Smettiamo di chiedere a La Russa se è antifascista, la sua non risposta è fin troppo chiara

Paolo Madron
16/01/2024

I 400 COLPI. Anche durante le visita al memoriale della Shoah a Milano con Segre hanno provato a fargli dire la parolina magica. Ma quello niente, implacabile. D'altronde uno che si chiama Ignazio Benito e tiene (o teneva) i busti del Duce in casa è chiaro che sia rimasto fascista. Solo che da seconda carica dello Stato non può ammetterlo. Da lui e da Meloni sulla fiamma non aspettiamoci conversioni.

Smettiamo di chiedere a La Russa se è antifascista, la sua non risposta è fin troppo chiara

Oramai è diventato un copione fisso. A qualunque cerimonia partecipi, sia la prima della Scala oppure la visita al Binario 21 della stazione di Milano da cui partivano i treni degli ebrei italiani deportati in Germania, Ignazio La Russa si vede implacabilmente rivolgere la stessa domanda: «Scusi, lei è antifascista?». E altrettanto implacabilmente il presidente del Senato cambia discorso. Oppure, come successo l’altro giorno alla commemorazione milanese, se ne esce con un laconico quanto strampalato commento che invita a «non svilire queste occasioni con queste cose».

Del resto se si chiama Ignazio Benito e tiene (o teneva) i busti del Duce in casa…

A questo punto direi di finirla qui, nel senso di smettere di rivolgergli la fatidica domanda visto che la non risposta del cofondatore di Fratelli d’Italia è una chiarissima risposta. La Russa non ha nessuna intenzione di dichiarare che è antifascista semplicemente perché primo non lo è, secondo perché, anche se visto il ruolo oggi non lo può dire esplicitamente, è rimasto fascista. Del resto se si chiama Ignazio Benito e tiene (o teneva) i busti del Duce in casa difficile possa calpestare il suo retaggio, a meno di improvvise conversioni, che a volte succedono ma che per lui sembrano assai lontane.

Smettiamo di chiedere a La Russa se è antifascista, la sua non risposta è fin troppo chiara
Il busto del Duce che era (è?) a casa di La Russa.

Nessun ripensamento anche per Meloni sulla nostalgica fiamma

Lo stesso vale per quanti, dal momento in cui Fratelli d’Italia ha vinto le elezioni, si sbracciano per chiedere che Giorgia Meloni tolga dal simbolo del partito la nostalgica fiamma che rimanda al suo passato. Una richiesta che la premier, almeno finora, non ha alcuna intenzione di esaudire. Quelli che la fiamma vorrebbero fosse spenta invocano implicitamente una sorta di operazione Fiuggi, quando nell’ormai lontanissimo 1995 l’allora incontrastato leader Gianfranco Fini abiurò al vecchio Msi e alla sua esplicita continuità con il Ventennio per fondare Alleanza nazionale, nel cui simbolo per altro la fiamma e il logo del vecchio Movimento sociali rimasero intonsi.

C’è già qualcuno più a destra di Giorgia: Salvini con Vannacci

Resta da chiedersi perché, adesso che recita da protagonista in Europa, Meloni non voglia recidere le radici col passato creando un partito conservatore sul modello dei Repubblicani in America o dei Tory inglesi. Non senta, insomma, a differenza dell’odiato Fini, nessun bisogno di essere sdoganata con tanto di patente di sicura democraticità. Le risposte sono diverse. Qualcuno potrebbe per esempio osservare che Meloni si sta sdoganando da sola, non ha bisogno di un’operazione simile a quella che fece Silvio Berlusconi con Fini. Oppure che nella maggioranza che la sostiene a Palazzo Chigi c’è già qualcuno più a destra di lei, pericolosamente avviato verso una deriva fascista se il personaggio in questione, Matteo Salvini, attuerà la disperata mossa di candidare il generale Roberto Vannacci capolista in tutte le circoscrizioni. Lo Zelig del Carroccio è nel panico, sente la poltrona scricchiolare vistosamente e pur di non soccombere è capace di tutto.

Identità e democrazia, accozzaglia di neofasci e neonazi

Stesso discorso in Europa, dove il gruppo Identità e democrazia è il riferimento dei neofasci e neonazi di tutto il continente. Un’accozzaglia che sarà ancora più vistosa se, come sembra, Meloni riuscirà a sottrarle Marine Le Pen (che non a caso si è guardata bene dal partecipare al raduno di neri e destri organizzato a Firenze dal capo della Lega in concomitanza con Atreju) per portarla dalla sua parte, ossia nel raggruppamento dei più presentabili Conservatori e riformisti.