I medici delle bambole

Redazione
15/12/2010

di Manuela Sasso Uno degli ultimi pazienti ricoverati è stato un orsacchiotto di peluche. Il suo proprietario, un signore di...

I medici delle bambole

di Manuela Sasso

Uno degli ultimi pazienti ricoverati è stato un orsacchiotto di peluche. Il suo proprietario, un signore di 80 anni, l’ha portato all’Ospedale delle bambole affidandolo nelle mani del “primario” Tiziana Grassi. Con una sola raccomandazione: «Fate presto, non me ne sono mai separato». Episodi di questo genere sono abituali nel laboratorio in via San Biagio dei librai, al centro di Napoli, che dal 1889 si dedica al restauro delle bambole e dei giocattoli rotti, antichi e moderni.
In barella finiscono cani di pezza e cavallucci a dondolo, ma anche Barbie infortunate. In questo ospedale, che ricorda i libri di fiabe, lavorano ogni giorno quattro donne: Tiziana Grassi, sua madre Maria Rosaria e due amiche, Stefania e Alessandra, che affianca Tiziana nel lavoro di ricostruzione. Un vero e proprio aiuto primario: insieme riportano in vita almeno 300 bambole l’anno. Gli interventi hanno costi che ricordano quelli del ticket di un ospedale pubblico: da 10 euro in su.
Ma chi si rivolge all’Ospedale delle bambole? Grandi e piccoli «da zero a 99 anni», spiega la Grassi. Tra questi, anche nomi noti: l’attrice Marisa Laurito, lo showman Renzo Arbore, lo scrittore Luciano De Crescenzo, lo psicologo Paolo Crepet (più interessato, però, alla riparazione di icone e oggetti sacri). Anche Franca Valeri, attrice milanese doc, si è servita del pronto soccorso. «Durante una tournée a Napoli ha mandato un assistente con una bambolina da guarire. La Valeri restava pochi giorni: c’è stato bisogno di un “codice rosso” per intervenire subito», ricorda la Grassi.
Il linguaggio da medico non deve stupire. Si chiarisce tutto visitando l’Ospedale, all’interno del quartiere artigianale di Napoli. In pochi metri quadrati, tanto è grande il laboratorio, sono stipate bambole e giocattoli e le loro parti: braccia, teste, occhi, vestiti realizzati con tessuti morbidi, pizzi e merletti (di questi, se ne occupa la madre della Grassi, addetta al reparto estetica).

Gli interventi più diffusi: ortopedia e oculistica

All’ingresso del laboratorio campeggia una scritta a vernice rossa: Ospedale delle bambole. E, come in ogni struttura che si rispetti, anche qui c’è una lista d’attesa. Si aspetta il proprio turno ma, per i turisti che giungono a Napoli in visita e hanno tempo stretti, esiste una corsia d’emergenza. La sala operatoria è nel retrobottega, dove si effettuano gli interventi e si ridà salute a pazienti di pezza, legno, plastica. Non serve bisturi, ma ci sono aghi, forbici e una macchina per cucire. Attendono il proprio turno bambole in porcellana e cartapesta, decorate a mano, i cui lavori di aggiustamento sono particolarmente delicati. Gli interventi più numerosi? Ortopedia e oculistica, cioè la sostituzione di braccia e gambe o l’impianto di nuovi occhi.
Fu don Luigino Grassi, bisnonno di Tiziana e scenografo del San Carlo, ad avere l’intuizione di una struttura dove i giocattoli potessero tornare a nuova vita. E non sbagliava. «Tanti bambini vogliono riavere quel giocattolo cui si erano affezionati e, per loro, è più importante rientrarne in possesso che acquistarne uno nuovo», spiega la Grassi. I clienti migliori non sono quindi i vip ma quelli «così affezionati ai loro oggetti da desiderare che siano rimessi a nuovo». Come l’anziana signora che ha ritrovato le vecchie bambole e le ha fatte restaurare per regalarle alle nipoti.
A riparare bambole non ci si arricchisce. Ma le quattro donne dell’ospedale lavorano part time e con amore. Producendo anche pastori e Pulcinella del Settecento, simbolo di Napoli. «Da soli e nonostante le difficoltà, senza appoggi di nessun tipo, riusciamo comunque a mantenere viva questa tradizione», conclude la Grassi.