I guai di Brigandì

Redazione
01/02/2011

di Adelaide Pierucci  Altolà del Csm alle avventure di Matteo Brigandì. Il primo febbraio il membro laico del Consiglio superiore...

I guai di Brigandì

di Adelaide Pierucci 

Altolà del Csm alle avventure di Matteo Brigandì. Il primo febbraio il membro laico del Consiglio superiore di area leghista e messinese Doc è stato iscritto nel registro degli indagati dalla procura di Roma per abuso d’ufficio su denuncia proprio dei colleghi e il suo ufficio al Csm posto sotto sequestro. A Palazzo dei Marescialli, infatti, non hanno dubbi: avrebbe passato lui a  Il Giornale un vecchio dossier, risalente agli anni ’80  che riguardava l’ex pm di Milano Ilda Boccassini, ora procuratore aggiunto a Milano, in prima fila nell’inchiesta sulle Papi-girls e sullo scandalo  Ruby Rubacuori. Titolo del pezzo «La doppia morale della Boccassini». Una storia di un presunto amore di gioventù della pm di ferro con un giornalista di Lotta Continua, subito archiviato, proposto il 30 gennaio sulle pagine del giornale di Sallusti non appena Brigantì ne ha chiesto l’acquisizione nell’archivio del Csm “per documentarsi”.
BRUTI LIBERATI SCUOTE IL CSM. Apriti cielo. Una telefonata del procuratore capo di Milano Edmondo Bruno Liberati ha messo in subbuglio il Csm che ha subito risposto indicando alle sedi competenti il presunto colpevole: Brigantì. Un componente atipico se non altro perché pur essendo al vertice di un organo di rilievo costituzionale e per di più di pertinenza della giustizia ha già avuto due grave con la legge: una diffamazione e il mancato pagamento degli alimenti ai familiari.
ROMA RISPONDE. La risposta della procura non si è fatta attendere: il procuratore aggiunto di Roma Pierfilippo Laviani  ha dato il via all’iscrizione nel registro degli indagati per il consigliere, ha disposto la perquisizione nella redazione romana de Il Giornale e nella casa della giornalista Anna Maria Greco, la cronista che ha firmato l’articolo sulla Boccassini. Fino all’iniziativa più clamorosa: su suo mandato i carabinieri all’alba del primo febbario hanno apposto i sigilli all’ufficio al Csm del consigliere Matteo Brigandì. Che presto sarà perquisito.

L’ignaro Angelino

Intanto il ministro della giustizia Angelino Alfano ha detto di non sapere nulla sul caso Brigantì, nè dell’interrogazione parlamentare di Di Pietro presentata al riguardo. Per Brigantì, però, si potrebbe presto chiudere l’esperienza al Csm da lui tanto desiderata. Il consigliere infatti rischia di essere sospeso dalla carica. L’articolo 37 della legge del 1958 istitutiva del Csm prevede infatti che ogni consigliere del Csm può essere sospeso se sottoposto a un procedimento penale per un delitto non colposo. La decisione nei casi facoltativi spetta allo stesso organo di autogoverno dei magistrati, che gli ha già dichiarato guerra.
BRIGANDÍ E I RISCHI DIETRO L’ANGOLO. Il consigliere del Csm, però, potrebbe anche abbattersi una tegola ancora più pesante, ma non in relazione all’inchiesta della procura di Roma: rischia di dover lasciare definitivamente dal Consiglio superiore della magistratura se la Cassazione confermerà una delle due condanne che gli sono state inflitte in appello, per diffamazione e violazione degli obblighi di assistenza familiare. È ancora infatti la legge istitutiva del Csm a prevedere la «decadenza di diritto» qualora un suo componente sia stato condannato con sentenza irrevocabile per un delitto non colposo.  

Le imbarazzanti grane giudiziarie di Matteo

Ma chi è Matteo Brigandì? Noto per essere stato firmatario di una proposta di legge sul legittimo impedimento e pure di una per inasprire le norme sulla responsabilità civile dei magistrati, Brigandì era entrato a Palazzo dei Marescialli a fine luglio 2010, come membro laico di area leghista. Una postazione conquistata con le unghie e con i denti. Bossi, fino a poco tempo prima, infatti, aveva indicato per quel posto Mariella Ventura Sarno. Ma Brigandì ebbe il coraggio di contestare il Senatùr e fece circolare la voce che la Ventura Sarno fosse solo una vicina di casa di Bossi. Insomma tanto ha fatto che la spuntò nonostante le sue grane giudiziarie, piccole per la media dei politici, ma imbarazzanti per quella 
L’INIZIO FU LA BAGARRE PORRO-MARCEGAGLIA. Brigandì era finito nell’occhio del ciclone anche qualche mese fa, quando partita l’inchiesta sul caso Porro-Marcegaglia ha “sparato” sul pm Woodcock, quello che «non ne azzecca una». E ha chiesto di aprire una pratica contro di lui perché «le inchieste che poi si risolvono nel nulla, ledono la credibilità alla magistratura». Nel gennaio scorso, invece, nell’ambito del Csm è stato l’unico a votare contro  la risoluzione a tutela del pm Fabio De Pasquale, con la quale si sosteneva che il premier Silvio Berlusconi avesse denigrato con “accuse infondate” il sostituto procuratore di Milano, pubblico ministero del Processo Mills.

Le dimissioni no, no, no 

Brigandì per ora però non ha preannunciato dimissioni: «Sono indagato? Non ne so nulla, e quindi non ho niente da dire. Anzi vorrei che fosse fatta luce sulla vicenda», ha  tagliato corto, dopo aver smentito nei giorni scorsi di aver passato le “carte” interne del Csm a Il Giornale sul vecchio provvedimento disciplinare della Boccassini: «Quelle carte le ho tenute in mano un quarto d’ora e non le ho passate a nessuno».
 I 16 togati al Csm invece hanno chiesto il rispetto per l’istituzione e la “cacciata” di Brigandì. Per Vittorio Borraccetti, toga storica di Magistratura democratica: «Diffondere carte interne? È stata commessa una scorrettezza enorme. Tra di noi c’è un guastatore che scredita le istituzioni. Si può votare contro le pratiche a tutela ma non lavorare di soppiatto contro la magistratura». 
IL GIORNALE IMBAVAGLIATO. Il Pdl intanto ha fatto quadrato contro la doppia perquisizione che ha riguardato Il Giornale: «È stato solo un nuovo tentativo di mettere il bavaglio alla libertà di informazione e a Il Giornale in  particolare», ha fatto sapere anche il cdr della testata . Il segretario generale dell’Fnsi Franco Siddi si è schierato a difesa: «Oggettivamente, non se ne può più. Nello scontro politica-magistratura non possono essere chiamati a pagare i giornalisti se danno notizie, ancorchè‚ su di esse e sulla loro valenza in termini di interesse pubblico, ciascuno possa avere opinioni diverse».