Carlo Panella

Trump è diventato l'incubo di Xi Jinping e Huawei

Trump è diventato l’incubo di Xi Jinping e Huawei

L'embargo contro il colosso cinese coinvolge le abitudini di centinaia di milioni di persone. E mette in crisi una delle poche certezze dell’umanità contemporanea: l’intangibilità delle reti di comunicazione.

23 Maggio 2019 10.00

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«È come se minacciassero di non rifornirti mai più la benzina per la macchina», sei finito, un incubo, muto e immobile: il caso Huawei passerà alla storia non tanto per il merito – si risolverà in un modo o nell’altro – ma perché per la prima volta nella storia decine, centinaia di milioni di uomini e donne comuni temono di esserne travolti.

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Non più sul terreno di un lontano “commercio estero”, ma nel proprio, indispensabile cellulare, cordone ombelicale del rapporto col reale. Si sta insomma verificando una sorta di planetaria sindrome di impotentia communicandi, il nightmare di non poter più usare il proprio cellulare perché il suo cuore, il sistema Android, è annichilito dalla feroce volontà di Donald Trump di mettere in riga i cinesi e la Cina.

Trump mena colpi all’impazzata, possibilmente sotto la cintura dell’avversario, ma non per metterlo Ko. All’opposto, per trattare un accordo migliore

È questa la novità di questo ultimo episodio della guerra commerciale tra gli Stati Uniti di Trump e la Cina di Xi Jinping: per la prima volta l’embargo contro Huawei coinvolge, minaccia di coinvolgere, la quotidianità, le abitudini, le certezze dei gesti abituali di centinaia di milioni di abitanti del globo. Un panico, un horror vacui che mette in crisi una delle poche certezze dell’umanità contemporanea: l’intangibilità della rete di comunicazione che unisce tra di loro gli umani. Per il resto, la vicenda Huawei non è originale e riporta alla novità che Donald Trump ha introdotto nelle relazioni internazionali: esattamente all’opposto di Barack Obama, il palazzinaro di Manhattan agisce infatti sulla base del principio si vis pacem, para bellum. Mena colpi all’impazzata, possibilmente sotto la cintura dell’avversario, ma non per metterlo Ko. All’opposto, per trattare un accordo migliore. Così ha fatto con la Corea del Nord, così si appresta a fare con la questione israelo-palestinese, così nel suo rapporto con la maggioranza democratica del Congresso.

TRUMP VUOLE COSTRINGERE LA CINA A SUBIRE CONTROLLI E FORNIRE GARANZIE

La vicenda Huawei è iniziata con un colpo sfrontato, inusuale: l’arresto in Canada su mandato giudiziario Usa il 17 dicembre del 2018 addirittura della figlia del fondatore di Huawei e sua vicepresidente, Meng Wanzhou. Una mossa sfrontata, offensiva anche sul piano personale, adottata per fare male, molto male. Subito dopo, l’accusa di utilizzare la Rete Huawei per una mastodontica opera di spionaggio industriale, politico, militare. Infine, l’embargo, il divieto per le società americane di commerciare con Huawei, subito rispettata da Google che annuncia di ritirare l’utilizzo del sistema Android e probabilmente, presto, anche da Microsoft. Una mossa che rischia di essere autolesionistica (qui è la forza dei cinesi), perché Huawei orbata di Android può vendicarsi semplicemente facendo saltare l’acquisto per più di cento miliardi di dollari di componentistica elettronica dalle aziende della Silicon Valley.

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Inoltre, Huawei ha anche la possibilità – almeno sul piano teorico – di sostituire Android con il proprio sistema operativo Hongmeng, che però obbligherebbe i possessori dei suoi cellulari a non comunicare con quelli delle altre marche. Naturalmente – ragione in più per Trump per colpirla – Huawei ha alle spalle i vertici statali, tanto che Xi Jinping ha spedito agli Usa un messaggio inequivocabile: «La Cina è pronta a intraprendere una nuova Lunga Marcia, ancora una volta». Lessico volutamente maoista, anche se demodé, che introduce però la fase due della strategia trumpiana: la trattativa con la Cina, appunto. Ma da posizioni di forza. E così sarà con l’esito probabile di una Huawei – e quindi di una Cina – costretta a fornire garanzie, a subire controlli in cambio del ritorno allo status quo ante. Un’umiliazione, comunque, per Xi Jinping.

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