Il barbone 2.0

Vita Lo Russo
13/12/2010

Vive in un dormitorio ed è il paladino dei senzatetto.

Due blog, cinque mila amici su Facebook, quasi mille seguaci su twitter, e un account di mail che conta oltre 1.600 messaggi non letti. Ma nessun posto fisso dove dormire.
«Sono un homeless e faccio da portavoce agli homeless», questo lo scopo della vita di Eric Sheptock, 41 anni, disoccupato ex tossicodipendente, da 15 anni senza un indirizzo fisso. E senza i social network non sarebbe mai riusciuto in quella che è diventata l’impresa della sua vita. 
Tra i suoi amici di Facebook e di Twitter compaiono esperti di politica, il Tea Party, associazioni umanitarie e centinaia di studenti del college che hanno preso parte al suo primo discorso pubblico, tenuto alla National coalition for the homeless di Washington.
Eric l’attivismo sociale ce l’ha nel sangue. Si è trasferito nella capitale nel 2005 per protestare contro l’intervento americano in Iraq dell’era Bush. L’anno dopo si è battuto contro la chiusura della Franklin School, un edificio storico di Washington firmato dall’architetto Adolf Cluss, a quel tempo occupato da alcuni senzatetto come lui.

Meglio cinque mila amici che cinque mila dollari

Essere un homeless è per Sheptock un’occupazione a tempo pieno. Fare da portavoce della categoria ha dato un senso alla sua vita e lo ha fatto sentire per la prima volta parte di una comunità. Al punto da sentire la sua condizione come qualcosa di cui poter andare fieri e orgogliosi.
Sheptock ha addirittura rifiutato alcune offerte di lavoro per non compromettere la sua battaglia, che gli richiede tempo. Specie  per costruire quello che il Washington Post definisce il suo “impero digitale”, fatto di contatti, email e relazioni web 2.0. Anche se è un vagabondo, per un po’ non si sposterà dal dormitorio di Washington Dc perché sa che la capitale è la piazza migliore per far sentire la voce dei senza tetto.
«Troppi barboni si affidano a me», ha scritto nel post del suo blog dal titolo “scelte pensate” «e arrivato a questo punto, non posso ignorarle. La mia coscienza non me lo permette».
Per Sheptock oggi, cinque mila amici su Facebook sono più importanti di cinque mila dollari sul conto corrente. E vive con il peso e l’entusiasmo di questa responsabilità.

La vita del barbone 2.0

Dalla chiusura della Franklin School, dorme sul piano alto di un letto a castello della Community for Creative Non-Violence. Divide la stanza, 5 metri per 4, con altre 11 persone. Il centro conta in tutto 1.300 posti letto, e su ogni piano si ammassano circa 200 persone.
I più giovani urlano, gli anziani si arrabbiano, l’acqua delle docce quando c’è, è fredda, e spesso i pavimenti sono infestati di scarafaggi. Poca privacy, e tante possibilità di perdere il senso dell’identità personale oltre che la lucidità mentale.
Ecco perché Sheptock  si alza presto quasi tutti i giorni; cammina per cinque chilometri fino a raggiungere un altro dormitorio, il Thrive dove un’organizzazione non profit gli offre la colazione e può usufruire gratuitamente dell’accesso a Internet.
Il suo stipendio varia di mese in mese. Novembre è andato bene: ha guadagnato dal suo blog, monetizzando i clic con le inserzioni pubblicitarie, 330 dollari. Certo, non bastano per pagarsi un affitto, almeno in una città come Washington. Ma sono abbastanza per coprire le spese del cellulare e comprare occasionalmente snack e qualche capo d’abbigliamento.
 

Il paladino dei senza tetto

Chi parla di homeless a Washington conosce Eric. A cominciare dagli ufficiali di polizia, nei cui uffici invia quotidianamente tonnellate di email, rigorosamente firmate, con tanto di numero di cellulare e gli indirizzi dei suoi blog, contenenti richieste e lamentele della sua categoria. 
E anche se, come riportato dal Post, alcuni ufficiali hanno inserito la sua mail tra quelle spam, i suoi siti continuano ad acquisire visibilità. Altri come Scott McNeilly, paramedico della clinica sanitaria di assistenza ai senza tetto, hanno invece sottolineato che grazie alle segnalazioni di Eric riescono a conoscere problemi che altrimenti ignorerebbero. 

La battaglia nei social network

Ogni giorno Sheptock trova sulla sua pagina di Facebook 30 nuovi messaggi. Di solito ignora i vari aggiornamenti e mette in bacheca i link ad articoli che forniscono informazioni utili ai senza tetto dell’area di Washington: dai pericoli che si corrono nei dormitori, a cosa fare durante le vacanze, se ci sono posti vuoti nelle case popolari e dove. Nella sua posta giacciono 1.600 email non lette. Molte sono newsletter, rassegne e spam. Altre sono dichiarazioni, sottoscrizioni e petizioni delle organizzazioni umanitarie.
«Non potrei mai fare quello che faccio senza internet», ha detto Eric. Quando il centro informatico del Thrive chiude, si sposta nella Biblioteca del Congresso. Entra in uno degli edifici più importanti al mondo indossando pantaloni larghi e berretto con visiera all’indietro.
Ogni giorno trascorre online almeno sei ore. Perché «i social network sono la chiave della battaglia per il diritto a una casa», ha aggiunto.
Non solo. Grazie a Facebook ha potuto addirittura riallacciare i contatti con la sua famiglia, dalla quale si era allontanato negli anni del college.
Oggi, dopo anni di crac, abusi sessuali e vagabondaggio, la vita di Eric ha riacquistato un senso. Dopo la biblioteca fa ritorno nella stretta stanza del suo dormitorio con il sorriso sulle labbra, portando nel cuore un’idea in cui credere e che lo fa sentire importante. E, grazie al web 2.0 si trova anche qualche soldo in tasca. 
In passato anche un altro barbone aveva provato a far soldi con internet, ma senza successo. Il vagabondo originario di Wichita Falls, Texas era Guy Ritchie (niente e che fare con l’ex di Madonna) che nella primavera del 2008 aveva aperto un sito web attraverso il quale elemosinare da ogni  internauta un dollaro, con l’ambizioso obiettivo di diventare il primo barbone miliardario al mondo. Non solo Ritchie non è riuscito nell’impresa, ma il suo sito oggi non è neanche più attivo.