I segreti della “dezinformatsiya”, arma nascosta di Putin

22 Aprile 2017 11.00
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da Mosca

Esisteva un piano, messo nero su bianco da un ufficio studi di Vladimir Putin, per spostare il consenso verso Donald Trump e minare la fiducia degli americani nel loro sistema elettorale. È quanto hanno detto alla Reuters alcuni funzionari ed ex funzionari del governo statunitense, parlando di due documenti top secret dell’Istituto russo per gli Studi strategici di Mosca (Riss) ottenuti dall’intelligence Usa dopo le presidenziali dell’8 novembre. Il Riss è un think tank fondato e controllato dalla Presidenza della Federazione Russa, che fornisce informazioni, analisi, e raccomandazioni al Cremlino. È Putin stesso a sceglierne i direttori, sempre provenienti dall’Svr, il servizio di intelligence per gli esteri erede del famoso Primo direttorato del Kgb.

I DOCUMENTI DEL RISS. I due documenti vengono definiti come «la logica e il quadro operativo» secondo i quali le agenzie di sicurezza di Washington hanno concluso che ci fu un impegno intenso e organizzato da parte della Russia per influenzare le elezioni. Il primo documento – riferisce la Reuters – è di giugno e raccomanda al Cremlino di lanciare una campagna propagandistica sui social network e sui media internazionali sotto il suo controllo per influenzare il voto a favore di un presidente che prometteva un atteggiamento favorevole nei confronti di Mosca. Il secondo è di ottobre, spiega che Hillary Clinton è favorita e raccomanda di incentrare la narrativa propagandistica sulla possibilità di frodi elettorali, per creare dubbi sul sistema di voto e minare fin dall’inizio la ormai presidenza democratica. Entrambi gli studi del Riss sono circolati tra le più alte autorità della presidenza e del governo russi, spiega l’agenzia di stampa.

L'ASCESA DI FRADKOV. Il Riss non ha smentito l’esistenza dei due documenti. Contattato da Lettera43.it, il direttore dell’istituto Mikhail Fradkov si è limitato a specificare che il Riss non prepara operazioni informatiche, ma solo «investigazioni analitiche e prognosi sulla situazione internazionale». Secondo Fradkov, la notizia della Reuters non è altro che una «fantasia» cospirativa. Fradkov è stato primo ministro di Putin dal 2004 al 2007, poi direttore dello Svr. Attualmente, oltre a guidare il Riss, è presidente del Consiglio di amministrazione dell’industria militare Almaz-Antey, di proprietà statale e specializzata nella produzione di sistemi di difesa aerea e altri armamenti.

Lo scenario descritto dalla Reuters rientra in quelle che i servizi segreti russi chiamano aktiniye meropriyatiye, ovvero misure attive, e di cui si sono serviti abbondantemente durante la Guerra fredda – quella vera, ai tempi dell’Urss. Perché anche quella era guerra “ibrida”, seppure i media fossero al tempo assai limitati per quantità e penetrazione. Un ex generale del Kgb, Oleg Kalugin, le definì «tattiche psicologiche e per la comunicazione finalizzate a a creare fratture in ogni tipo di alleanza fra Paesi occidentali, soprattutto nella Nato, per provocare disaccordo, indebolire gli Usa agli occhi del mondo e preparare il terreno per il caso in cui scoppiasse davvero una guerra». Di queste misure attive, la più utilizzata nella storia del Kgb è la dezinformatsiya. Si tratta di rifornire i media direttamente controllati o comunque amici di false notizie clamorose, e possibilmente credibili, che mettano in cattiva luce il nemico.

QUELLA BUFALA SU PAESE SERA. Gli esempi del passato sono molti. E uno dei più significativi ebbe luogo in Italia. Nel 1967 il quotidiano Paese Sera pubblicò uno scoop secondo cui uno dei sospettati dell’assassinio del presidente americano John Kennedy, l’uomo d’affari di New Orleans Clay Shaw, era in realtà un agente della Cia. La rivelazione alimentava il dubbio che Lee Oswald non avesse agito da solo. Secondo il giornalista statunitense Max Holland, alcuni documenti ufficiali dell’amministrazione Usa desecretati nel 20012 provano che la notizia era una bufala fabbricata e ben incartata dal Kgb al condiscendente giornale italiano. Il regista Oliver Stone, nel suo Jfk dice tutt’altro. Holland è filo-governativo al limite dell’integralismo, e i suoi scritti ne risentono. Ma i documenti ci sono. E se fossero stati “piantati” per disinformare? Possibile anche questo. La dezinformatsiya non è in esclusiva. Ed è un gioco di specchi del quale è difficile capire scopo e fine, e che rimpicciolisce all’infinito la realtà.

IL NUOVO KALUGIN. Quel che è certo è che Putin, nel suo addestramento di agente operativo del Primo direttorato del Kgb di cui era capo il citato Kalugin, ha avuto anni di training focalizzato sulle misure attive. E il direttore del Riss, Fradkov, è stato per nove anni – fino al 2016 – a capo dello Svr. Di lui si parla come del nuovo Kalugin, vero maestro della dezinformatsiya.

Ma non è tutto. Una conferma del fatto che le elezioni americane sono state nel mirino mediatico di Putin arriva anche dall’interno della factory di San Pietroburgo Agenzia federale notizie (Fan), specializzata nella propaganda pro-Cremlino a colpi di commenti falsi. «So per certo che alla fine del 2016 c’erano sezioni dedicate alla crisi ucraina e alle elezioni Usa», ha spiegato al giornale online pietroburghese Bumaga un ex troll della factory. «Scrivevamo circa 200 commenti e 20 notizie per varie fake page ogni giorno. C’erano molti team, ciascuno specializzato su argomenti e siti specifici». L’anonimo troll è stato recentemente licenziato, nell’ambito di una ristrutturazione che prevede l’assunzione di «persone che credono davvero a quel che scrivono». Fino a poco fa non era così. I più erano alla factory solo per i soldi.

UN ESERCITO DI TROLL. Oggi la factory ha 16 siti di news e produce notizie originali con un taglio che definisce «fortemente patriottico». I redattori sono 200, con una paga più alta di quella che prendono in media i giornalisti russi, e producono un flusso di 30 milioni di pagine viste al mese. Secondo gli Usa, che alla fine del dicembre 2016 gli hanno per questo imposto sanzioni personali, a finanziare Fan è Evgeny Prigozhin, noto come “il cuoco di Putin". Ex galeotto (nove anni per rapina, rapina violenta e frode) e ristoratore, è divenuto amico del presidente intorno al 2003. Le sue aziende di catering oggi riforniscono Presidenza federale, guarnigioni militari e protezione civile, oltre alle scuole di Mosca, secondo la fondazione anti-corruzione di Alexey Navalny.

SALARIO DOPPIO RISPETTO ALLA MEDIA. L’ex troll di Prigozhin ha lavorato nella factory per due anni. «Al colloquio mi chiesero un commento di prova su “elementi fascisti negli Stati Uniti”. Mi vergognavo un po’, ma era anche divertente», racconta. «La crisi economica non ci toccava. Lì coi bonus puoi guadagnare tra gli 80 mila e i 90 mila rubli al mese (1.300-1.500 euro, il salario medio in Russia è attualmente sui 600 euro, ndr)». Personalmente, dice, «credo che il nostro lavoro non portasse ad alcun risultato. Nessuno crede ai nostri post: non ci crediamo noi e non ci credono i nostri lettori. I troll discutono con i troll. A me sembra che la stragrande maggioranza della gente non faccia minimamente attenzione a questo tipo di commenti. Ma forse è perché noi eravamo là solo per la paga. Ora le cosa stanno cambiando: i manager stanno licenziando i vecchi per assumere persone che credono davvero a quel che scrivono».

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