Il bilancio di Barack

Redazione
14/12/2010

di Giuliano Di Caro Dicembre è il mese delle statistiche, quello in cui Google presenta le parole e i nomi...

Il bilancio di Barack

di Giuliano Di Caro

Dicembre è il mese delle statistiche, quello in cui Google presenta le parole e i nomi più cliccati dell’anno e i giornali stilano classifiche dello “spirito del tempo”. Ma c’è un’altra ricerca su Google che ben rappresenta una fetta di società globale.
Provate a scrivere “Obama” e “compromise”, ovvero compromesso, nel motore di ricerca più famoso del mondo. Otterrete la bellezza di oltre 9 milioni di risultati. Dov’è finita l’ispirata (e promessa) intransigenza del visionario del nuovo millennio?

Il presidente ostaggio dei repubblicani

Eccola, la prima grande sconfitta del messia Obama nel 2010: questa sensazione diffusa nella società, la chiara e nettissima percezione che il primo presidente nero degli Usa, l’uomo che doveva cambiare dall’interno il sistema America all’insegna della trasparenza e dell’apertura alle fasce più deboli del Paese, abbia già esaurito la carica rivoluzionaria e idealistica che l’ha condotto, due anni fa, alla Casa Bianca.
Era ancora yes we can soltanto qualche mese fa, pur navigando in acque politicamente incerte per via dei sondaggi sfavorevoli sulle elezioni di midterm, perse poi rovinosamente dai democratici (leggi l’articolo).
Oggi tira invece un’aria da yes we compromise. L’esempio più lampante è la questione dei tagli sulle tasse per le famiglie americane, firmati nel 2001 dal presidente Bush. Obama aveva promesso di estenderli ai nuclei familiari con un reddito inferiore ai 250 mila dollari annui e di non rinnovarli, invece, per le famiglie più benestanti.
Una misura necessaria tanto per l’economia statunitense quanto per dare una parvenza di coerenza con il programma dell’Obama mattatore nel 2008. Ora i nodi tornano al pettine: lo sgravio fiscale scadrà il 31 dicembre. E per rinnovarlo, Obama deve fare l’occhiolino agli avversari politici visto che, dopo le elezioni di medio termine, il presidente deve convivere con un congresso bicolore, Senato democratico e Camera repubblicana.

Emmott: «Casa Bianca a rischio paralisi»

La questione è cruciale, una di quelle su cui, a conti fatti, si valuta l’operato di un presidente. Secondo gli analisti economici, il mancato rinnovo del tax cut avrebbe effetti devastanti sulla già fragile economia a stelle e strisce. Un passo falso e milioni di contribuenti si ritroverebbero, nel giro di tre settimane, a dover sborsare centinaia di dollari.
«Voglio essere sicuro che le tasse non salgano per le famiglie della middle class a partire dal primo gennaio», ha dichiarato lo stesso Obama. «Questa è la priorità numero uno: quelle famiglie, la nostra economia». 
Così tocca contrattare. David Axelrod, senior adviser della CasaBianca, aveva lasciato intendere già una settimana prima dell’approvazione al Senato del 13 dicembre del piano da 858 milioni di dollari, che Obama avrebbe trovato un compromesso con i repubblicani e esteso il taglio delle tasse anche alle classi più abbienti per evitare guai peggiori, come il mancato rinnovo per la classe media, la spina dorsale dell’America.
Rompendo insomma, e pure clamorosamente, le promesse elettorali. Ma, gira voce a Washington e in ossequio a una formula assai indifendibile che gronda di compromesso, mica per sempre: soltanto per uno, due, forse tre anni. Ossia tutta la seconda metà del mandato.
«Il compromesso è essenziale dopo il risultato delle elezioni di medio termine. La Camera è in mano repubblicana e al Senato Obama ha una maggioranza esigua. La sue scelta è dunque semplice: trovare un compromesso o rimanere politicamente paralizzato» ha spiegato a Lettera43.it Bill Emmott, scrittore ed ex direttore dell’Economist.
Intanto i repubblicani si fregano le mani e pensano a un 2011 in cui, con l’economia in crisi e un terrene minato ai piedi del presidente, potranno fare il bello e il cattivo tempo. E così gli elettori del Grand Old Party con il conto in banca più cospicuo.

Il nuovo fronte della riforma sanitaria

Nella stessa faretra elettorale del vincente Obama di due anni fa stava pure la freccia più luminosa, di maggiore impatto sull’immaginario americano: la riforma sanitaria, pensata per includere le fasce più povere della popolazione e prive di un’assicurazione, dunque escluse dalle cure mediche.
L’idealista Obama quella riforma l’ha portata a casa, battagliando con le resistenze delle lobby di interesse foraggiate dalle potenti compagnie assicurative e l’avversione di ampi strati della popolazione, come i fanatisti liberal del Tea Party. Ma anche quella vittoria è in pericolo. Il 13 dicembre un giudice federale dello Stato della Virginia ha rigettato la riforma, considerandola anticostituzionale. È il primo giudice americano a prendere una simile decisione, e Obama rischia ora di dover alzare le barricate anche a difesa del suo fiore all’occhiello (leggi la notizia dell’anticostituzionalità in Virginia).
La riforma sanitaria ha preso la forma, a marzo, dell’Affordable care act, il corpus di benefici e agevolazioni entrate pienamente in vigore a settembre. Uno sforzo titanico, oltre mille pagine di proposta in oscuro burocratese, passate sotto il giogo delle votazioni al Congresso e, infine, divenute legge.
Per spiegare la svolta alla popolazione, Obama ha impiegato gli strumenti comunicativi cruciali nella sua vittoria elettorale, in primis la Rete: due i siti internet dedicati, healthcare.gov (leggi) e healthreform in action, secondo una logica di costante monitoraggio, Stato per Stato, degli effetti concreti della riforma.
Condensati in cinque numeri (vai al sito) comprensibili, questa era l’idea, a tutta la popolazione: dal milione di assegni di rimborso spese mediche ricevuti da altrettanti cittadini americani ai 50 Stati dell’Unione che oggi propongono un piano di copertura sanitaria anche agli under 19 con problemi di salute cronici, come l’asma o altre patologie che condizionavano pesantemente la possibilità per i privati di sottoscrivere un’assicurazione medica. Fino alla cifra Zero dollaro, tonda tonda, che i cittadini spendono oggi per le visite mediche di prevenzione.  
Ma gli slogan di due anni fa, così pare, erano più potenti dei numeri reali di oggi. Molti americani, in quel Matrix instabile che è l’economia americana del 2010, flagellata da disoccupazione, dall’incombere della recessione e da catastrofi come l’incidente della Bp nel Golfo, che è costato e costerà in futuro miliardi di dollari ai cinque Stati coinvolti, tra la pillola rossa e la pillola blu hanno scelto quella dell’oblio. Gli elettori delle consultazioni di medio termine, e più ancora i tanti astenuti, hanno come dimenticato l’acceso entusiasmo del 2008 sul tema della salute pubblica.

«Obama tagli il deficit e il debito pubblico»

Oggi un’unica cifra conta per gli americani: quel 10,1 % di disoccupati, tasso che ha sfondato una soglia psicologica. Al povero Obama non è stato dato neanche un minuto per godere di un successo in sostanza dimezzato, e decapitato, dai problemi sistemici del Paese.
«Nel 2010 Obama ha fatto una scelta decisiva e molto azzeccata: evitare una deriva protezionista degli Usa, nonostante le pressioni in tal senso degli stessi democratici», ha argomentato Bill Emmott. «Gli errori li ha fatti in verità nel 2009, quando ha portato al Congresso un piano di stimolo dell’economia troppo scarno e che ha causato lo spreco di parecchio denaro. Il fallimento di queste misure ha portato, in autunno, all’emergenza disoccupazione». 
Sulle possibili soluzioni, Emmott ha le idee chiare. «Obama deve combinare un progetto continuativo di incentivi fiscali con un piano a lungo termine per il consolidamento fiscale: tagliare il deficit e ridurre il debito pubblico. Per farlo ha bisogno di un consenso bipartisan. Ecco perché il compromesso sul tax cut era indispensabile, un pacchetto che include l’estensione dei sussidi di disoccupazione, capaci di conservare il potere d’acquisto dei cittadini consumatori. Per Obama è in realtà un’ottima occasione di perseguire i propri scopi: i repubblicani non vogliono passare per coloro che hanno intralciato il processo di consolidamento fiscale, poiché in teoria sostengono un governo più agile e meno numeroso».

La difficile uscita dal pantano afghano

Senza contare la sconfitta incolpevole del disastro petrolifero nel Golfo, la cui successiva gestione da parte dell’amministrazione Obama è stata pesantemente criticata da ampi strati della società, le batoste per il presidente sono giunte dai due terreni di guerra più sensibili del momento: l’Afghanistan della exit strategy in via di definizione e l’arena digitale, nella quale Wikileaks ha ridicolizzato le difese informatiche statunitensi (leggi il focus di Wikileaks).
Obama aveva promesso, nei suoi discorsi messianici, di portare via i soldati statunitensi il più in fretta possibile. Ma negli ultimi mesi ha riaggiustato il tiro fissando una data: il 2014, come anno del ritiro dal sanguinoso conflitto afgano. Anzi, no. Poiché il compromesso, talvolta sintomo di malcelata incertezza sul da farsi, è giocoforza divenuto la norma dalle parti della Casa Bianca. Così il robante annuncio è, a ben guardare, una mezza bufala.
Dal vertice di Lisbona sono arrivate soltanto incertezze sulla effettiva precisione di quella data: ritiro, ma solo dalle operazioni di battaglia, compatibilmente con «le condizioni sul terreno», nelle parole del generale Petraeus (leggi l’articolo sull’agenda del vertice Nato).
Traversie lessicali di un ritiro ancora incerto. E che Obama, a più riprese, aveva ipotizzato per l’estate del 2011. Non bastasse, l’evoluzione della situazione rischia di rafforzare i talebani, che dopo anni di sanguinose battaglie e feroce resistenza sembrano aver conquistato un ruolo di primo piano nell’Afghanistan che sarà, per via dei contatti con il presidente afgano Hamid Karzai, in cerca di un compromesso che possa garantire pace al Paese. Non esattamente ciò che sperava Obama quando dichiarava, accendendo le speranze del mondo intero, di voler dialogare con tutti, in particolare con lo sfaccettato universo islamico.

Wikileaks e la guerra della Rete

Sull’altro fronte di guerra, quello informatico, i guai sono se possibile ancora più grossi. I cablogrammi di Wikileaks hanno scatenato un terremoto diplomatico e la politica statunitense ha deciso di fare blocco contro il nemico Julian Assange, che avrebbe messo a rischio la sicurezza di basi e personale americano in giro per il mondo. L’eventuale estradizione per processare Assange è a suo modo un cortocircuito storico, perché arriverebbe sotto la presidenza dell’inquilino della Casa Bianca più multimediale e digitally friendly della storia. Colui che ha sempre predicato, dall’alto del suo pulpito 2.0, il valore della trasparenza (leggi la notizia).
In Rete si sono moltiplicati i giochi che fanno umorismo sul tema, come il videogame in cui Assange si nasconde sotto la scrivania del presidente e inserendo una chiavetta usb nel suo computer, quando si appisola gli ruba i file segreti da sotto al naso. 

Via Giochi Matti

Alleggerimenti comici a parte, le clamorose falle nel sistema diplomatico sono anche una sconfitta strategica per l’amministrazione statunitense. Proprio Obama aveva inaugurato a settembre, sotto il comando del generale Keith Alexander, numero uno dell’Nsa, la National Security Agency, il cosiddetto Cyber Command: un corpo speciale dell’esercito Usa, di cui Obama è comandante in capo, addestrato appositamente per combattere le guerre informatiche (leggi la notizia della creazione del Cyberg Command).  Ma prima i war logs sull’Afghanistan e sull’Iraq (vai alla notizia della pubblicazione su Afghanistan e Iraq), e poi i cablogrammi hanno dimostrato al mondo che il governo statunitense deve fare ancora parecchia strada prima di replicare in rete il suo strapotere militare offline.
Che le minacce alla stabilità del sistema sarebbero arrivate dalla Rete, il presidente dei social network e dell’interazione digitale l’aveva capito bene, con notevole lungimiranza. Ma il 2010 è l’anno infernale del predestinato Obama. Quello in cui, una sconfitta dopo l’altra, si gioca maggiormente le sue chance di essere rieletto nel 2012.

A lezione da Bill Clinton

Anche di questo devono aver parlato in un’attesa conversazione a quattr’occhi Barack Obama e l’ex inquilino della White House e navigato volpone della politica globale, Bill Clinton.
Nella conferenza stampa del 10 dicembre Clinton ha peraltro ufficialmente sostenuto la linea del compromesso con i repubblicani sul nodo del tax cut. «Ho studiato il piano del presidente e l’accordo che ha raggiunto con i leader del partito di opposizione mi sembra, nel complesso, il migliore possibile per proteggere le famiglie americane», ha dichiarato lo stesso Clinton.
Insomma, supporto e lezione di pragmatismo da parte del presidente 1.0, che dopo aver subito rovesci non indifferenti, e affrontato problemi elettorali e sistemici simili a quelli del suo più giovane collega, è comunque riuscito a mantenere il timone del Paese. Due volte. Chissà se stavolta Obama ha tenuto spento lo schermo del computer e ha preso appunti, taccuino alla mano, alla vecchia maniera.