Il caldo autunno di Obama

Redazione
01/10/2010

L’America è spesso usata come esempio virtuoso in Europa e quindi se le vicende americane sono poco esaltanti si tende...

Il caldo autunno di Obama

L’America è spesso usata come esempio virtuoso in Europa e quindi se le vicende americane sono poco esaltanti si tende a non occuparsene. Questo è particolarmente vero in Italia, dove le difficoltà di Barack Obama sono spesso state, tranne qualche eccezione, solo sommariamente descritte.
Scogli inevitabili, si è detto, data la peggior crisi economica dell’ultimo mezzo secolo lasciata in eredità da George W. Bush. Le difficoltà del presidente, alcuni hanno aggiunto, sono poi dovute al fatto che ha attaccato le lobby più potenti attirandosi la loro ostilità, e queste ora fomentano il malcontento popolare.
Non è così semplice. Obama ha guai seri sia a destra, che lo accusa di antiamericanismo e, con notevole fantasia e improprietà di termini, di voler creare un’America “socialista”, che a sinistra, in particolare nell’ala progressista del Partito democratico, quella che dovrebbe essere la sua base più fedele.
E, soprattutto, non è più convincente fra quel 30% di elettori indipendenti, il nerbo dell’elettorato americano, né repubblicani né democratici, che nel 2008 erano corsi in massa sotto le bandiere obamiane e che in questo momento sono, in genere, delusi. Il risultato del prossimo due novembre potrebbe essere una delle peggiori sconfitte mai subite nelle elezioni di midterm dal partito del presidente in carica.
Con Obama, facendo il bilancio del suo slogan elettorale, non c’è stato finora molto change, e quindi scarseggia hope, la speranza. Nel 1934, con una crisi analoga a quella attuale ma lasciata degenerare nei primi tre anni e con costi sociali molto più alti di oggi, Roosevelt vinse le sue prime midterm. Aveva saputo offrire change e quindi hope, e si era schierato decisamente dalla parte di Main Street e non di Wall Street.

Le riforme di Obama non convincono l’America

Il presidente degli Stati Uniti si presenta al voto con una disoccupazione record, circa il 9,5% secondo il dato ufficiale che però sale al 17% se si contano anche i sottoccupati involontari, e con due riforme fatte, sanitaria e finanziaria. La mancanza di lavoro è un macigno e le riforme non sono una boa di salvataggio per conquistare gli elettori di sinistra.
Lasciamo stare infatti la destra dei cosiddetti tea party e non, per cui la riforma sanitaria è statalista e “socialista” e quella finanziaria un attacco alla libera impresa. Era scontato. E guardiamo invece agli indipendenti e ai democratici, cioè a circa il 65-70% dell’elettorato. I democratici difficilmente abbandoneranno il presidente, ma potrebbero in parte starsene a casa. Gli indipendenti, a maggioranza, potrebbero invece votare per i candidati repubblicani.
La riforma sanitaria non convince perché, per molti, doveva essere l’inizio della fine per le grandi società private, assicurative e ospedaliere, che controllano il settore con utili di oltre 200 miliardi l’anno e invece alla fine ha per molti aspetti aumentato il loro potere. La sanità americana è insostenibile, con costi più che doppi della media Ocse.
È vero che le assicurazioni non potranno più rifiutare copertura a chi ha cure costose, ma questo resta un principio da verificare nella pratica. C’è una lunga storia di battaglie legali vinte dalle compagnie, e il contratto fra compagnia e assicurato resta di tipo privatistico.
La public option, cioè l’introduzione di una polizza pubblica da poter scegliere per calmierare quelle private, era stata promessa ma è stata cancellata in accordi fatti direttamente dalla Casa Bianca con i megalobbisti del settore sanità. Obama aveva promesso con un famoso spot elettorale di cancellare da Washington questa categoria, ma ha da subito trattato. E alla fine ha concesso moltissimo allo stesso megalobbista, l’ex deputato Billy Tauzin, stigmatizzato in campagna elettorale.

I dubbi sulla Casa Bianca

Obama ci prende mica in giro? Così scriveva sulla riforma sanitaria il New York Times. L’articolo andava oltre la sanità e parlava anche di economia e finanza, e di come Obama avesse affidato le leve della politica economica a uomini fidati di Wall Street.
Possibile, dopo che Wall Street aveva orchestrato il disastro del secolo? Il giudizio di Arianna Huffington del progressista Huffington Post sulla riforma finanziaria varata nel luglio 2010, quattro mesi dopo quella sanitaria, è stato chiaro: più vicina a Wall Street che a Main Street.
E questo dopo che il contribuente americano stava già sborsando, per il diretto salvataggio del sistema finanziario, non meno di 2000 miliardi di dollari e forse, quando saranno possibili conti più completi, assai di più. La Casa Bianca dice di avere avuto la difesa della classe media come stella polare. Ma non è questa l’opinione più diffusa.
L’uscita a fine anno del superconsigleire economico Lawrence Summers, ex ministro del Tesoro di Clinton, considerato uomo di fiducia di Wall Street, e la probabile uscita anche del capo di gabinetto Rahm Emanuel vuol dire che Obama volta pagina? Può darsi. Ma intanto arriva come direttore del Bilancio Jackob Lew, un altro clintoniano di ferro. Che davanti al Congresso ha detto nei giorni scorsi di non essere affatto convinto che la deregulation finanziaria fortemente voluta dalle grandi banche sia stata fra le cause della crisi.
Il senatore Bernie Sanders del Vermont, indipendente stretto alleato dei democratici, ha detto che voterà contro perché non può avallare chi difende “politiche fallimentari”. Fra un mese ci sarà il responso degli elettori. Purtroppo, avendo come alternativa un partito repubblicano che della crisi è il primo responsabile, non sarà una scelta facile.