Hugo, giù le mani dal web

Redazione
20/12/2010

di Rossana Miranda «Internet non può essere uno spazio libero dove si fa quello che si vuole. Dobbiamo avere delle...

di Rossana Miranda

«Internet non può essere uno spazio libero dove si fa quello che si vuole. Dobbiamo avere delle norme. Alcuni siti non possono dire ciò che vogliono, ci sono leggi che devono essere rispettate». Con queste parole il presidente del Venezuela, Hugo Chávez, lo scorso marzo aveva lanciato l’allarme: le informazioni in Rete devono essere regolamentate. Così come già accade nella Cuba dei fratelli Castro. Il motivo di tanto interesse era stata la pubblicazione, da parte del sito d’informazione indipendente venezuelano Noticiero Digital, della notizia, successivamente smentita, dell’assassinio di alcuni dirigenti della rivoluzione socialista, tra i quali anche il ministro Diosdado Cabello.
La sparata di Chávez contro internet era sembrata, in un primo momento, l’ennesima uscita verbale del caudillo. Nessuno si sarebbe immaginato che scrivere e diffondere quell’informazione, anche sui social network, sarebbe diventato un potenziale capo d’accusa per una legge promossa dal Parlamento.

Il controllo su radio, tivù e Rete

Il chavismo ha deciso di fare gli straordinari. I deputati filo-governativi, spinti dal desiderio del presidente Hugo Chávez di avere poteri speciali (con una legge speciale di autonomia per fare delle leggi per decreto, Ley Habilitante fino al 2012, concessa lo scorso 17 dicembre dal Parlamento), vogliono imporsi fino all’ultimo.
Nonostante le feste natalizie, che hanno sempre rallentato i lavori parlamentari, i rappresentanti del Partito Unico Socialista del Venezuela (Psuv) hanno approvato in una prima discussione lampo le riforme che saranno introdotte alla Legge di responsabilità sociale per radio e televisione, sia per il segnale aperto che quello privato. Questa volta però le modifiche comprendono anche internet.
CONTENUTI VIOLENTI AL BANDO. Con il divieto della produzione e vendita di giochi bellici, in Venezuela mesi fa è stata inserita la modifica nella Legge di responsabilità in radio e televisione di «sorveglianza di contenuti considerati violenti», come misura per controllare l’alto indice di criminalità. A questo proposito, il New York Times aveva segnalato che nel Paese sudamericano soltanto nel 2009 le vittime di violenza erano state 16 mila, più di quelle registrate in Iraq.
Il controllo è arrivato persino al mondo della musica, quando è stata aperta in Parlamento un’inchiesta contro l’artista OneChot per presunto «stimolo alla violenza» con il video Rotten Town.

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NO AI MESSAGGI CONTRO IL PRESIDENTE. Questa volta le modifiche riguardano due leggi: quella delle telecomunicazioni e quella di responsabilità sociale. Sulla seconda, i cambiamenti saranno a livello di comunicazioni di massa. Come per esempio l’articolo 8, che proibisce la «diffusione di messaggi di sesso, salute e violenza».
Vietati anche la «propaganda di guerre e le manipolazioni mediatiche orientate a stimolare l’agitazione cittadina o alterare l’ordine pubblico, che tendono a disconoscere le autorità legittimamente costituite, mancare di rispetto alla figura del presidente della Repubblica e altri poteri pubblici o informazioni che possano indurre all’assassinio del presidente».
Un altro articolo aggiunge sanzioni a chi incita o promuove l’odio e l’intolleranza per ragioni religiose, politiche, differenze di genere, razzismo o xenofobia. O per chi pubblica messaggi che siano discriminatori o contrari alla sicurezza della nazione. Non è chiaro, però, chi e come definirà questi concetti.

Il Venezuela come Cuba e Cina?

Arbitraria sarà di conseguenza anche la facoltà di rinnovare o meno le concessioni alle stazioni di radio e di tivù, e saranno proibite le emittenti che si collegano a uno stesso segnale, facendo sparire in questo modo molte piccole radio che risparmiavano creando reti collettive. Sia le radio che le tivù sono state dichiarate servizi di utilità pubblica, esposte quindi a sanzioni ed espropriazioni.
Per quanto riguarda internet, gli enti di controllo avranno la responsabilità di filtrare o sospendere i siti con informazioni che infrangono queste regole. Uno degli aspetti più delicati è la proposta di installare il punto unico di accesso (Nap), controllato dalla compagnia statale di comunicazioni Cantv, da cui circolano tutti i siti accessibili nel Paese.
LA RISPOSTA DI CARACAS. Secondo i tecnici, questa soluzione potrebbe sì ridurre tempi e costi, come negli Stati Uniti e in Argentina. Ma di fatto rende praticabile il sistema di controllo sul modello di Cina e Iran. O Cuba. Il timore dei venezuelani non chavisti è di fare, anche per internet, la fine dell’isola caraibica dove, sotto il regime dei fratelli Castro, i giovani blogger, tra i quali c’è la filologa Yoani Sánchez con il suo Generación Y, (qui la versione di Generacion Y in italiano), stanno portando avanti una lotta attraverso collegamenti clandestini e piattaforme presenti all’estero per raccontare la quotidianità dell’isola cubana.
«Protesto per questa indesiderata invasione cubana che minaccia di farci diventare come l’isola dei Castro», aveva denunciato già la scorsa estate Antonio Pasquali, professore italo-venezuelano di Comunicazione a Caracas, «Dobbiamo dare la grande battaglia, bisogna imparare a usare Skype e opennet.net, esattamente come a Oxford, Cambridge, Toronto e Montreal. È il nostro unico ultimo canale di libertà assoluta».
I TWEET DI CHAVEZ. I social network come Facebook e Twitter, il più usato in Venezuela e dove persino il presidente venezuelano ha il suo spazio (qui la pagina Twitter del presidente Hugo Chavez), sono nel mirino. Il governo, dal canto suo, ha ribadito che le informazioni saranno controllate solo per proteggere i cittadini. (Sotto il video della campagna governativa).
Intanto la blogosfera non sta a guardare. Attualmente è in corso una raccolta di firme per chiedere al Parlamento venezuelano la libertà di internet in Venezuela. Si tenta di sfruttare, così, la libera circolazione delle idee e la convocazione dal basso. Finché si può, finché non verrà, magari, giudicata anch’essa un’azione contraria alla sicurezza nazionale.

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