I Report degli altri

Daniele Lorenzetti
19/10/2010

In Germania, Uk e Usa inchieste in tivù da 60 anni.

I Report degli altri

Si chiamano 60 minutes, Panorama, Kontraste, Newsnight. E sono le trasmissioni che (con qualche episodico infortunio) hanno fatto incetta di premi e la storia del giornalismo televisivo occidentale. Basta valicare le Alpi per scoprire che il format alla Report è un modello sperimentato da decenni: in Germania, nei Paesi scandinavi, soprattutto nel mondo anglosassone. Dove le indagini su temi scottanti in prima serata non sono l’eccezione che scatena bufere ma la buona regola a prova di imparzialità.

Panorama il padre di tutti i “Report”

Era il 1953, l’anno che vide l’incoronazione di Elisabetta II e i biologi Francis Crick e James Watson svelare la struttura del Dna. La sera dell’11 novembre la Bbc lanciava un programma destinato a entrare nella storia del giornalismo britannico, Panorama. L’esordio non fu dei più fortunati, e la prima puntata rischiò seriamente di essere anche l’ultima. Quando il nastro del servizio d’apertura partì inavvertitamente al contrario, Cecil McGivern, il controllore dei programmi della tv pubblica britannica, non si fece problemi a troncare le trasmissioni.
Al nuovo nato decisero di dare una seconda chance, e un mese dopo Panorama era di nuovo in pista. Qualcuno, tra i dirigenti della Bbc, doveva averci visto giusto, perché negli anni successivi il programma avrebbe fatto a suo modo un pezzo di storia del piccolo schermo: ormai leggendari i reportage di un cameraman entrato clandestinamente in Ungheria, durante la rivolta del 1956 repressa nel sangue dalle truppe sovietiche,  e il documentario del 1984 sulle infiltrazioni di estrema destra nel partito conservatore che fece a dir poco infuriare Margaret Thatcher.
Qualche mese più tardi, per la verità, si scoprì che alcuni nomi erano stati citati a sproposito, e la Bbc fu costretta a risarcire i parlamentari ingiustamente accusati con 20mila sterline ciascuno. Un passo falso che in modo trasparente viene ricordato ancora sul sito online del programma. Niente rimozioni, insomma. Ma a nessuno, in Inghilterra, venne in mente di chiedere il blackout.

Il boom con la confessione di Lady Diana

Negli anni successivi Panorama avrebbe fatto incetta di premi: con lo scoop sul Norway Channel, la storia di una coppia norvegese che stabilì un tramite segreto tra israeliani e Olp, l’intervista-confessione a Lady Diana del 1995, che tenne incollati agli schermi più di 22 milioni di inglesi causando più di un mal di pancia a Buckingham Palace, in quei circoli della casa reale (quasi) sempre trattati con i guanti bianchi dalla Bbc. E ancora nella puntata del 2007 su Scientology, il conduttore si scontrò a telecamere accese con Tommy Davis, uno dei portavoce della chiesa, che lo accusava di faziosità. Scientolgy cercò di bloccare la messa in onda del documentario con una furiosa campagna sostenuta anche da John Travolta. Ma Sweeney è tornato a indagare. 
«Nessuno del governo o di un partito politico mi ha mai contattato personalmente per cercare di influenzare le inchieste di Panorama» ha dichiarato una volta la responsabile Sandy Smith, mai smentita sul punto. Difficile, in ogni caso, ipotizzare censure preventive davanti a inchieste documentatissime, che prima di andare in onda durano fino a sei mesi e possono costare anche mezzo milione di euro.
Al netto della retorica sulla sua totale indipendenza, messa in dubbio negli ultimi anni per le pressioni del governo Blair e più recentemente di quello Cameron, è vero che la vecchia zia (il nomignolo confidenziale con cui gli inglesi chiamano la Bbc) può ancora oggi sfoderare altri fiori all’occhiello come le interviste “senza rete” di Jeremy Paxman, il conduttore-mastino del programma Newsnight famoso per il modo in cui “torchia” i suoi ospiti. Non esattamente un modello Porta a Porta, per usare un eufemismo.

Dal Kontraste tedesco al 60 minutes americano

Strane eccezioni d’Oltremanica? Non proprio. In Germania a far scuola è Kontraste, programma di approfondimento del primo canale pubblico Ard. Quello che ha rivelato la storia di Friedrich Engel, autore di crimini efferati commessi in Italia durante la seconda guerra mondiale quand’era capo delle SS a Genova, che viveva da 56 anni tranquillo e del tutto indisturbato nel quartiere Lokstedt di Amburgo. Varcato l’Atlantico resiste da 42 anni un altro modello per generazioni di new entry delle scuole di giornalismo: il 60 minutes della Cbs, creato da Don Hewitt, e in onda regolarmente dal 1968.
Un’ora di serrata ricostruzione di fatti è quanto basta a questo programma, molto simile a Report, per mettere a segno colpi clamorosi (e qualche scivolone). Così, se Leslie Stahl, la stella del giornalismo tv americano, si è scusato anni dopo per i due servizi andati in onda prima della guerra in Iraq nei quali ipotizzava che Saddam Hussein mentisse sulle armi di distruzione di massa, il riscatto (e che riscatto!) arrivò nell’aprile del 2004 quando fu proprio 60 minutes a diffondere la storia di abusi ed umiliazioni nel carcere iracheno di Abu Ghraib, quelle immagini odiose che fecero subito il giro del mondo.

Un team di numeri Uno

Nella squadra dei suoi reporter si contano nomi eccellenti del giornalismo d’Oltreoceano come Katie Couric o Steve Crofts. Alla scuola rigorosa di 60 minutes si è formata Dana Priest, l’ex corrispondente dal Pentagono di Cbs News autrice dell’inchiesta Top secret America con il collega William Arkin. Priest è una che si professa una giornalista vecchio stile: «Nei miei articoli do giudizi e analisi che credo siano supportati da fatti. Il giudizio professionale non è mai la mia personale opinione».
A 60 minutes si è fatto le ossa anche Charles Lewis che abbandonò nel 1988 una carriera di successo come producer del programma per lanciare il Center for Public Integrity e realizzare un osservatorio indipendente sull’ attività dell’ amministrazione americana.  Nel 2005, Lewis ha fondato Global Integrity, una organizzazione indipendente e no-profit  che punta a ridare fiato alla tradizione del giornalismo d’inchiesta, minata dai drastici tagli ai budget e alle redazioni. Ma Lewis non è mai stato pessimista, nonostante tutto: «Penso che questo sia uno dei momenti più eccitanti della storia del giornalismo. Anche se a volte sembra che ci stia cadendo un pianoforte sulla testa».