I furbetti di Deutsche Bank

17 Dicembre 2012 09.45
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da Berlino

È ormai un fiume in piena lo scandalo che ha coinvolto la Deutsche Bank, il primo istituto di credito tedesco, accusato di frode fiscale e riciclaggio di denaro nell’ambito di una compravendita di certificati di emissione di anidride carbonica avvenuta tre anni fa.
Da un lato la Süddeutsche Zeitung ha rivelato che già nel 2009, l’anno incriminato, i funzionari del fisco britannico avevano segnalato all’allora vertice dell’istituto tedesco i propri dubbi sulla trasparenza delle operazioni sviluppate da una sua filiale londinese nel campo della compravendita dei certificati di emissione: «Ma la banca, invece di avviare un’inchiesta interna per indagare sull’operato, aveva proseguito i suoi affari stringendo rapporti con aziende sospette».
DANNO ALL’IMMAGINE DELL’ISTITUTO. Dall’altro lo Spiegel, che sul settimanale in edicola il 17 dicembre ha dedicato allo scandalo della Deutsche Bank copertina e dossier principale, ha riferito sul sito online che il co-presidente Jürgen Fitschen, uno dei 25 indagati dalla procura di Francoforte per aver firmato nel 2009 la dichiarazione al Fisco incriminata, ha alzato il telefono per lamentarsi con il presidente del Land dell’Assia, Volker Bouffier, del massiccio impiego degli agenti di polizia federale e tributaria (circa 500) utilizzati nelle perquisizioni alle sedi della Deutsche Bank di Francoforte, Berlino e Düsseldorf.
Secondo il settimanale, «il manager si sarebbe sfogato con il presidente della regione, perché lo spettacolare intervento della procura avrebbe causato un danno devastante all’immagine dell’istituto».

L’intervento di Fitschen ha scatenato le reazioni dei politici

I problemi della Deutsche Bank sarebbero dunque ascrivibili alla plateale azione degli investigatori, non all’accusa di aver svolto tre anni fa operazioni illegali poggiandosi su aziende criminali.
Il maldestro intervento di Fitschen, che ricorda un’altrettanto improvvida telefonata fatta dal presidente della Repubblica Christian Wulff al direttore della Bild per bloccare un articolo sul suo conto (e che gli costò le dimissioni dall’incarico), ha scatenato furiose reazioni nel mondo politico.
La più dura è arrivata dalle file della maggioranza di governo. Michael Meister, vice capogruppo al Bundestag della Cdu (il partito di Angela Merkel), intervistato dall’Handelsblatt ha ricordato «che nessuno può sognarsi di ergersi al di sopra dello Stato di diritto e che Fitschen dà l’impressione di non averlo ancora capito».
COMPRENSIONE DALLE OPPOSIZIONI. Maister non è un dirigente politico qualsiasi. Di recente è stato nominato presidente dell’Associazione federale delle banche tedesche (la Bundesverband deutscher Banken) e, nella sua nuova funzione, ha voluto metter in chiaro quel che si aspetta il mondo politico dalla dirigenza della Deutsche Bank: «Che rispetti il diritto e le leggi, che mantenga un atteggiamento collaborativo e che sostenga le indagini portate avanti dalla procura».
Analoghe dichiarazioni sono venute dai vertici dei partiti di opposizione, socialdemocratici e verdi e solo i liberali del Fdp, per bocca del ministro dell’Economia dell’Assia Florian Rentsch hanno mostrato una qualche comprensione per lo sfogo di Fitschen, chiedendo alla politica di tenersi in disparte in questa vicenda.
LA BANCA SAPEVA DELL’ILLEGALITÀ. Tornando alle ultime indiscrezioni fornite dalla Süddeutsche Zeitung, è emerso che già nel 2009 il dipartimento fiscale britannico Hmrc (Her Majesty’s revenue and customs) aveva avvisato i responsabili della Deutsche Bank di Londra che «gran parte della compravendita dei certificati di emissione di anidride carbonica era da considerarsi illegale».
In due incontri riservati (il 18 novembre e il 17 dicembre 2009), i funzionari dell’Hmrc avevano informato il responsabile del dipartimento fiscale della Deutsche Bank di Londra che «l’intera operazione era stata viziata dall’acquisto di certificati da una precisa azienda che si configuravano come un doloso imbroglio fiscale». In caso di operazioni dubbiose, l’Hmrc è obbligata a emettere una garanzia bancaria per permettere al fisco britannico di riscuotere immediatamente le eventuali somme fiscali sottratte.
SPESI 300 MLN PER RIPARARE. «Ma ancor prima di emettere tale garanzia», ha concluso la Süddeutsche, «l’Hmrc ha rimborsato alla Deutsche Bank un’imposta sugli affari di oltre 50 milioni di euro per il terzo trimestre del 2009. Con la compravendita dei certificati, gruppi criminali hanno frodato al fisco tedesco centinaia di milioni di euro e, secondo l’accusa della procura di Francoforte, molte operazioni sono avvenute grazie alla sponda della Deutsche Bank, che solo dopo una prima perquisizione nell’aprile 2010 ha messo fine a questo tipo di attività. Nel frattempo l’istituto ha impiegato circa 300 milioni di euro per riparare alla sua presunta partecipazione a queste operazioni criminali».

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