Il Cairo, eclisse totale

Gea Scancarello
28/01/2011

Mubarak oscura web e telefonia: la rivoluzione si scopre debole.

Il Cairo, eclisse totale

Qualche anticipazione c’era già stata. Il giorno del coraggio egiziano, quel 26 gennaio in cui i ragazzi per la prima volta avevano sfidato il regime di Mubarak scendendo in strada, le comunicazioni si erano fatte difficoltose: cellulari e connessione internet indisponibili da piazza Tahir, la zona rossa del Cairo (leggi il racconto della blogger attivista). E problemi simili si erano verificati a Tunisi durante la rivoluzione dei Gelsomini, con improvvisi black out delle linee.
Eppure, neppure i più disfattisti, o consapevoli, avevano immaginato uno scenario simile. All’alba di venerdì 28, a poche ore dalla rituale preghiera destinata a trasformarsi nella più grossa manifestazione del Paese (leggi del ritorno di El Baradei), l’Egitto è stato tagliato fuori dalle comunicazioni nazionali e internazionali.
IL BILANCIO DEGLI SCONTRI. Disabilitato il servizio di sms, chiusi i service provider che forniscono collegamento a 80 milioni di cittadini. Isolamento totale. E una prima volta assoluta: quella in cui un governo nazionale ha spento l’interruttore alla Rete.
Nella confusione assoluta, difficile anche capire quante sono state le vittime di una giornata di scontri durissimi. Sembra, purtroppo, che siano almeno quattro: due nella capitale, una a Suez, la città portuale teatro di violenti battaglie già giovedì scorso (leggi la cronaca della rivolta in Egitto) e un’altra ad Alessandria.
Mubarak ha mantenuto le promesse. Lo aveva detto: «La risposta alla rivolta sarà dura». Dopo il giallo sull’arresto di Mohamed El Baradei (leggi il profilo del Nobel per la Pace El Baradei), il regime egiziano ha imposto il coprifuoco. E la polizia, secondo alcune testimonianze dal Cairo, è stata sostituita dall’esercito.

Un’eclisse senza precedenti

Il black out delle comunicazioni è stato uno choc per la generazione cresciuta a pane e Facebook. Il colpo più basso del regime, secondo alcuni commentatori. Eppure, per Hosni Mubarak, una scelta così semplice da essere quasi scontata.
Prima di mandare l’esercito in strada a disperdere la folla, il colonnello ha cercato di evitarne l’assembramento. Con il metodo meno pericoloso a sua disposizione: bloccata la Rete, ha smesso di fluire anche la linfa vitale all’organizzazione della protesta. Insieme con la possibilità del resto del mondo di osservarla a distanza. E quindi di criticarla, raccontarla, gestirla. 
IL RICATTO DEGLI APPALTI. «Non avevamo mai assistito a nulla di simile: c’erano stati filtri su alcuni siti e il blocco di altri, ma mai un’eclisse di questo tipo», ha commentato a Lettera43.it Soazig Dollet, responsabile della regione per Reporter senza frontiere. La stessa che per prima aveva denunciato i tentativi di censura dopo la rivoluzione dei Gelsomini, in Tunisia, e chiesto a gran voce all’Occidente di fare pressione sui governi nordafricani.
Fiato sprecato. Per far crollare il castello, a Mubarak è bastato convincere i provider a chiudere i rubinetti: non un grosso sforzo in un Paese in cui l’assegnazione degli appalti arriva per chiamata diretta.
Tutti i fonitori di connettività hanno rifiutato di risponderne: telefoni staccati e silenzio totale. La filiale locale di Vodafone ha affidato a un messaggio la spiegazione del black out: «Non stiamo bloccando Twitter. È un problema in tutto l’Egitto e siamo in attesa di una soluzione». Un’ammissione di debolezza che non lascia spazio a equivoci.
«Quello che fa paura oggi è che simili pressioni possano essere ripetute in altri Paesi: accettato il diktat del regime una volta, non si vede perché le aziende non lo debbano riproporre in altri posti», ha aggiunto Dollet.

L’illusione della democrazia digitale

Il modello di internet democratico, eterno e sempre aperto è entrato improvvisamente in crisi. D’altra parte, prima che Mubarak spegnesse il bottone, c’erano stati segnali della sua debolezza. Bin Laden aveva per esempio minacciato diverse volte di volere colpire le dorsali digitali, ben consapevole che, molto prima dell’avvento dei computer, il controllo delle informazioni è l’arma con cui si vince qualsiasi battaglia.
FALLIMENTO DELLA RETE. In Nord Africa, tanto più cresceva l’importanza del web, quanto più questo diventava un giocattolo nelle mani del potere.
In Egitto, dove l’età media della popolazione è 29 anni, quella digitale è stata l’unica rivoluzione mai vissuta dalla maggior parte dei cittadini. Con pochi soldi in tasca, senza un lavoro e con scarsa istruzione, i giovani hanno riversato sul web ogni aspettativa: in fin dei conti, sulla piazza virtuale erano garantiti i diritti negati nel mondo reale.
L’ARMA SPUNTATA. Ma l’arma era spuntata: se ne sono accorti gli egiziani quando hanno provato a trasformare Facebook e Twitter in strumenti di lotta. È bastato imporre ai service provider di chiudere per eclissare l’intero Paese. E la rivoluzione dei social network, esaltata dai cronisti di mezzo mondo, si è trovata alla mercé di un banale interruttore di corrente.
«Può essere che questo ci costringa a ripensare al ruolo dei nuovi media», ha aggiunto Dollet. «Di certo però quello che dobbiamo fare non è smettere di avere fede in Internet, quanto costringere i governi a mantenerla libera».

Mubarak e l’oscurantismo 2.0

Buoni propositi, ma difficili da realizzare. Nel giorno più critico per l’Egitto, solo le comunicazioni satellitari dell’emittente Al Jazeera sono state in grado di raccontare la protesta. Spenti i cellulari degli informatori delle redazioni sul posto, off line blog e siti che avevano fino a quel momento catalizzato l’attenzione nazionale e straniera, la Rete è stata più fragile che mai.
GLI APPELLI AI BIG DEL WEB. Gli appelli per ripristinare la connettività si sono moltiplicati in giro per il mondo, dalle organizzazioni umanitarie agli intellettuali rifugiatisi in Occidente. Mark Zuckerberg e Larry Page, a capo rispettivamente dei colossi Facebook e Google, sono stati chiamati in causa in prima persona, investiti di un potere, mediatico ed economico, di gran lunga superiore a quello dei negoziatori internazionali.
«Loro hanno costruito la Rete, loro devono sapere come aggirare i divieti», hanno scritto i ragazzi sui forum. Ma oggi anche Facebook e Google appaiono un po’ come giganti di cartapesta. Per togliere loro l’ossigeno non serve nemmeno schierare l’esercito: basta pigiare un bottone. E l’oscurantismo è da sempre la più grossa tentazione di qualsiasi regime.