Il Brasile vuole Dilma

Alessandro Giberti
30/09/2010

Urne aperte: la delfina di Lula è favorita alle presidenziali

Il Brasile vuole Dilma

 

Non è un’oratrice formidabile e non ha un grande carisma politico, almeno non paragonabile a quello dell’attuale presidente Luiz Inacio Lula da Silva. Eppure alle elezioni presidenziali del 3 ottobre potrebbe addirittura vincere al primo turno, Dilma Roussef, 62 anni, ex guerrigliera della sinistra studentesca brasiliana, incarcerata per tre anni dalla dittatura militare che governò il Brasile dal 1964 al 1985.
Figlia di un immigrato bulgaro, ma cresciuta nella media borghesia di Belo Horizonte, brillante economista, già ministro dell’Energia nel primo governo Lula e successivamente capo dello staff del presidente, Dilma (come la chiamano tutti in Brasile), secondo l’ultimo sondaggio dell’istituto brasiliano Ibope, è accreditata del 50% dei consensi.
Il suo principale antagonista, il 58enne centrista José Serra, figlio di immigrati italiani, è distaccato di oltre 20 punti, al 27%. Ancora più distante la terza candidata in gioco, la “verde” Marina Silva, con una percentuale attorno al 13%.

Dilma e il “gigante” 

Dilma sta cavalcando l’onda lunga di Lula, su questo non ci sono dubbi. È stato lo stesso presidente ex lustrascarpe a investirla della successione, dopo due mandati trionfali che hanno completamente trasformato il Brasile.
L’ex “gigante che dorme” si è svegliato e Lula esce di scena all’apice della sua traiettoria politica: negli ultimi dieci anni il Paese è cresciuto costantemente, a una media del 3,5% annuo (+ 7% nell’anno in corso). Entro il 2025, come si legge sul retro di ogni poggiatesta nei voli domestici operati dalla Tam, il Brasile sarà la quinta più grande economia al mondo. Non solo, ospiterà anche i prossimi mondiali di calcio e le Olimpiadi del 2016.
Gli investimenti esteri arrivano a pioggia: per il 2010 si sono attestati attorno ai 50 miliardi di dollari. Si moltiplicano le storie di successo, anche e soprattutto grazie ai giovani, protagonisti della new economy latinoamericana. Oltre 30 milioni di brasiliani sono entrati a far parte della classe media in cinque anni; il tasso di povertà è sceso di un terzo negli ultimi dieci, anche se un quinto della popolazione è ancora indigente.
È questo il formidabile trampolino di lancio di cui gode Dilma e, nonostante sia percepita dai brasiliani come una tecnocrate un po’ fredda, è difficile pensare che il suo partito dei lavoratori (Pt) possa dissipare un simile credito politico davanti agli elettori.

Le speranze di Serra

La vittoria del partito socialdemocratico (Psdb) di Serra è quindi alquanto improbabile. Tuttalpiù che neanche Serra, attuale governatore di San Paolo, lo Stato più ricco del Brasile, è un leader carismatico. Il suo eloquio è morbido, poco appassionante.
Il programma che propone ai brasiliani, sembra una versione “soft” delle ricette vincenti di Lula. Certo, una sua eventuale affermazione avvicinerebbe il Brasile agli Stati Uniti e, soprattutto in politica estera, il terzomondismo presidenziale verrebbe abbandonato. Ma è sul fronte interno che la campagna di Serra pare non avere “bucato”.
Più mercato, meno regole, una burocrazia più snella, corrono il rischio di diventare formule demagogiche un po’ vuote quando, secondo i sondaggi, la classe media a cui ci si riferisce si dichiara felice della propria condizione e molto fiduciosa per il futuro. La sua unica speranza è quella di trascinare Dilma al ballottaggio (che, eventualmente, si terrebbe il 31 ottobre), e sperare in miracolo. Brasiliano.