I dilemmi di Emma

Redazione
17/12/2010

di Silvia Zingaropoli L’anno delle celebrazioni  per il suo centenario non si conclude tanto bene per Confindustria, almeno a giudicare...

di Silvia Zingaropoli

L’anno delle celebrazioni  per il suo centenario non si conclude tanto bene per Confindustria, almeno a giudicare dall’ultima tempesta Marchionne. Mala tempora currunt e il “rischio polverizzazione” di Confindustria (secondo qualcuno, ormai ridotta a mera «macchina da convegni») si aggira oggi come uno spettro.
E se il numero uno di Fiat ha gettato il guanto della sfida definendo un dettaglio lo stare dentro o fuori dalla confederazione degli industriali, la crisi era già nell’aria da tempo.
Rimandando al mittente le insinuazioni su una sua ufficiale delegittimazione per mano del manager italo-canadese, Emma Marcegaglia ha solo aggirato il problema.
Del resto, non è un mistero, il fatto che Marchionne abbia deciso di infischiarsene delle regole contrattuali nazionali adottando un contratto in stile americano, non è certo questione da poco: l’amministratore delegato Fiat ha ufficialmente scelto la via della «globalizzazione radicale» e le ripercussioni «non possono che essere pesanti per il sistema italiano del lavoro» afferma Giuseppe Berta, storico dell’industria all’Università Bocconi di Milano. Il rischio è che il «metodo Marchionne» si diffonda nel Belpaese e diventi pratica usuale nel sistema industriale. E in questo contesto salta ancor di più all’occhio il problema della rappresentatività degli industriali e delle stesse organizzazioni sindacali.

Il problema sta nella crisi di rappresentanza

Il punto è capire, ora, se la colpa è imputabile esclusivamente alle sempre più deboli leadership del panorama nostrano, o se c’è dell’altro: «Il deficit di leadership in Italia» sottolinea Berta, «si nota in politica come nelle relazioni industriali, e il fenomeno di una crisi della rappresentanza non si può negare. Prendiamo Confindustria» aggiunge lo storico, «Emma Marcegaglia non si deve offendere quando dico che oggi non ci sono più personalità forti come Agnelli o Merloni».
Leadership a parte, Viale dell’Astronomia sembra sempre più incapace di stare al passo con i tempi che corrono: e l’apertura del 16 dicembre, da parte della Consulta dei presidenti degli industriali rispetto alle istanze del manager Fiat, appare come un primo timido tentativo di modernizzazione. «Le richieste di Marchionne di avere regole per governare gli stabilimenti» si legge in una nota diramata da Viale dell’Astronomia, «sono legittime, ma vanno inquadrate all’interno di un contratto nazionale che non deve scardinare il sistema delle relazioni industriali».
In altre parole, se la Fiat  ha ormai scelto la sua strada, Confindustria sceglie di seguirla, cercando di limitare i danni (d’immagine) e mostrando di avere ancora voce in capitolo. Ma questa è solo una delle possibili interpretazioni.

Su Confindustria pesano scelte politiche errate

«Confindustria è in grande crisi» conferma l’economista Nino Galloni. «Consapevole o no è tra i primi responsabili dello stato in cui versa oggi l’Italia. Ma non è un problema di leadership, bensì di antica strategia». Infatti, secondo Galloni, il disastro in cui versa l’Italia oggi è il frutto non solo della «flessibilizazzione selvaggia» cominciata negli anni ‘80, ma anche di un sistema di privatizzazioni e di abbandono delle partecipazioni statali che sono stati mortali per il Paese.
«Di tutto questo Confindustria è complice, e non può più tornare indietro: il tessuto produttivo e tecnologico è ormai totalmente destabilizzato».
Ora Emma Marcegaglia può solo raccogliere i cocci di una politica che affonda le sue radici nelle scelte del passato. «Del resto» conclude Galloni «questo sistema è il frutto degli accordi presi con la Germania al momento dell’entrata nell’euro. Accordi in base ai quali l’Italia si impegnava a deindustrializzarsi, a essere un grande Paese di consumo, ma non di produzione. E il caso Marchionne è solo lo specchio di questa politica dissennata».
A guardare i numeri legati all’economia, l’Italia sembra trovarsi irrimediabilmente incagliata in un punto morto. E con lei, Emma Marcegaglia e la sua Confindustria che, negli ultimi mesi, hanno dovuto confrontarsi con tre incresciose questioni: la contestazione dei piccoli imprenditori, la grana Marchionne e poi, terzo elemento, ma non ultimo, i non facili rapporti con il governo Berlusconi.
«Non dimentichiamo» afferma Berta «che la primavera scorsa la Marcegaglia aveva creduto che fosse possibile un patto riformatore col governo. Poi però è iniziata l’interminabile sceneggiata tra Berlusconi e Fini, e in pochi mesi si è invertita la rotta». E così anche Confindustria è finita nella lista dei cattivi.
Insomma, se Emma Marcegaglia vuole davvero uscire dall’angolo del ring dovrà prima dirimere questi nodi cruciali. Solo allora se ne potrà riparlare. Per il momento, come dice Galloni, «anche la Confindustria dovrà condividere le stesse difficoltà del popolo italiano». Soffrirà, ma almeno avrà modo di meditare sugli errori del passato.