rivoluzione popolare» Houthi contro il governo appoggiato da Riad. L’Arabia in questa guerra ha potuto contare sugli armamenti forniti dagli Stati Uniti mentre gli Houthi su quelli contrabbandati dall’Iran, nonostante i ribelli abbiano sempre negato il sostegno diretto da parte della Repubblica islamica. In ogni caso, gli Houthi hanno spesso dimostrato le loro capacità militari, in particolare quelle del loro programma missilistico, colpendo l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti con droni e razzi. Gli attacchi hanno preso di mira infrastrutture petrolifere e civili con l’obiettivo di rendere sempre più impopolare il conflitto tra i sauditi e gli emiratini.

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Parata militare in Yemen (Getty).

La coalizione nel tempo ha perso qualche pezzo con i ritiri di Egitto e Qatar, mentre le conquiste di tutte le parti in campo si sono cristallizzate. Il Nord e l’Ovest sono tuttora sotto il dominio degli Houthi, con le regioni centrali, dell’Est e del Sud controllate dalla coalizione a guida saudita e dal governo; a Sud è forte anche la presenza dei separatisti del Consiglio di transizione meridionale (Stc) appoggiati dagli Emirati Arabi, mentre in alcune zone dell’Est rimangono sacche di jihadisti di al Qaeda nella Penisola arabica (Aqap), che sono attivi nel Paese almeno dal 2011 e hanno prosperato nel caos del conflitto.

La peggiore crisi umanitaria provocata dall’uomo al mondo

Dal 2015 la guerra ha causato quella che è stata definita la peggiore crisi umanitaria provocata dall’uomo al mondo. Centinaia di migliaia di yemeniti sono stati uccisi e circa quattro milioni di persone hanno lasciato le loro case. Secondo le Nazioni Unite, 21,6 milioni di persone nel Paese necessitano di assistenza umanitaria e l’80 per cento della popolazione fatica a mettere il cibo in tavola. Per risolvere il conflitto da qualche anno sono state tentate diverse iniziative diplomatiche. La più importante ha portato a una tregua mediata dalle Nazioni Unite nell’aprile 2022 che è rimasta in gran parte rispettata anche dopo essere formalmente scaduta in ottobre. In seguito all’accordo di disgelo tra Iran e Arabia Saudita siglato ad aprile grazie alla mediazione cinese, i combattimenti sono diminuiti ancora di intensità e la guerra è sembrata vicina a una fine. L’incontro avvenuto lo stesso mese a Sana’a tra leader sauditi e Houthi è stato il simbolo di questa possibile svolta che però non si è ancora concretizzata.

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La guerra dal 2015 sta provocando una crisi umanitaria senza precedenti in Yemen (Getty).

Se l’Arabia Saudita sembra voler uscire in maniera dignitosa dal conflitto ed è più disponibile a trattare, gli Houthi, dopo due decenni di guerra e guerriglia, non appaiono allo stesso modo disposti a fare accordi senza ottenere grandi concessioni. La nuova instabilità in Medio Oriente, dicono diversi analisti, potrebbe essere cavalcata dai ribelli yemeniti proprio per fare pressione su Riad e trattare da una posizione di forza, rischiando però di complicare una volta di più la pace.