I pugni in faccia

Antonietta Demurtas
15/10/2010

Uomini che odiano le donne. E le uccidono.

I pugni in faccia

Partorirai con dolore, terrai fasciati i tuoi piedi, coprirai il tuo corpo, taglieranno le tue parti intime, sarai uccisa per strada, violentata in casa, catturata e fatta schiava, accusata di stregoneria. Sarai donna. Sembra una fatwa, ma è la semplice realtà. Quella da cui le “figlie di un Dio minore” cercano ogni giorno di sfuggire, e che un bollettino quotidiano di cronaca nera ricorda in maniera inesorabile.
Il 15 ottobre a Roma, Maricica Hahaianu, 32 anni, è morta a causa di un pugno ricevuto da un ragazzo dopo una lite per la fila alla cassa di un bar alla stazione Anagnina della metropolitana di Roma; il 13 ottobre a Selargius (Cagliari) Maria Bonaria Marongiu, 72 anni, presidentessa dell’Associazione volontariato giovanile di assistenza, è stata presa a pugni e a calci da un uomo al quale si era rifiutata di dare più alimenti di quelli che gli spettavano. Nessuno è intervenuto per aiutarle.
Sole, in balia di uomini sconosciuti e pieni di odio. Che poi quasi mai finiscono in prigione. Perché, come spiega Anna Ronfani, avvocato penalista e vicepresidente dell’Associazione Telefono Rosa Piemonte, «chi commette questi reati spesso è incensurato, e se la condanna è inferiore a due anni, come a volte succede, non è prevista la reclusione».
Ma il problema, secondo Ronfani, non è quello di una legislazione debole, «le leggi ci sono, abbiamo numerose misure cautelari di tutela delle vittime, che però dovrebbero essere applicate con maggiore frequenza». Come quella del divieto di avvicinamento, introdotta dalla legge sullo stalking, «che sottrae la vittima dal rischio di una reiterazione del reato. Le vittime più che punizioni esemplari, chiedono infatti di essere protette, di poter vivere libere dalla persecuzione». Secondo l’Istat in Italia sono oltre 10 milioni le donne tra i 14 e i 65 anni che nel corso della loro vita hanno subito molestie sessuali.
Donne più facilmente aggredibili perché sole, vittime di una violenza dalla quale non riescono a difendersi. E spesso, anche quando l’aggressione si consuma in pubblico, nessuno interviene in loro aiuto. «È l’inerzia sociale. Assistiamo alla caduta dei freni inibitori davanti ai quali l’aggressività prende il sopravvento, non ci sono più limiti, è venuto meno il patto sociale», ha commentato Ronfani.

La politica è artefice e responsabile della violenza

E a minare il patto nelle sue radici, secondo Francesca Zajczyk, professoressa di Sociologia urbana, è la politica. «L’uso violento delle parole e dei messaggi veicolati attraverso la politica istigano all’odio, all’essere contro, all’avere paura». E così il risultato, è che si perde la fiducia negli altri. «Allora ci si fa giustizia da soli, si diventa legislatori di se stessi. Questo porta a una legittimazione inconscia della violenza».
L’insicurezza verso il futuro e la sfiducia nelle istituzioni portano infine all’ isolamento. «Le persone non si mettono più in gioco. Diventano indifferenti, hanno paura di intervenire anche se la violenza si consuma davanti ai loro occhi. È il vedo ma non mi riguarda, tipico delle grandi città. È l’individualizzazione dei bisogni».
E quando nella società quella violenza è sempre più presente, nei confronti delle donne diventa ancora più dura. «Subentrano aspetti culturali che non si sono mai dimenticati», ha osservato la sociologa, «l’espressione del potere dell’uomo nei confronti della donna è ancestrale e ricerca ancora l’immagine dell’amica, della moglie, madre e padrona di casa».
Per questo l’evoluzione della donna ha messo in difficoltà il maschio, «e infatti le donne vittime di violenza sono sempre più scolarizzate, lavorano, hanno un profilo culturale elevato».
Ma se il progresso femminile è reale, «la società, la cultura e la pubblicità continuano a riprodurre un’immagine stereotipata della donna. Che può essere angelo del focolore o diavolo del talamo, dipende, è l’uomo che decide su tutto anche sul corpo delle donne».
Il tetto di cristallo è ancora lontanissimo. «E gli uomini andrebbero educati al rispetto del corpo delle donne, ma fin da ragazzi, non quando hanno 50 anni».