I social network sul grande schermo

Redazione
24/09/2010

di Marco Cacioppo Hanno modificato il modo di percepire la realtà e interagire con gli altri, aumentando il numero delle...

I social network sul grande schermo

di Marco Cacioppo

Hanno modificato il modo di percepire la realtà e interagire con gli altri, aumentando il numero delle nostre amicizie virtuali senza riuscire, però, a salvarci dalla solitudine. I social network, uno degli strumenti più controversi del web 2.0, continuano a far discutere critici, sociologi e guru della rete. E sul fenomeno, ora, anche il cinema vuole dire la sua.
Così, mentre proseguono le lodi, ma anche e le critiche nei confronti di Facebook e del suo demiurgo Mark Zuckerberg, due film, uno appena uscito negli Usa e l’altro in arrivo, analizzano i social network da punti di vista totalmente opposti. Il primo è “Catfish”, una pellicola indipendente realizzata da tre cineasti poco più che ventenni, Henry Joost, Ariel Schulman e Nev Schulman, presentato in anteprima mondiale al Sundance Film Festival 2010 e uscito negli Stati Uniti il 17 settembre. Il secondo è “The Social Network”, di David Fincher, atteso negli Usa per il primo ottobre e in Italia a partire dalla seconda settimana di novembre.
Catfish” chiama in causa i social network, il loro ruolo nella vita di tutti i giorni e i pericoli che possono nascere da un uso sbagliato e poco accorto di Internet. Il film ha fatto parlare di sé a tal punto che le major di Hollywood si sono fatte in quattro per acquistarne i diritti di distribuzione. Alla fine, se li è accaparrati la Rogue Pictures, che ha battuto perfino un colosso come la Paramount. È un “catfish” chiunque si crei una seconda identità su Internet con lo scopo di instaurare relazioni sentimentali a distanza. Il film, infatti, racconta la storia di Nev, giovane fotografo di New York, nonché fratello di uno dei due registi, che un giorno viene contattato su Facebook da Abbie, un’enfant prodige di otto anni residente nel Michigan. L’amicizia si allarga a tutta la famiglia della bambina e il protagonista entra in contatto prima con la madre e poi con la sorella maggiore di Abby, Megan, di cui si innamora. Tutto questo, sempre tramite Facebook.
A un certo punto, però, Nev si rende conto che alcuni filmati mandati da Megan sono falsi. Inizia così a dubitare della sua identità e, in compagnia del fratello e di un carissimo amico (il secondo regista), parte per il Michigan con l’intenzione di fare luce sul mistero. Fin qui nulla di strano, se non fosse che “Catfish”, e qui sta la vera particolarità, è un documentario. «Abbiamo cominciato a riprendere Nev agli inizi del 2008, quando è cominciata la sua storia» racconta Henry Joost, uno dei due registi. «Per essere più precisi, da quando ha ricevuto il primo post da Abby. Abbiamo allora cominciato a filmarlo sporadicamente, ma senza l’intenzione di farci un film. Volevamo solo provare a documentare un momento particolare nella sua vita».
Il grande dibattito, ancora in corso, che si è creato intorno a “Catfish” riguarda la sua natura: si tratta di un documentario, e quindi è lecito che gli autori abbiano speculato sui sentimenti delle persone coinvolte, oppure è solo una furba operazione commerciale spacciata per vera sull’onda del successo di pellicole come “The Blair Witch Project” (1999) e “Paranormal Activity”(2009). Registi e “attore” ci tengonoa sottolineare che, per quanto incredibile possa sembrare, ogni cosa è realmente accaduta come la si vede sullo schermo e le telecamere hanno seguito Nev per otto mesi, durante tutta la storia a distanza con la sorella di Abby. C’è chi ritiene impossibile che, per un periodo così lungo, un terzetto ben equipaggiato e con una così grande dimestichezza con le nuove tecnologie, prima fra tutte Internet, si sia potuto lasciare abbindolare da una simile circostanza. Vero o non vero, Catfish” è comunque un’operazione estremamente interessante perché ci fa riflettere sul rapporto, ai limiti del disfunzionale, che intratteniamo con Internet ma soprattutto perché la pellicola dimostra ancora una volta che per fare un film, più che i soldi, è importante avere un’idea vincente.
Completamente diverso, invece, il punto di vista adottato da “The Social Network”, il film di David Fincher. La pellicola, scritta dallo sceneggiatore e commediografo Aaron Sorkin (“La guerra di Charlie Wilson”, 2007), prende spunto dal libro di Ben Mezrich, edito da Sperling & Kupfer, “Miliardari per caso. L’invenzione di Facebook: una storia di soldi, sesso, genio e tradimento”. Ma, più che essere uno spaccato sul social network, si concentra sugli anni dissoluti di Zuckerberg, quando era un promettente studente di Harvard e si destreggiava senza successo tra festini e compagne di corso. La nascita di Facebook, secondo il film,sarebbe legata semplicemente al tentativo di agevolare i metodi di conquista tra i ragazzi della prestigiosa università, consentendo di far circolare commenti e imprese galanti. Si dice poi che Zuckerberg abbia perfino rubato l’idea del social network più frequentato al mondo a due amici, rimasti poi a bocca asciutta. Insomma, un ritratto non proprio lusinghiero di uno che ha già contro buona parte dell’opinione pubblica.