I dannati del binario 15

Redazione
27/12/2010

di Adelaide Pierucci Ci sono poche certezze per gli immigrati che cercano fortuna a Roma. La più sicura ce l’hanno...

I dannati del binario 15

di Adelaide Pierucci

Ci sono poche certezze per gli immigrati che cercano fortuna a Roma. La più sicura ce l’hanno gli afgani: dormiranno all’Air Terminal Kabul, il Binario 15 dell’Ostiense, l’ultimo. I cartoni per materasso e gli stracci per coperte. All’aperto. La stazione ferroviaria a due passi da Piramide col calare della notte, in mezzora, cambia faccia. Un documentario in diretta.
Dalle 20 alle 20.30 sparisce il via vai dei pendolari e affiora quello dei profughi. Come se gli afgani – hazari, tagiki o pashtun – sbucassero dalle viscere dell’asfalto. Allora vengono aperti i primi scatoloni, distese le coperte, messe le scarpe da un lato, perché anche se dormono all’addiaccio, a dieci gradi sotto zero, non rinunciano alle buone maniere, alla dignità.

La vita sul binario: «Qui è come morire»

Centocinquanta uomini, più rassegnati che disperati. Tutti giovani, molti ragazzini. Anche di dieci, undici anni. Per gli adolescenti – occhi neri, lo zaino-armadio sempre addosso, le scarpe da ginnastica ormai solidificate che fanno il rumore degli zoccoli – Roma è solo una tappa. Hanno 5 mila chilometri di viaggio alle spalle, ma la meta è ancora lontana. Devono raggiungere la Francia, la Danimarca o Londra. Ahmed, 18 anni, invece è appena arrivato dall’Austria. Il taglio dei capelli all’ultima moda, scalatura dietro e ciuffo davanti, barbetta scolpita, la kefia e il giubbotto lindo e di buona fattura. «La polizia austriaca mi ha fermato e rispedito in Italia. Il viaggio mi era costato 500 euro. E qui non c’è lavoro», ha raccontato in inglese con gli occhi velati di lacrime. Gli ritoccherà l’asfalto.
Walì Khan, arrivato a Ostiense da Baghlan, ha una storia simile: «Sono stato tre anni in Inghilterra e non ho mai dormito in strada. Lavoravo in nero, avevo un tetto. La polizia poi durante un controllo mi ha rispedito in Italia, dove ero già stato schedato, condannandomi così al binario».
ROMA COME UNA TRAPPOLA. «Qui è come morire», ha aggiunto Darius Ketemati, 41 anni, uno dei pochi iraniani, e l’unico all’Air Terminal Kabul a parlare italiano. «La gente deve sapere che noi non stiamo qui per rubare il lavoro, stiamo qui per scappare dalla guerra, ecco perché siamo comunque grati dell’ospitalità. Specie gli afgani. Siamo tutti rifugiati o in attesa di riconoscimento. E gli italiani hanno paura ad assumere rifugiati. Roma per noi diventa come una trappola, non possiamo tornare indietro». Nei loro Paesi, infatti, rischierebbero la galera,  «ma solo se ci andasse bene», continua Ketemati. Ed è difficile anche scegliere di andare altrove, negli altri Stati europei. «Ma io ci proverò lo stesso. In due anni in Italia ho lavorato solo due mesi, a una fabbrica legata alla Hogan. Sono a Roma da un mese e ho sempre dormito per strada, ma non al binario 15, là no. Se vado là piango. Ci sono ragazzini, anche di 11 anni, che stanno a terra. Io dormo all’ingresso della stazione». Un posto d’onore: sampietrini di marmo bianchi e neri invece dell’asfalto e il muro di cinta che protegge dalle correnti, al posto del nulla, al posto delle raffiche di vento che soffiano sui binari aperti.

Emergenza senza fine: ogni mese arrivano 50 afgani senzatetto

Gli afgani, al binario 15, si sono organizzati così. Aprono grossi scatoloni – quelli delle tv dai quaranta polici in su buttati davanti ai bidoni vanno alla grande – formando ogni cinque o sei metri una sorta di letto matrimoniale. E lì dormiranno stretti, in quattro o cinque, attaccati per far fronte al gelo, a «un freddo che ti entra nelle ossa». Vai là e vedi tutto, è tutto chiaro, nessuno ti caccia. Ma non basta, servono storie, devi raccontare come si può dormire sui binari, come si vive, dove si mangia quando l’Air Terminal Kabul, con l’arrivo dei primi treni delle cinque del mattino, sbaracca.
Nahim Naif, giubbotto di tela colorata, gli occhi a mandorla e la carnagione scura, che dai ghiacciai sembra finito all’Ostiense per uno scherzo della natura, giornalista e profugo, ha risposto con una domanda: «Se fossi una profuga italiana costretta a dormire all’aperto su un binario di Kabul cosa risponderesti a un giornalista afgano che ti fa questa domanda?».
L’estate scorsa in 100, guidati da alcune assiciazione di volontariato, hanno occupato l’assessorato dei servizi sociali per chiedere garanzie di un alloggio in vista dello sgombero. Pochi giorni dopo è scattato il trasferimento in tre centri di accoglienza, attrezzati però solo per adulti. Così i minorenni sono rimasti là. Ma non soli a lungo.
SENZA SPERANZA. Ogni mese a Roma arrivano in media una cinquatina di afgani. Fanno sosta qualche mese al binario 15 e poi cercano di raggiungere parenti o amici ancora più lontano. L’associazione Medu, Medici per i diritti umani, da anni sta combattendo la battaglia per far affidare uno spazio ai profughi afgani di passaggio in città, «andrebbe bene anche l’ex terminal ormai in disuso».
Ogni tanto così i volontari arrivano con i loro pulmini per fornire consulenze e aiuti. Un punto di orientamento e di assistenza, sistemato alla “Buca” dietro a Ostiense, dove gravitano altri afgani, era stato chiamato “Saida”, che in lingua pashtun significa “è giusto” e in acronimo salute, intercultura, diritti, accoglienza. E gli afgani gradiscono, hanno bisogno di aiuto, anche se non sanno neanche come chiederlo. Così capita che la domenica sera, verso le 21, dai giacigli di stracci e cartone si alzino quasi in contemporanea decine di uomini. È arrivata la cena. Un bicchiere di the e due biscotti. La servono i volontari della Kyrios, dai 130 a un massimo di 300 pasti alla volta, ma solo di domenica e a quell’ora. «Scalda lo stomaco. Meglio di niente». Gli afgani si mettono in coda in silenzio, come si vede in tivù nei casi di distribuzione di aiuti umanitari a Kandahar o nei campi di Peshawar. A un passo c’è il furgone dell’esercito con i tre militari di turno che da qualche anno staziona là, giorno e notte, insieme alle camionette dei carabinieri. Un appuntato fa la voce grossa e chiede: «Chi è lei? Ah…una giornalista. Pensavo che fosse qualcuno della Caritas, una mia amica vorrebbe collaborare per aiutare ‘sti poveracci».