I nuovi gulag di zar Putin

Barbara Ciolli
22/08/2012

I campi che attendono le Pussy Riot.

I nuovi gulag di zar Putin

Per aver cantato per mezzo minuto un inno contro Putin sull’altare della cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca, le Pussy Riot sono state condannate a due anni di soggiorno forzato in campi di lavoro di staliniana memoria.
Le tre ragazze ribelli che hanno sbeffeggiato il Cremlino non sono destinate a una banale prigione. Anche perché, nonostante la Russia, con oltre 900 mila detenuti, sia tra i Paesi con più galeotti al mondo, formalmente sul suo territorio esistono solo sette carceri ordinarie.
L’EREDITÀ DEI GULAG. Il grosso dei reclusi per traffico di droga, tossicodipendenza e criminalità comune viene smistato nelle circa 750 colonie penali, sparse in tutto il Paese, eredità della galassia staliniana dei gulag. A sua volta presa in prestito dal sistema dei campi di prigionia zaristi.
In questo arcipelago di oltre 700 mila internati le donne, secondo i dati dell’autorità penitenziaria di Mosca, rappresentano una minoranza di oltre 47 mila detenute, spedite in 46 colonie femminili.
LAVORI MASSACRANTI E PAGHE MISERE. L’obiettivo della reclusione nei campi, sempre formalmente, è quello di abbinare la rieducazione allo sconto della pena, secondo il principio – travisato dai nazisti – per cui il «lavoro rende liberi».
Di fatto, come ha sperimentato sulla sua pelle e poi raccontato l’oligarca Mikhail Khodorkovsky, le colonie russe sono ancora gelide oasi in cui sono costretti migliaia di alienati, obbligati ai lavori coatti con orari massacranti, paghe da fame e senza il permesso di coprirsi, a 30-40 gradi sotto zero, con indumenti caldi che non siano il cappotto imbottito fornito dai carcerieri.

Come nei campi raccontati da Solženicyn

Le descrizioni degli ex internati di Vladimir Putin non sono molto diverse dai quadri dei gulag tratteggiati dal grande romanziere Aleksandr Solženicyn, rinchiuso nel 1950.
Anche se la Russia di oggi è un Paese caratterizzato più dalla corruzione che dalla ferrea disciplina, la logica dei campi di lavoro è sempre quella dell’umiliazione e dell’isolamento. Dinamiche che si instaurano non solo tra aguzzini e detenuti, ma anche tra detenuti d’onore e schiavi loro sottoposti.
CHI PAGA OTTIENE CONDIZIONI MIGLIORI. Chi, tra i reclusi, può pagare riesce a ritagliarsi condizioni di vita migliori, stringendo alleanze con il personale penitenziario.
Chi, invece, nella gerarchia informale, rimane internato semplice è costretto a turni asfissianti di lavoro e pulizie, in strutture che a volte sono le stesse dai tempi di Stalin. E con salari miseri di 20 rubli al giorno, non più di 70 euro al mese. Il compenso serve a coprire i costi delle uniformi e del rancio quotidiano.
LA PRESSIONE PSICOLOGICA. Nelle colonie penali femminili torture e pestaggi sono meno frequenti che in quelli maschili. Ma molte donne uscite dal campo di lavoro hanno confessato di aver subito continue pressioni psicologiche per i loro figli. Le armi di ricatto più usate dai carcerieri.
FIGLI SEPARATI DALLE MADRI. Infatti, anche se, per le donne, il regime di reclusione è più «dolce» rispetto a quello degli uomini – esistono solo «campi di residenza» (nei quali è possibile muoversi più liberamente) e «campi ordinari», ma non «campi severi» e «speciali» – solo 13 colonie hanno, al loro interno, gli orfanotrofi.
Anche quando, come nel campo di Mozajsk che ospita circa 1.000 detenute, la madre è fortunata e può dormire a pochi metri dal neonato, le è concesso vederlo solo per due ore al giorno, oltre agli orari di allattamento.
Nella stragrande maggioranza dei casi, le mamme che hanno partorito in carcere sono separate dai figli da filo spinato e, talvolta, da centinaia di chilometri di distanza.

Camerate con 150 brande, vestiario minimo e ispezioni quotidiane

Nelle camerate si dorme a gruppi che vanno dalle 20 alle 150 persone, in brande a castello una attaccata all’altra. Convivendo, spesso, con detenute sieropositive.
Le stanze sono pulite, perché a lucidarle sono le stesse internate. I bagni sono comuni e senza pareti divisorie tra water. Si mangia in mensa, dove ogni giorno si tengono anche i controlli e le ispezioni di gruppo. Attorno ai campi, scorrono recinzioni, filo spinato e, agli angoli del perimetro sorgono torrette di controllo.
REGIME SPARTANO. La sveglia è alle 5 e 15 del mattino. Poi, con un programma spartano da caserma, le attività prevedono la ginnastica, il bagno, la colazione, il lavoro, il pranzo. Poi si lavora di nuovo fino a cena. Infine si riposa dopo un ultimo bagno.
Le donne devono indossare la gonna della divisa in ogni stagione. Le loro occupazioni si dividono in mansioni domestiche (dalle pulizie alle piccole riparazioni) e turni alle macchine di taglio e cucito per confezionare le uniformi della polizia e dell’esercito russi.
ALLE PUSSY RIOT DUE ANNI DA INCUBO. Una vita grigia, malsana e mortificante attende le dissidenti della punk band dal nome provocatorio che indossano cappucci colorati, messe all’indice dalla chiesa russo-ortodossa e costrette dallo zar Putin a 24 mesi di «campo a regime ordinario».
Nadezhda, 22 anni, Alekhina Maria, 24 anni, e Yekaterina, 30 anni, ancora non conoscono la loro destinazione precisa. Potrebbero essere spedite ovunque: dalla periferia di Mosca alla Siberia orientale, fino alle colonie in Carelia, nell’estremo Nord al confine con la penisola scandinava.
LA DENUNCIA DELLE ONG. «I campi di lavoro sono carceri a tutti gli effetti. La rieducazione non c’entra niente. Alcune delle peggiori pratiche sono quelle dei gulag», ha criticato il fisico e attivista Lev Ponomarev, che ha fondato una Ong in difesa dei diritti dei prigionieri. E denunciato episodi di tortura in almeno 20 colonie penali.