Il Cairo, è il Bara-day

Gea Scancarello
27/01/2011

Il premio Nobel per la Pace si dice pronto a governare.

Il Cairo, è il Bara-day

«Musulmani e cristiani di Egitto continueranno la battaglia contro la corruzione, la disoccupazione e l’oppressione». È questo il tenore dei messaggi che rimbalzano su Facebook e Twitter nelle agitate notti del Cairo (leggi la testimonianza dell’attivista egiziana). Indicatore della speranza, obbligata, che centinaia di migliaia di giovani ripongono nella rivolta.
Ma anche, ridimensionato l’entusiasmo contingente, chiave d’analisi per scrutare nel futuro politico del Paese, nel momento in cui l’eterno regno di Hosni Mubarak si mostra più fragile che mai (leggi la cronaca degli scontri in Egitto).
Lo sa bene Mohamed El Baradei, forse il più illustre cittadino egiziano: ex direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, premio Nobel per la pace nel 2005 e dal 2010 capo in pectore di un’opposizione al regime tutta da strutturare (leggi il profilo di Mohamed El Baradei).
Quando a fine gennaio il momento è arrivato, El Baradei non si è tirato indietro: «Non ho scelta. Torno Al Cairo e andrò in strada», ha reso noto dal suo buen retiro a Vienna, «sono pronto a prendere il potere se mi verrà chiesto dalla piazza».
E mentre le masse lo attendono come il capopopolo che finora è mancato alla protesta,  lui lavora, tra diplomazia e contatti internazionali, per definire l’Egitto che sarà. Prima o poi.

Gli Usa e l’appoggio al regime di Mubarak

Se anche le proteste di questi giorni dovessero risolversi in niente, come molti analisti hanno ipotizzato per via del legame tra Mubarak e le forze di sicurezza (leggi lo scenario dell’esperto sul Nord Africa), di certo qualcosa si è spezzato per sempre.
A partire dall’omertosa connivenza con cui l’Occidente ha sopportato, e spesso supportato, il regime. El Baradei ha scandito il punto con rara chiarezza, forte di un’autorevolezza che gli stessi Stati Uniti gli avevano attribuito prima come capo delle ispezioni atomiche nell’Iraq di Saddam, poi come il più referenziato degli espatriati arabi.
«Ho sentito Hillary Clinton dire il governo egiziano è stabile e che si augura che l’esecutivo trovi il modo di dare risposte legittime alla gente», ha scritto in quello che è destinato a diventare un manifesto politico, indirizzato ai giornali americani. «Se qualcuno vuole sapere perché agli Usa manca una credibilità in Medio Oriente, questa è precisamente la ragione».

«Per un governo moderno, moderato, liberale»

Smascherata la sceneggiata delle diplomazie, che in Mubarak hanno sempre avuto un cruciale alleato per allontanare il fondamentalismo, si possono ridefinire gli equilibri politici dell’area. Che proprio all’Islam sono strettamente legati.
L’angoscia di europei e americani è che, superato Mubarak, l’Egitto affondi nel quaedismo e nella violenza di stampo jihadista. L’alternativa esiste, ed è un governo con componenti religiose, ma moderate. Guidato, magari, dallo stesso El Baradei: tecnocrate, di fede islamica, formazione internazionale e sicura fiducia nella democrazia.
IN DIFESA DELL’ISLAM. «Assimilare l’Islam ad Al Qaeda è una distorsione. Quella per cui il governo ha un potere assoluto e rende conto solamente a Dio è una versione dell’Islam funzionale al potere», ha spiegato. «Ma esiste la possibilità di avere un governo moderno, moderato, liberale e aperto al mercato: in Egitto esiste un arcobaleno di persone che rispondono a queste caratteristiche».
Sono proprio quelle che l’ex capo dell’atomo ha raccolto nel nome della Coalizione nazionale per il cambiamento. Al momento, niente più che un movimento cui un paio di milioni di persone hanno scelto di aderire sfidando l’oppressione del regime. Un domani, forse, i principali alleati dei Fratelli Musulmani per riprendere in mano le redini del Paese.

I Fratelli musulmani cercano legittimazione

Che la componente islamica della nazione non possa più essere ignorata, lo dicono i numeri. Il 20% dei circa 80 milioni di abitanti (di cui 60 sotto i 30 anni ) ha riposto la propria fede nei Fratelli Musulmani, il partito islamico conservatore che è stato allontanato dal potere forzatamente da Mubarak. Nel 2005, in elezioni parlamentari più libere di quelle dello scorso settembre, i Fratelli ottennero 140 seggi, eleggendo oltre la metà dei propri candidati.
Più che la fede religiosa, a guidarne il successo è stata la struttura assistenziale – simile a quella di molti altri Paesi dell’area mediorientale – capace di fornire a giovani, malati e disoccupati il minimo necessario alla sussistenza. In una nazione in cui  90% dei ragazzi è senza lavoro, 20 milioni di persone sono analfabete e quasi 30 milioni vivono in povertà, non è cosa da poco.
LA STRETEGIA DELL’ATTESA. El Baradei lo sa. E sogna di riportare questo spettro di attività all’interno di organiche politiche governative: anche a costo di trovare un accordo con il movimento, che in un passato lontano si macchiò di terrorismo ma oggi sembra essere stato ricondotto a miti consigli.
Anche i Fratelli ci contano: sfruttare l’onda del successo del tecnocrate può essere l’occasione migliore che abbiano mai avuto di tornare al potere e trovare legittimazione politica. Anche per questo non hanno cavalcato le proteste di piazza cercando di imprimervi il proprio sigillo: più che guidare i manifestanti, è meglio affiancarli, per poi raccogliere i frutti dell’impegno sociale.
Quanto questo impegno possa servire alla causa della rivoluzione è ancora presto per dirlo. Bisogna attendere di capire come si comporterà l’esercito venerdì 28, quando è stata indetta una grande adunata in occasione della rituale preghiera, guidata proprio da El Baradei.
Potrebbe trasformarsi in una piazza Tien An Men di stampo arabo. O aprire una breccia nell’indiscussa fedeltà dei militari: in fin dei conti anche loro sono giovani desiderosi di cambiamento. L’ex re dell’atomo punta tutto su quello.